Ottobre 25, 2021
Da Il Manifesto
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Questa è la storia di un piccolo negozio di fiori, a Milano, che smonta un bel po’ di luoghi comuni sui calabresi e sulla cultura clanica quando non è roba di mafia, ma un modo di intendere la vita. Circa tre anni fa il fiorista prende il posto di un venditore di stampanti stanco e fumino. Al posto della triste vetrina a una luce illuminata da una ancor più deprimente insegna, compare la scritta Fiüri e, dentro il negozio, un rigoglio di piante. I due giovani gestori, Fernando e Laura, sapendo quanto possa essere rischioso affidarsi a una sola categoria merceologica e conoscendo il bisogno di ritrovi gentili a Milano, all’interno allestiscono anche un piccolo bar. Curiosa oggi, prendi un caffè domani, il fiorista diventa un luogo di riferimento per chi cerca qualcosa di diverso dai bar con grattaevinci o con tavola calda a menù fisso o con arredi per fighetti da salotto. Nel giro di pochi mesi si assiste a una migrazione inesorabile di clienti dalla sciccosissima pasticceria lì vicino ai fioristi/baristi. Adesso, lì incontri gente di ogni età che compra piante per l’appartamento, donne che regalano fiori a se stesse, amiche che si ritrovano per chiacchierare, cassiere del vicino supermercato che vengono per la pausa caffè, ingegneri che stanno ricostruendo un palazzo lì accanto (ne ho beccato uno che faceva colazione a pane e nutella), mamme con figli, solitari che leggono il giornale, insomma una specie di famiglia allargata del quartiere e non solo.

LE RAGIONI di questo successo sono molteplici e hanno a che fare con il senso dell’accoglienza. Quando entri e vedi cosa i due ragazzi sono riusciti a infilare lì dentro, pensi che Le Corbusier si sarebbe innamorato di questo posto per come hanno sfruttato e arredato ogni pertugio. In circa quattro metri per dieci sviluppati su due piani sono riusciti a infilare un angolo bar provvisto di tutto, un tripudio di piante, tavolini con relative sedie e poltrone, uno spazio per curare il verde, uno sgabuzzino, un bagno, una scala che porta al soppalco. Il tutto è arredato con mobili recuperati dai mercatini, e ridipinti. Persino le tazzine, rigorosamente spaiate, sembrano provenire da qualche soffitta. A completare il senso di casa contribuiscono i due gestori che, se compri una pianta, ti offrono il caffè, non ti chiedono nulla se vuoi rinvasare un gelsomino e te lo portano pure a destinazione se è troppo pesante.

DA POCHI MESI, appoggiata all’esterno della vetrina, è comparsa una panchina rossa, di quelle da asilo di un tempo, che adesso viene chiamata La panchina dell’amicizia perché lì ci si ferma a fare due chiacchiere. Ammirata da tanta perizia e inventiva, un giorno ho chiesto a Fernando se hanno un passato da architetti o commercianti. Mi ha risposto: «Io vengo dall’informatica, ma ho sempre avuto la passione per il design. Abbiamo fatto tutto da soli, ristrutturazione, impianti, rivestimenti, pittura dei muri e persino la scala. Sai, noi siamo calabresi e in famiglia c’è sempre qualcuno che sa fare il muratore, l’idraulico, l’elettricista, il falegname, il fabbro. Tutti hanno fatto qualcosa, tutti hanno collaborato, tutti hanno aiutato».
Il clan, in senso stretto, indica uno o più gruppi di persone unite da parentela che di per sé non è né negativa né positiva, dipende da come la si interpreta e vive, come tutti i legami. Adesso, quando mi siedo sulla panchina dell’amicizia e chiacchiero con Fernando, penso a quanto sarebbe più triste questo angolo di Milano senza quel clan calabrese che sa che cosa significa star bene e ha voglia di condividerlo, anche se non sai piantare un chiodo.

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Fonte: Ilmanifesto.it