Novembre 22, 2020
Da Non Una Di Meno
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Il soprannome del decreto varato a marzo dal governo per tamponare le criticità causate dalla crisi sanitaria, “Cura Italia”, suona beffardo per chi vive sulla propria pelle la cronica incapacità delle istituzioni e della società di affrontare il nodo della cura. Cura che, soprattutto quando riguarda direttamente il sostegno delle persone che necessitano di assistenza, dai bambini agli anziani, è stata storicamente scaricata sulle spalle delle donne. Oltre all’assistenza definita “informale” perché svolta in famiglia, anche nel settore professionale dei collaboratori domestici le donne sono in maggioranza, spesso straniere e spesso prive di permesso di soggiorno.
La prevalenza femminile è frutto di una cultura che attribuisce alla donna il ruolo “naturale” di curatrice e, soprattutto, le impone il sacrificio disinteressato per il bene della collettività, determinando bassi salari e scarse tutele quando la cura si fa per lavoro.

Nel discorso pubblico in queste settimane di tensione negli ospedali, la cura è stata esplicitamente associata ai valori cattolici e patriottici, creando la retorica degli “eroi” o “angeli” per oscurare le responsabilità politiche della situazione. La crisi sanitaria è presentata come “guerra contro un nemico imprevedibile”, il virus, in cui medic* e infermier* sono la prima linea che si sacrifica per il bene di tutti. Così qualsiasi critica al sistema sanitario e alla sua gestione politica diventa impossibile, tacciata di “disfattismo” e di ingratitudine verso, appunto, quegli eroi che sono “in trincea” ogni giorno.
In questo modo si cerca di nascondere che il personale sanitario è fatto di lavoratrici e lavoratori sotto organico, messi duramente alla prova anche prima dallo sfascio della sanità pubblica, e che le difficoltà nel gestire la crisi derivano da scelte sconsiderate che, negli ultimi decenni, hanno trasformato la salute collettiva in una merce da gestire con criteri manageriali.

L’effetto propagandistico di questa retorica è ben esemplificato dal murale apparso a marzo sulla parete dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, raffigurante un’operatrice sanitaria con tanto di ali angeliche che culla l’Italia ammantata nel tricolore a mo’ di copertina. Commissionata da un gruppo di infermieri e medici dello stesso ospedale, l’immagine serve perfettamente il discorso di cui sopra ed esplicita l’elemento di genere, dato che la figura presenta tratti identificabili come tipicamente femminili.

Nel frattempo, chi si occupa per lavoro della cura delle persone al di fuori delle strutture sanitarie è stat* lasciat* in balia degli eventi: il decreto emesso a marzo ha escluso espressamente collaboratrici e collaboratori domestici dai provvedimenti per aiutare le lavoratrici e i lavoratori in difficoltà a causa della crisi sanitaria. In questi giorni, pare che il governo stia ipotizzando di inserire nel prossimo decreto un bonus tra i 200 e i 400 euro per colf e badanti, palesemente insufficienti e inferiori rispetto a quelli previsti per altre categorie. Nel frattempo, nei primi 15 giorni di aprile i licenziamenti nel settore sono saliti del 30% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Il provvedimento da 25 miliardi ha esteso la cassa integrazione in deroga a tutt*, ma con il comma 2 dell’articolo 22 ha eslcuso “i datori di lavoro domestico”. Per chi non può più permettersi di pagare un* badante, è rimasta solo la possibilità di assumere il carico sulle proprie spalle, più nello specifico su quelle delle donne.
Dei fondi residui, previsti dal decreto “per gli esclusi dalle altre coperture”, potrebbero beneficiare solo coloro che sono iscritt* all’Inps, cosa alquanto problematica in un settore dove molt* lavorano senza contratto, spesso perché sono stranier* senza permesso di soggiorno. In totale le lavoratrici e i lavoratori del comparto sarebbero più di 2 milioni, di cui solo 858mila iscritt* all’Inps. Secondo il rapporto dell’Osservatorio Nazionale sul Lavoro Domestico pubblicato nel 2019, in Friuli Venezia Giulia sono circa 18.000 le lavoratrici e i lavoratori regolarmente assunti nel settore, con netta prevalenza femminile (94,2%) e di persone straniere (71,6%). A Trieste lavorano circa 2400 badanti e 1000 colf.

Per chi continua a lavorare, la situazione non è facile anche dal punto di vista del contagio. Alcune cooperative riescono a fornire qualche mascherina e i guanti, ma spesso sono le lavoratrici e i lavoratori stessi a doversele procurare, affrontando evidenti difficoltà nel reperirle in questo periodo. Molt* badanti rimangono in pianta stabile nella casa delle famiglie per cui lavorano, per non rischiare di contagiare gli/le assistit* che spesso vivono condizioni di salute precarie, esponendosi ai contatti con l’esterno. Ciò significa rinunciare a quei giorni di stacco dal lavoro che dovrebbero essere garantiti per chi ha un contratto.
Per le lavoratrici e i lavoratori che hanno dei figli si pone anche il problema della loro cura con le scuole chiuse.

La chiusura delle frontiere ha reso ancora più drammatica la situazione di quelle lavoratrici transfrontaliere che, con la morte degli assistiti, hanno perso anche l’alloggio che veniva fornito come parte dell’accordo, rimanendo bloccate senza neppure poter tornare al Paese di residenza. Quelle che sono riuscite a farlo si ritrovano improvvisamente prive di sostentamento, per sé e per le proprie famiglie.
Le conseguenze più pesanti ricadono ovviamente sulle lavoratrici prive di permesso di soggiorno, circa 200mila secondo le stime sindacali. Anche quando il lavoro non manca, i controlli polizieschi intensificati rendono molto più rischioso spostarsi. A ciò che potrebbe accadere loro in quanto prive di documenti si somma anche l’impossibilità di produrre un’autocertificazione per motivi di lavoro.

Il nodo della cura rivela con forza l’intersezione delle oppressioni di genere, razzializzazione e classe, e questo è uno dei motivi per cui nel dibattito pubblico viene puntualmente evitato o toccato solo nella controproducente retorica del sacrificio, come abbiamo provato a raccontare. Dobbiamo invece affrontarlo con la lotta contro gli stereotipi di genere e contro la famiglia patriarcale, con l’abolizione del ricatto del permesso di soggiorno e con la tutela dei diritti delle lavoratrici contro lo sfruttamento.
Se tornare alla normalità vuol dire tornare a rimettere tutto ciò sotto il tappeto tricolore, rifiutiamoci di tornare alla normalità.




Fonte: Nudmtrieste.noblogs.org