Gennaio 5, 2023
Da Dinamo Press
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“La militanza di opposizione, e ancor più quando clandestina e armata, è doppiamente trasgressiva nei confronti delle donne: trasgredendo l’ordine sociale vigente, ma anche i modelli culturali che vengono loro imposti in quanto donne”: con queste parole  Marta Vassallo  in Dos veces transgresoras (2014) – il racconto del ruolo delle combattenti ed ex combattenti colombiane nella rivoluzione armata antigovernativa, cominciata negli anni Sessanta – pone l’accento sulla doppia trasgressione che le donne portano avanti: quella contro l’ordinamento giuridico di uno Stato oppressore e quello contro lo status quo, che le relega a soggetti invisibili nello spazio politico e pubblico.

È per la natura propria della lotta femminile che le combattenti donne hanno molto più in comune con le ribelli di tutto il mondo del loro stesso sesso, piuttosto che con i propri connazionali uomini. Scardinano la convinzione per cui gli uomini stanno alla guerra come le donne stanno alla pace: un’equivalenza che si incrina nell’esatto momento in cui una donna si impone nello spazio pubblico per proteggere sé stessa e le sue compagne.

Nonostante rivendicazioni, religioni e popoli differenti, si possono, infatti, disegnare fili invisibili che attraversano i continenti e che, partendo dalla Colombia, arrivano nelle piazze dell’Iran, dove altre donne stanno lottando contro uno Stato che le opprime e contro una morale che le confina a ruoli che non le rappresentano. Non è un caso che lo slogan che si canta è “Jin, Jiyan, azadî” – “donna, vita, libertà” – nato in Rojava, a riprova del carattere differenziale di questa rivoluzione.

Il movimento di protesta delle donne curde non si è mai nascosto dietro valori neutrali e universali quali la “liberazione dell’umanità”, ma ha da sempre sottolineato come l’emancipazione dell’essere umano dovesse passare attraverso la liberazione delle donne: le soggettività che maggiormente subiscono i danni della subordinazione patriarcale. Se gli uomini lottano per rovesciare il potere che li opprime, le donne mettono in discussione il concetto stesso di potere, tradizionalmente associato al maschile. In un mondo patriarcale in cui la supremazia è strettamente legata all’utilizzo della forza, quando le donne divengono soggetti che negoziano i loro diritti attraverso la resistenza, è la base teorica del potere tradizionalmente inteso a vacillare.

È per questo che le parole di Azar Nafisi, autrice di Leggere Lolita a Teheran, ospite al Festival della piccola e media editoria a Roma, suonano particolarmente calzanti: “è il regime ad avere paura, non più il popolo”. Si sta abbandonando la via del riformismo per abbracciare quella della rivoluzione.

La storia del movimentismo iraniano parla chiaro sul ruolo centrale che le donne hanno avuto nella messa in discussione del potere. Le proteste scoppiate dopo la morte di Masha Amini non sono le prime che infiammano le strade iraniane.

Infatti, nonostante la Costituzione iraniana millanti parità sociale, politica ed economica tra uomini e donne, appaiono evidenti le differenze imposte internamente alla popolazione. Già negli anni Ottanta, sotto il regime di Khomeini, le donne rivendicavano una voce collettiva. Quelle donne che nel 1963, sotto la dinastia Pahlavi, avevano acquisito il voto attivo e passivo, e che nel 1979 – con l’insediamento di Khomeini – avevano subito le riforme del codice di famiglia, con una stretta alla loro libertà e autodeterminazione. È in quell’anno che l’8 marzo, in una data più che simbolica per i diritti delle donne, nonostante la neve, le donne iraniane decidono di non coprirsi e scendere in piazza.

È “l’ultimo giorno senza velo”, immortalato negli scatti della fotografa iraniana Hengameh Golestan: più di centomila presenze femminili in piazza a Teheran senza hijab; tremila persino a Qom, la città santa dell’Iran. È ancora l’imposizione del velo ad essere stata la miccia delle proteste che infiammano le città iraniane da oltre cento giorni, ma è contro il soffocamento delle restrizioni morali in genere che le donne iraniane cercano di svincolarsi. Se nelle piazze sono regolamentati i loro abbigliamenti, limitata la loro libertà di parola, o di accesso allo spazio pubblico e all’istruzione; nel privato sono esortate ad adempiere ai “doveri coniugali generali”, come la cura della propria igiene personale per compiacere il marito, o a quelli “particolari”, come l’essere sempre disponibile ad avere rapporti sessuali voluti dall’uomo, pena il suo diritto al non mantenimento, secondo l’articolo 1108 del codice civile dell’Iran.

Quindi, oltre alle figure particolari come quella di Ebrahim Raisi, Presidente della Repubblica islamica dell’Iran, e di Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, nel mirino delle rivolte c’è l’imposizione dei valori morali in quanto tale, e il clima di terrore che ne consegue. 

Se poi, a mettere in discussione la norma, non sono solo uomini ma anche donne, la repressione acquisisce un carattere completamente diverso. Secondo un’inchiesta del The Guardian, diversi medici, in queste settimane occupati nelle operazioni di soccorso dei manifestanti, hanno dichiarato che le ferite riportate sui corpi differiscono per genere. Sono centinaia i “proiettili uccelli” che vengono estratti dalla schiena degli uomini e dall’apparato genitale delle donne. La polizia iraniana punta le proprie armi contro i genitali, il seno e il volto delle rivoltose, e lo fa solo con loro.

La volontà non è solo quella di inibire le manifestazioni, ma anche quella di silenziare le manifestanti in quanto donne. “Il mondo sociale costruisce il corpo come realtà sessuata e come depositario di principi di visioni e di divisione sessuanti”, scrive Pierre Bourdieu ne Il dominio maschile; e i corpi delle donne, nei conflitti armati, non sono mai stati riconosciuti come soggetti della lotta ma come oggetti su cui, attraverso lo stupro di guerra, esercitare un potere. “Sono le differenze visibili tra il corpo femminile e il corpo maschile (..) che divengono il garante più perfettamente indiscutibile di significazioni e valori che sono in accordo con i principi di essa”, continua il sociologo francese.

Per il governo iraniano, il corpo delle donne non è solo un luogo fisico e simbolico attraverso cui ristabilire la gerarchia tra Stato e suddito, ma anche tra uomo e donna. Sono i “corpi del reato”, di cui parla la sociologa Anna Simone, ad essere il soggetto della rivoluzione in Iran: corpi che il governo vorrebbe che camminassero velati e in silenzio, e che invece rivendicano il diritto di urlare a gran voce il loro posizionamento nel mondo. Con un velo indossato per propria volontà e credo. 

Immagine di copertina di ascaro41 da Openverse




Fonte: Dinamopress.it