Novembre 11, 2021
Da Il Manifesto
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La legge di bilancio dovrebbe arrivare al Senato oggi. Il ritardo di oltre 20 giorni non è una novità assoluta, ma il fatto che alla vigilia del dibattito la legge ancora non fosse stata letta dai senatori e che il testo, pur modificato significativamente con l’aggiunta di 34 articoli, non sia stato riportato dice moltissimo, anzi tutto, su quanto poco Draghi si fidi della sua maggioranza e su quanto voglia limitare al massimo le occasioni per scontri e incursioni.

IL PRIMO PASSAGGIO DELICATO non sarà però con le forze politiche ma con i sindacati, convocati per martedì pomeriggio alle 17.30. La tensione è un po’ stemperata dalla scelta di riportare i requisiti di Opzione Donna a 35 anni di contributi e 58 anni di età (59 per le lavoratrici autonome) invece che 60 anni.

È un passo verso la posizione delle Confederazioni ma Draghi non intende farne altri. La linea sulle pensioni è ferma: quota 102 nel 2022, 64 anni di età e 38 di contributi, e per il resto una generica disponibilità ad affrontare la questione l’anno prossimo. Ma per le confederazioni quota 102 è «una beffa» e difficilmente si accontenteranno della disponibilità a discutere di flessibilità ma difendendo l’impianto del sistema contributivo che i sindacati vorrebbero invece correggere. «Bisogna intervenire sul sistema puramente contributivo, senza correttivi rischia di non stare in piedi», ripete Landini.

UN PASSO REALE POTREBBE essere, forse, intervenire sui cosiddetti «gravosi», i lavoratori con alle spalle decenni di lavoro usurante. Nel complesso comunque nessuno si aspetta esiti positivi dall’incontro. Sarà «interlocutorio» e, a quel punto, le confederazioni dovranno decidere come calibrare la mobilitazione, che ci sarà certamente. In Parlamento non hanno sponde e lo sanno. Il Pd cerca di mediare, consapevole che la proclamazione dello sciopero generale, improbabile ma non del tutto esclusa, sarebbe per il Nazareno un guaio gigantesco. La Lega però si è arresa, al punto che nella bellicosa conferenza stampa di due giorni fa Salvini non ha fatto cenno a quello che è a tutti gli effetti il ripristino della riforma Fornero.

IERI, PROPRIO MENTRE Draghi incontrava i sindaci sono stati stanziati circa 10 mld in più sia per il 2022 che per il 2023 per l’attuazione del Pnrr che il premier, rivolto all’assemblea dell’Anci, ha dichiarato essere ormai «in fase di piena attuazione», impegnandosi a semplificare le procedure per l’assunzione, necessaria, di nuovo personale. «Almeno mille esperti aiuteranno gli enti territoriali ad attuare il Pnrr», ha promesso Draghi.

Ma, nonostante l’ottimismo ostentato dal capo dell’esecutivo, le tensioni tra governo e partiti ci sono e si concentrano proprio sulla manovra. Con i 5S lo scontro si profila sul fronte del Superbonus: chiedono di alzare il tetto di 25mila euro Isee per le abitazioni monofamliari. Il reddito di cittadinanza sarà preso di mira dall’intera destra, con emendamenti che potrebbero essere firmati dallo stesso Salvini ma con l’appoggio pieno di FdI sancito ieri dall’esecutivo del partito di Meloni. Per non parlare di Fi che reclama una «revisione profonda». Per i 5S, già inviperiti per il licenziamento in tronco dei 2500 navigator, ulteriori rimaneggiamenti sarebbero poco digeribili.

CON LA LEGA LA LINEA del fuoco passerà per la Flat Tax. Salvini vuole portare il tetto da 65mila a100mila euro spostando i fondi proprio dal RdC al taglio delle tasse. Draghi neppure considera l’ipotesi. Sul versante sinistro della maggioranza i toni sono per consegna bassi ma l’incidente è possibile. L’indicazione del governo sul taglio delle tasse è usare gli 8 mld stanziati a favore dei redditi Irpef più alti e dell’Irap. Un orizzonte opposto a quello che vorrebbero Leu e buona parte dei 5S, che mirano a un intervento tutto a favore dei lavoratori, dunque sull’intero Irpef, ma anche il Pd, che voleva concentrare tutto sul taglio del cuneo fiscale.

È una tensione, quella che serpeggia tra il premier tecnico e i partiti, che non riguarda solo la manovra. Ieri Draghi si è rivolto ai sindaci col tono più di un capo dello Stato che di un premier. La partita del Colle per lui non è affatto chiusa ma è un’eventualità che i partiti contrastano, pur senza ammetterlo, ogni giorno di più. E proprio ieri Mattarella ha chiuso la porta alla possibile quadratura del cerchio, la sua rielezione. Poche parole ma esplicite e probabilmente definitive: «Anche Leone chiese la non rieleggibilità del presidente con conseguente eliminazione del semestre bianco».




Fonte: Ilmanifesto.it