Settembre 7, 2022
Da COMIDAD
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Avventurarsi nelle precisazioni è sempre una pratica molto insidiosa, poiché ciò che si dice rispetto ad un certo contesto, viene spesso percepito come una tesi assoluta. Il tentativo di contrastare le banalizzazioni e le caricature può essere strumentalizzato per alimentare altre banalizzazioni e caricature. La morte di Michail Gorbaciov è stata l’occasione per riproporre la dicotomia tra un Gorbaciov liquidatore, più o meno volontario, del comunismo e dell’impero sovietico, ed un Putin che invece si pone come restauratore dell’imperialismo russo. Si è anche diffusa l’immagine di un Gorbaciov che, come Alice nel Paese delle Meraviglie, si sarebbe affidato ingenuamente alle vaghe rassicurazioni americane di non espandere la NATO ad est. In base a questa dicotomia ed a questa immagine, Gorbaciov può assurgere sia ad icona positiva del politicamente corretto, sia ad icona negativa del cosiddetto sovranismo.
Le cose in realtà sembrerebbero più complicate di così. Il fatto che Gorbaciov abbia preso atto dell’insostenibilità economica dell’impero sovietico nell’Europa Orientale, non implica affatto che egli avesse intenzione di rinunciare al ruolo di contenimento rispetto all’imperialismo USA. Se si prende ad esempio un caso specifico come l’atteggiamento nei confronti di un Paese alleato come l’Iraq, allora non regge per niente la dicotomia tra un Gorbaciov remissivo e un Putin aggressivo. L’operazione “Desert Storm” del 1991 è stata l’apoteosi della propaganda bellica occidentale, anche per l’ingresso di un nuovo soggetto mediatico, la CNN; ma sul piano degli effettivi risultati militari l’operazione non fu affatto un trionfo. Ogni volta che qualche notizia concreta è riuscita a rompere il diaframma della propaganda, questa veniva smentita. L’efficacia della contraerea irachena fu dimostrata dalla quantità di piloti occidentali catturati ed esibiti in TV; ma l’aspetto più clamoroso riguardò il fallimento del sistema antimissile americano “Patriot”, che venne “bucato” più volte dagli antidiluviani “Scud” iracheni (in pratica delle V2 della seconda guerra mondiale). Nelle ultime ore di guerra i fisici balistici russi che assistevano l’Iraq, vollero lasciare un loro inconfondibile marchio di fabbrica, colpendo con precisione millimetrica una caserma americana a Riad, collocata proprio davanti all’albergo dei giornalisti, in modo da evitare occultamenti dei danni. Tutto ciò non trasforma certamente Gorbaciov in campione dell’antimperialismo, ma si deve notare che invece nel 2003, in epoca Putin, l’Iraq non ricevette alcuna assistenza militare dalla Russia. Nel 2011 un’altra alleata della Russia, la Libia di Gheddafi, fu ugualmente abbandonata di fronte all’aggressione della NATO.
Un caso in cui invece l’immagine di un Gorbaciov/Alice ha una sua attendibilità, riguarda la fondazione di Gazprom nel luglio del 1989. L’allora ministro dell’industria del gas, Viktor Chernomyrdin, divenne presidente di Gazprom, con la prospettiva di giganteschi contratti di fornitura verso la Germania. Solo in base ad una concezione un po’ astratta e intellettualistica della politica, Gorbaciov può aver pensato di tenere sotto controllo un personaggio dotato di una tale potenza finanziaria. Anche chi non sia corruttibile dal denaro, può rimanere comunque suggestionato dagli effetti del denaro stesso, con le bolle mediatiche ed i mondi virtuali che esso crea. L’interesse di Gazprom era quello di trasformare al più presto i sudditi dell’impero in clienti paganti del gas russo, quindi si è creato un incentivo allo smantellamento dell’Unione Sovietica. Il sodalizio tra Chernomyrdin e Eltsin in effetti portò rapidamente ad una liquidazione politica di Gorbaciov. Chernomyrdin, nonostante la sua posizione di azionista di Gazprom, fu primo ministro dal 1991 al 1998 con la presidenza Eltsin; poi nel 2001 Putin si liberò di lui spedendolo a fare l’ambasciatore in Ucraina; e, visti i risultati, deve aver combinato guai anche lì.
Chernomyrdin aveva completamente privatizzato Gazprom, mentre Putin ha fatto parzialmente marcia indietro, assegnando al governo russo il controllo del 50% delle azioni. Ciò non toglie che tra gli azionisti di Gazprom si annoverino tuttora i soliti fondi di investimento come Vanguard Group e Blackrock. A differenza dell’Unione Sovietica, la Russia attuale non rappresenta una sfida di sistema nei confronti del Sacro Occidente, poiché non prospetta alcun modello sociale alternativo.

Le Borse Valori nacquero più di quattro secoli fa come espediente per spostare reddito da un gruppo sociale all’altro: si creano valori fittizi che assorbono la ricchezza reale creata dal lavoro. Nello stesso periodo nascevano anche i primi media, le gazzette, per riportare i bollettini della Borsa e cantarne le gesta. Il problema quindi non è soltanto che i banchieri possiedono giornali e TV, ma soprattutto che Borse e media sono organici, fanno sistema per loro stessa natura e funzionano per effetti di rimbalzo tra bolle finanziarie e bolle mediatiche. D’altra parte gli eccessi della propaganda occidentale, miranti a mostrificare la Russia, l’hanno collocata in una sorta di bolla mediatica di alterità che rischia di esercitare un certo fascino sulle masse occidentali così duramente provate dagli avventurismi delle lobby finanziarie. Mentre il mitico ENI che fu di Enrico Mattei è diventato una banda di parassiti che lucra sulle disgrazie del proprio popolo, i media discettano su come cuocere la pasta senza consumare gas: i leggendari troll russi avrebbero potuto inventare qualcosa di più efficace di queste tenaglie tra danno e beffa?

In Italia l’unico uomo politico che sembra preoccuparsi dei vantaggi che l’imperialismo russo potrebbe trarre dai disastri sociali determinati dallo strapotere della finanza, è un esponente della cosiddetta prima Repubblica, l’ex ministro andreottiano Paolo Cirino Pomicino. L’attuale esplosione dei prezzi delle materie prime non è riconducibile a cause strettamente economiche. Cirino Pomicino, in un articolo sul “Foglio”, dimostra facilmente che la finanziarizzazione del mercato delle materie prime lo ha totalmente distaccato dalle esigenze della produzione e del consumo, con effetti devastanti sulle condizioni di vita delle persone. La domanda viene posta nel consueto lessico mitologico: le democrazie occidentali possono sostenere lo scontro con l’autocrazia russa se non riescono a tutelare i propri cittadini contro la finanza? Traducendo in termini meno politicamente corretti, Pomicino in pratica dice che durante la guerra fredda si è dovuto accettare un certo grado di mediazione sociale per ottenere consenso interno, per cui è pericoloso non farlo ora che il confronto imperialistico si riaccende.
Pomicino ammette che ci si trova di fronte ad una concentrazione spaventosa di potere finanziario e mediatico, ma fideisticamente conclude che la politica potrebbe fare “molto” per ricondurre la finanza ad un ruolo subordinato all’economia. In realtà l’imperialismo “maturo” (o fradicio) ha annichilito la politica, per cui ormai il Sacro Occidente è un dispositivo automatico, una mera macchina lobbistica; cosa che però non esclude conflitti interni alle oligarchie, anzi, gli scontri tra lobby d’affari sono più cruenti delle diatribe ideologiche. La Russia e la Cina invece hanno ancora una leadership politica poiché sono imperialismi immaturi, arretrati; e sono rimasti arretrati proprio a causa dell’ostilità occidentale che ne ha bloccato lo sviluppo con l’arma delle sanzioni. Anche il militarismo russo ha recuperato un protagonismo politico grazie al fatto che il potere interno di Gazprom viene ostacolato dalle sanzioni. Se l’affare North Stream 2 fosse andato in porto, la pioggia di soldi che si prospettava avrebbe probabilmente tacitato le velleità revansciste dell’esercito russo.




Fonte: Comidad.org