Marzo 26, 2022
Da Il Manifesto
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All’angolo tra Hollywood Boulevard e Highland, i preparativi per la cerimonia degli Academy Awards fervono nel sole splendente di una primavera insolitamente calda. Dopo essere stati distaccati per un anno alla Union Station, in un’edizione senza pubblico, gli Oscar tornano a casa, al Dolby Theater, nel cuore di Hollywood. Insieme agli spettatori in presenza, ai numeri musicali, al tappeto rosso canonico, dopo tre anni di assenza (giustificati solo dalla vocazione dell’Academy a implodere clamorosamente in sé stessa), tornano anche i conduttori della serata -non uno o due ma tre: le attrici e autrici comiche Amy Schumer e Wanda Sykes, e l’attrice Regina Hall.

CERTO, il mantra del business as usual, supportato anche dal fatto che, da qualche settimana, i teatri di posa e le torri d’uffici degli studios, svuotati dalla pandemia come in un film post apocalittico, hanno ricominciato ad accogliere gli impiegati, è stato un po’ segnato dalle news che i recenti Bafta sono stati un evento «superspreader» e che la nuova variante BA2 è 300% più contagiosa dell’Omicron originale. Non a caso, oltre alla prova di vaccinazione, ogni cena/festa pre-Oscar richiede anche un test negativo effettuato entro le ultime 48 ore.
A fronte della progressiva diminuzione dei rating, che l’anno scorso hanno toccato il minimo storico di 9.85 milioni di spettatori (erano 40 nella prima decade del terzo millennio; 55 negli anni novanta), organizzatori e conduttrici hanno promesso «una serata divertente» e meno interminabile del solito. Ma una delle soluzioni adottate per raggiungere questo secondo obbiettivo – e cioè preregistrare la premiazione di alcune categorie, tra cui montaggio, make-up e i cortometraggi- ha già ottenuto un effetto boomerang, con proteste dei rispettivi nominati ma anche di nomi autorevoli dell’industria allargata. Lascia perplessi anche il suggerimento (di Amy Schumer) di includere nella cerimonia un’apparizione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Proposta tra il surreale e il desperate, a cui è stato fortunatamente detto di no, ma che ben riflette l’insicurezza e la crisi d’identità in cui si dibatte non solo l’Academy Award ma l’intera istituzione. Per credere, basta una visita al nuovo, brutto e smagliante Academy Museum, un museo da duecento milioni di dollari in cui non si impara niente sulla storia di Hollywood e tutto sulla white liberal guilt (il senso di colpa bianco) del Cda.

ALLA VIGILIA di quella che dovrebbe essere una festosa celebrazione dell’arte del film, non aiuta a tenere alto lo spirito il coro greco di coloro che annunciano «la fine degli Oscar» («Los Angeles Magazine»), quando non è «la fine del cinema» stesso (Ross Douthat, sul «New York Times»). Ma, nonostante la cornice un po’ traballante (e aspettate di sapere cos’è Aperture 2025, per abbandonare ogni speranza nel futuro di questo rituale), domenica sera verranno assegnate le solite statuette. Da tempo, l’utilizzo degli algoritmi ha unificato i pronostici e ridotto il dato della sorpresa dell’ultimo momento. Tra le categorie sui cui aleggia ancora un po’ d’incertezza è senz’altro quella del miglior film dove The Power of the Dog, favorito fino a poco tempo fa, sarebbe improvvisamente minacciato da Coda, remake orribilmente manipolatorio di un film francese con ragazzina che sogna di fare la cantante in una famiglia di sordi. Sarebbe proprio la qualità sdolcinato/sentimentale di questo titolo Apple+ ad aver fatto breccia nel cuore dei votanti anziani, più del melo western di Jane Campion, che è targato Netflix.

MA SEMBRA almeno garantita per Campion la statuetta della regia. Come è probabile che andrà a Will Smith quella di miglior attore per King Richard. Penelope Cruz meriterebbe quella di migliore attrice, per Madres Parallelas, anche se i pronostici danno per favorita Jessica Chastain, per The Eyes of Tammy Faye. Summer of Soul è la probabile statuetta per il documentario. Drive My Car quella di migliore film internazionale (incalzato però da È stata la mano di Dio e La persona peggiore del mondo). Dune dovrebbe fare man bassa in quasi tutti le categorie tecniche.




Fonte: Ilmanifesto.it