Dicembre 30, 2021
Da Il Manifesto
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Cosa ci aspettiamo per il 2022? Attendere è desiderare. E non si desidera mai una cosa sola. Noi, la prima candela del desiderio per l’anno che viene, l’accendiamo per la Birmania. Per quel Paese che ha subìto la dittatura militare più longeva al mondo, che ha creduto nella democrazia fino al martirio di tanti suoi figli, fino al sacrificio della sua leader, Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari per vent’anni. Nel 2015 finalmente l’alba di una nuova Birmania: per quanto azzoppate dalle regole imposte dai militari uscenti, che si erano riservati, a prescindere dal responso delle urne, un quarto dei seggi del nuovo parlamento e tre ministeri-chiave, le elezioni avevano visto la vittoria di Suu Kyi e della Lega per la democrazia. E nel turno elettorale del 2020 il popolo birmano, a stragrande maggioranza, aveva confermato che la strada intrapresa era quella giusta.

NEL MARZO 2021 il sogno si è trasformato in incubo: con un vero e proprio colpo di Stato, i generali hanno incarcerato e torturato migliaia di persone, hanno sparato a vista nelle strade contro i pacifici dimostranti uccidendone a centinaia, hanno sospeso ogni diritto costituzionale. Con un processo-farsa hanno condannato Aung San Suu Kyi a tre anni di carcere: come in un tragico giorno della marmotta – ve lo ricordate, il film con Bill Murray? – la Birmania e la sua guida si sono risvegliate in trappola. È troppo attendersi una reazione vera dall’Occidente? Da tutti noi? In anni recenti, la pubblica opinione occidentale ha affrontato con superficialità la tragica questione dei Rohingia: invece di sforzarsi di comprendere le difficoltà della transizione democratica, ha fatto di Suu Kyi un facile capro espiatorio, indebolendone in questo modo la posizione, non tanto in relazione al popolo birmano, che ha continuato ad amarla e sostenerla, ma agli occhi dei generali, che hanno pensato fosse arrivato il momento per riprendersi in mano tutto il potere. «Usate la vostra libertà per promuovere la nostra»: era il mantra che Suu Kyi ripeteva agli amici europei e statunitensi negli anni dei suoi arresti domiciliari. Oggi non può dirlo, rinchiusa in una tenebra in cui non ha diritto di parola. Tocca a noi assumere quella invocazione come un imperativo di giustizia, solidali con quel popolo di studentesse e studenti, monaci buddisti e suore cristiane, che sfida ogni giorno la tracotanza della dittatura. Perché la loro libertà è anche la nostra.




Fonte: Ilmanifesto.it