Dicembre 17, 2021
Da Il Manifesto
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La famosa «ripartenza» che ha interessato tutte le attività congelate dalla pandemia, ha riguardato anche il cinema. E la costiera amalfitana – set prediletto da registi di ogni parte del mondo – si è resa immediatamente disponibile alle richieste delle produzioni, nello scenario di Amalfi, Atrani, Ravello, Positano e Maiori.

Ma il rapporto tra la costa d’Amalfi ed il cinema ha una storia lunga. Esattamente cento anni fa, infatti, e più precisamente nell’agosto del 1921, una troupe cinematografica agli ordini del regista Roberto Roberti (nome d’arte di Vincenzo Leone, padre di Sergio) sbarcò ad Amalfi per iniziare le riprese di La fanciulla di Amalfi.

Roberti era un regista molto affermato nella ancora giovane cinematografia italiana, con ben trenta titoli alle spalle ( la sua carriera era iniziata nel 1912) e gran parte del suo successo era legato all’attrice per la quale era stato coniato l’appellativo di diva: Francesca Bertini.

Roberti dai suoi esordi aveva lavorato con Bice Waleran affidandole sempre i ruoli da protagonista fino al 1917 quando per il film La piccola fonte (prima collaborazione con la Caesar Film di Roma dopo aver sempre lavorato con la torinese Aquila ) incontrò per la prima volta Francesca Bertini. A questo lavoro seguirono Anima allegra e La contessa Sara del 1919, e molti altri titoli come La serpe, La principessa Giorgio, La sfinge, passando per La donna nuda del 1922 e concludere il fortunato sodalizio con La fanciulla di Amalfi del 1921 e Fior di levante del 1925.

La misura del loro successo si può leggere nelle pagine de La Cine-Fono dell’11 marzo 1920 a firma di Pio Fasanelli: «È più che assodato. Quando il cartellone del cinematografo è tenuto da Francesca Bertini, convien fare la fila per procurarsi un posticino qualsiasi onde poter ammirare e godere l’arte magica dell’avvenente artista. In questo Serpe, la nostra attrice è nella pienezza del suo trionfo».

Fu proprio la diva Bertini a scegliere la costiera amalfitana come location per il film. L’attrice aveva voce in capitolo anche in queste decisioni perché oltre ad essere una primadonna con tutte le pretese del ruolo, era anche coproduttrice del film con la sua Bertini Film.

In quel periodo si era stabilita a Napoli dove stava vivendo una intensa storia d’amore con il conte Paolo Cartier ( che in seguito avrebbe sposato) e non voleva allontanarsi troppo dalla città.

Amalfi non era ancora la culla dell’ospitalità che sarebbe diventata anni dopo con l’esplosione dell’industria del turismo, e in quanto al cinema tre anni prima era passata da quelle parti Elvira Notari per girare Il barcaiolo di Amalfi tratto da Mastriani del quale film non è rimasta traccia.

La Bertini conosceva bene Amalfi per avervi soggiornato spesso in vacanza. Infatti c’è una bella foto a figura intera dell’attrice con dedica ai proprietari dell’hotel Cappuccini, che è lo stesso hotel dove furono girate molte scene del film, in particolare sulla terrazza che si affaccia sul golfo di Amalfi.

L’operatore di macchina (e direttore delle fotografia) Otello Martelli, in un intervista pubblicata in Cinecittà anni Trenta racconta di come si girava all’epoca. Le cineprese più diffuse erano le Ambrosio e le Debrie, che erano piccole e maneggevoli e montavano dei magazzini da 120 metri. Erano azionate da una manovella ed usavano pellicole ortocromatiche (si trattava di pellicole usate per il bianco e nero fino al 1926 sensibili al blu-viola dello spettro del visibile, ma insensibili alla gamma giallo-rossa).

L’operatore, quindi con la mano sinistra faceva le panoramiche e con la destra girava la manovella. Tutto questo senza perdere d’occhio la pellicola. Un lavoro massacrante. Martelli racconta che in effetti fino a quel momento era stato l’aiuto di Carta, che era l’operatore della Caesar Film, che si ammalò e quindi fu scelto lui per girare La fanciulla di Amalfi.

La Bertini volle nella troupe anche un altro fedelissimo: lo scenografo Alfredo Manzi con il quale aveva lavorato in Assunta Spina e La signora delle camelie, due titoli che l’avevano lanciata in maniera perentoria nel mondo del cinema.
La storia de La fanciulla di Amalfi, tratta da un romanzo di Roberto Elson, è quella di Harford, un giovane inglese affetto da «torpore intellettuale ed ipocondria» come recita una didascalia del film, che durante un viaggio in Italia assieme ai genitori, arriva in costiera amalfitana e trova nel viso di Mariuccia, una giovane figlia di pescatori le cui condizioni di vita sono decisamente umili, uno spiraglio per provare a superare il suo malessere.

Il villaggio dei pescatori è ambientato nella marina di Praia, nel comune di Praiano, (dove qualche anno dopo Gianni Franciolini girerà il suo Notte di tempesta), ed il ruolo del padre di Mariuccia è interpretato da un pescatore del posto, il praianese Domenico Fusco.

Qui va aperta una piccola parentesi. Con questo ruolo Domenico Fusco, detto Rumminico R’oro per il colore dei suoi lunghi riccioli, inizierà la sua carriera di attore-pescatore che continuerà con il ruolo di Nonno Centanni in Notte di Tempesta di Franciolini, poi con una piccola parte ne I pirati di Capri di Ulmer e soprattutto nel ruolo del diavolo in La macchina ammazzacattivi di Rossellini che lo avrebbe voluto anche per un film successivo. Ma non fu possibile perché nel frattempo Domenico era già morto.

La storia della Fanciulla di Amalfi prosegue con i due giovani che si innamorano ed i genitori di Herford che riescono a convincere la famiglia di Mariuccia a lasciarla partire con loro verso l’Inghilterra. Mariuccia diventa una signora raffinata ed elegante ed accetta di sposarsi. Ma il destino sembra accanirsi contro di lei in quanto proprio durante la prima notte di nozze Harford ha una violenta ricaduta della sua malattia e tenta addirittura di strangolarla. Mariuccia riesce a fuggire e in tutta fretta ritorna in Italia.

Qui ovviamente è accolta dallo scherno e dalla derisione di tutti. Era partita in pompa magna per un matrimonio da favola in Inghilterra e dopo poche settimane è già di ritorno al suo paesino sola e sconsolata.

Il padre per proteggerla la affida ad una vecchina che vive in cima ad una collina. Nel frattempo Harford è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico che ha risolto definitivamente i suoi problemi. Gli attacchi di cui era vittima erano causati da una scheggia che gli comprimeva il cervello. Finalmente guarito parte subito alla volta dell’Italia per ritrovare sua moglie.
Mariuccia a sua volta è oggetto delle violente pretese di un suo burbero spasimante che quando apprende la notizia del ritorno di Harford decide di ucciderlo.

Il film si chiude con il duello finale tra i due uomini vinto da Harford che riesce ad eliminare il rivale e riabbracciare finalmente la sua amata.
Questa scena di azione è girata in modo magistrale collegando, con dei raffinati raccordi di montaggio, le inquadrature della terrazza dell’hotel Cappuccini di Amalfi con quelle dei rigogliosi giardini di palazzo Mezzacapo di Maiori.
Sebbene la storia sia tutto sommato prevedibile ed assolutamente dentro le righe di un melodramma a lieto fine, la censura del regime fascista bloccò la pellicola. Il messaggio che conteneva era in forte contrasto con quanto proclamato da Mussolini e i suoi seguaci.

Si offriva dell’Italia una immagine decadente, povera, di miseria e ristrettezze. E, peggio ancora, si prospettava come possibilità di riscatto e di emancipazione, il matrimonio con uno straniero ed il trasferimento in Inghilterra.

Per questi motivi il film fu censurato e ci vollero diversi anni e molti tagli ed aggiustamenti, per portarlo finalmente nelle sale. Infatti dai 1564 metri della pellicola originale si arriva a1481 metri. Lo stratagemma decisivo fu quello, tanto goffo quanto efficace, di trasformare Mariuccia in Consuelita e di far diventare la costiera amalfitana un pezzetto di Spagna…

La censura approvò la trovata ma il risultato fu imbarazzante in quanto si vedevano questi pescatori «spagnoli» cantare a squarciagola canzoni napoletane, oltre al fatto che il paesaggio di Amalfi era già riconoscibilissimo sia in Italia che all’estero. Per finire in una delle didascalie è rimasto il nome di Mariuccia al posto di Consuelita.

Ma la critica non pare avvedersene, tant’è che La Rivista Cinematografica del 15 agosto del 1925 scrive: «Attraverso le commedie dei fratelli Quintero avevamo conosciuto una Spagna di maniera sentimentale, romantica, verbale, ben differente dalle violenze veriste del Dicenta e del Guimerà. Una forma più realistica, meno appariscente, ma più sostanziosa invece, ci illustra in Bonavente. Fra questi modelli di indubbio valore io credo possa mettersi questa Consuelita, perché dagli uni e dagli altri raccoglie quanto vi è di più espressivo e passionale, pur contenendolo in forme meno classiche».

Il film arrivò nelle sale nel 1925 con una circolazione assai limitata e fuori dal circuito delle grandi città. Due anni dopo venne riproposto con un nuovo titolo: Amore vince timore. Ma anche questa uscita fu decisamente fallimentare anche se la critica in occasione della prima apparizione aveva scritto: «…..gli attori sostengono con vigoria di accenti, misura ed equilibrio la propria parte. Soprattutto la Bertini sa emergere per leggerezza di tono pittorico, valore introspettivo e ampietà di visione. La figura di Consuelita, talvolta ingenua e soffice come una gaia bolla di sapone, talaltra rovente e tormentata, è presentata in tutta la sua potenza espressiva, così da trascinare il pubblico alla più alta ammirazione…»

Miglior sorte ebbe molti anni dopo quando nel 1989 Michele Schiavino lo proiettò nell’ambito del suo Midnight Movie Festival a Salerno con il commento sonoro di Paolo Fresu e del suo quintetto.

*Archivio Cinematografico Costiera Amalfitana




Fonte: Ilmanifesto.it