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L’inchiesta di Zic sulla sanità pubblica prosegue con la testimonianza di un detenuto del carcere della Dozza. La lettera arrivata in redazione racconta la drammaticità che si è vissuta nei giorni del grande focolaio scoppiato lo scorso dicembre. Per partecipare all’inchiesta: [email protected]

25 Gennaio 2021 – 13:41

L’inchiesta sociale di Zic.it sulla sanità pubblica nella pandemia da Covid-19 continua con la pubblicazione della testimonianza di un detenuto del carcere della Dozza. Per partecipare all’inchiesta: inviare testimonianze e contributi all’indirizzo [email protected]

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La mia doppia reclusione da Covid

Sono un detenuto del carcere di Bologna che si è trovato coinvolto nel grave focolaio di Covid scoppiato alla Dozza ai primi di dicembre.

Il mio compagno di cella fu trovato positivo al coronavirus dopo avere manifestato i sintomi del contagio, soprattutto la perdita dell’olfatto e dei sapori del gusto. Venne fatto anche a me un tampone rapido che diede un esito positivo. A quel punto fummo entrambi trasferiti dalla sezione dove normalmente siamo collocati al repartino di isolamento Covid dove c’erano altri 27 detenuti risultati positivi al virus. Anche in questo braccio fummo messi in cella assieme.

Qui, quasi subito, mi venne fatto un tampone molecolare che diede esito negativo. Il mio compagno di branda, invece, risultò essere ancora positivo. Anche dopo questo esito ci hanno lasciati in cella assieme per altre due settimane. Io avevo imparato, seguendo diverse trasmissioni televisive sulla pandemia, che l’isolamento serviva per separare coloro che hanno un’infezione da Covid accertata (con esito positivo del tampone) e le persone sane. In questo modo si possono predisporre le tutele necessarie per prevenire la trasmissione dell’infezione. La presenza nella stessa cella e lo stretto contatto tra una persona positiva e una negativa era in netto contrasto con le disposizioni sanitarie che tutti conoscevano.

Terminato questo periodo di clausura forzata, ad entrambi venne fatto un nuovo tampone molecolare. Io risultai negativo, al mio compagno di cella invece venne ancora diagnosticata la positività. Ci comunicarono che avremmo dovuto sottostare a un altro periodo di quarantena stando ancora undici giorni chiusi insieme nella stessa “camera di pernottamento”. Io, a questo punto, iniziai a fare casino. La quarantena si applica a persone sane, ma che potrebbero essere state esposte al virus, avendo avuto contatti stretti con soggetti infetti. Lo scopo del provvedimento è di limitare e restringere i movimenti e i contatti e serve per monitorare l’eventuale comparsa di sintomi, individuare nuovi casi di infezione e limitare il rischio di nuovi contagi. Ma sei io negativo continuavo a stare segregato con uomo contagiato lo scopo della quarantena andava a farsi friggere.

Accettarono di spostarmi, ma mi proposero di andare in cella con un altra persona positiva. Mi rifiutai e protestai ancora più forte, finalmente mi misero in una cella da solo. E lì restai per altri dodici giorni, poi mi venne fatto un altro tampone. Mi venne di nuovo confermato l’esito negativo; a quel punto fui riportato finalmente al reparto penale, dove solitamente sono recluso. Questo isolamento è stato particolarmente duro. Quasi un mese di cella, ventiquattro ore su ventiquattro, senza mai uscire, che va aggiunto al mese di isolamento per il dopo-rivolta di marzo e all’altro mese per il primo lockdown. Questi giorni non finivano più.

All’inizio ho cercato di non far sapere ai miei famigliari che ero in isolamento per il Covid, ma poi, dato che i colloqui non li faccio da tempo, il fatto di non utilizzare neppure le video-chiamate li ha fatti angustiare di più. E, quindi, per fare in modo che non andassero nel panico, ho fatto arrivare a loro la notizia. In quei giorni interminabili di reclusione totale vedevo solo il detenuto/lavorante; il medico passava una volta al giorno, ogni tanto due. Poi c’era il giro dell’infermiere la mattina e la sera. Gli agenti si facevano vedere poco, avevano molta paura del contagio e, quando arrivavano, erano tutti bardati con strumenti protettivi. Ho pensato molte volte a mia madre, alla mie sorelle e ai miei nipotini. Spesso ho riflettuto sulla morte e su come sarebbe stata la mia vita se mi fossi ammalato davvero. Non so dire se, effettivamente, avevo paura per la mia vita. Piuttosto temevo di non potere più vedere i miei cari e la cosa mi faceva andare giù di testa.

Ho avuto comunque anch’io i miei momenti di panico, pensavo al fatto che qua in carcere non conto niente, che non sono nessuno, perciò vivo o morto sarebbe stato uguale. In quegli attimi mi sono ricordato di un vecchio detto del mio paese: “La carne davanti al macellaio non può dire nulla. Lui la taglia a pezzi e decide solo lui come tagliarla”.

Un’altra ossessione è stata la preoccupazione di rimanere infettato dal lavorante. Questo detenuto passava da una cella all’altra del reparto Covid, protetto il giusto. Io tutte le volte che ho potuto non ho preso niente dal carrello della cucina. Compravo qualcosa di confezionato alla spesa del sopravvitto e mangiavo quello. Chi, invece, non aveva quella possibilità, chi non aveva nemmeno gli spiccioli per comprarsi il tabacco, era messo ancora peggio. Tante volte ho sentito le urla di disperazione di chi, in cella, non aveva nulla, perché non aveva soldi per fare la spesa. Quante notti sono stato svegliato da chi gridava per avere una sigaretta.

Mettete insieme tutte queste cose e unitele alla paura dell’infezione, non vi sarà difficile capire come farsi prendere dalla disperazione diventi quasi normale. Per esempio, un mio paesano, rinchiuso anche lui al reparto Covid, una sera sbraitava come un indemoniato, gridava che non ce la faceva più, che si voleva uccidere. Le guardie, dal corridoio, gli dicevano di calmarsi e di non fare cazzate, lui, naturalmente, non ne voleva sapere di quei consigli inutili. Chiesi agli agenti di aprirmi e che mi lasciassero andare a parlargli. All’inizio non ne volevano sapere, poi anche loro si convinsero che forse era la cosa più intelligente. Andai davanti alla cella di quell’uomo e gli dissi che la nostra religione, come aveva aiutato me, poteva aiutare anche lui. Se lui si fosse suicidato, la sua vita sarebbe finita lì, ma per la sua famiglia e per i suoi figli come sarebbe stata? Cosa avrebbero pensato di lui? Gli ho parlato e sono riuscito a calmarlo e la cosa è stata molto utile anche a me.

Per fortuna questa storiaccia del Covid, qua dentro, non sembra così allargata come lo era un mese fa. I numeri attuali non danno l’impressione di essere molto alti e ci dicono che si riesce a tenere il tutto sotto controllo. Da un po’ di tempo sono stati riaperti gli spazi dell’aria, la palestra invece è ancora chiusa, ma questo succede anche fuori. Questa “mezza normalità” mi permette di riprendere, anche se non a pieno regime, la vita a cui mi ero attrezzato per resistere… E, per passare il tempo, tornerò a contare i giorni che mi mancano alla fine della pena. Il miraggio della libertà è per tutti noi il fondamento delle nostre giornate da reclusi. Spero soltanto che, quando me ne andrò da qua, anche il Covid se ne sia andato, non ce la farei a sottostare ad altre limitazioni.

Lettera firmata




Fonte: Zic.it