Marzo 9, 2022
Da Il Manifesto
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La promessa – Il prezzo del potere, opera seconda del regista francese Thomas Kruithof presentata alla Mostra di Venezia (Orizzonti), è un film che pur in modo discontinuo fa riflettere su temi centrali del nostro vivere insieme, del nostro condividere spazi e tempi dell’esistenza. A partire dal titolo stesso, La promessa, arricchito nella versione italiana da una superficiale didascalia che tende a polarizzare l’azione politica tra due estremi. Da un lato, quelli che mantengono le promesse, dall’altro, quelli che le disattendono. Da una parte chi rifugge il potere per un bene collettivo, dall’altra chi è disposto a pagare qualsiasi prezzo per il successo personale. Il semplice plurale dell’originale francese, Les promesses, forse aderisce meglio al caos del cosiddetto mondo della doxa. Nella pluralità (incontrollata e incontrollabile) si fanno promesse, appunto, si aspira a ottenere qualcosa per e con tutti. E non vi è alcuna garanzia di successo, proprio perché nella inestricabile molteplicità della realtà vi è sempre qualcosa che sfugge all’intenzione, alla volontà che le cose prendano una direzione e non un’altra. Non il potere come forza, dunque, ma come possibilità, come poter essere…o non essere.

CLÉMENCE, il sindaco di una città vicino Parigi, e il suo capo di gabinetto Yazid, due persone molto diverse eppure straordinariamente in sintonia, sanno quanto sia fragile la relazione tra un’azione premeditata e il suo effetto. Proprio per questo combattono con passione, senza mai tirarsi indietro. Lottano in nome della collettività che rappresentano, consapevoli di essere costretti ad affrontare in qualsiasi momento il non previsto, l’ostacolo costituito da una delle tanti parti in gioco, che siano cittadini scontenti, burocrati statali che hanno perso di vista il senso autentico della politica, imprenditori che mirano ad arricchirsi incuranti delle macerie che producono con la loro spregiudicatezza. Il film di Kruithof, scritto insieme a Jean-Baptiste Delafon, riprende un frammento importante della vita di Clémence e di Yazid, ottimamente interpretati da Isabelle Huppert e Reda Kateb. La camera li segue nell’atto finale del loro mandato. Clémence ha già fatto sapere che non si ricandiderà. Ad amministrare la città ci penserà la sua erede, Naidra, che dopo l’apprendistato è pronta ad assumere il comando. Prima, però, è necessario portare a termine un progetto che permetterà a migliaia di cittadini di avere un luogo certo dove vivere. Il governo statale, infatti, sta per assegnare a vari comuni milioni di euro destinati alle emergenze abitative. E la giunta guidata da Clémence è a un passo dall’aggiudicarsi uno di quei finanziamenti.

LE COSE però non prendono la via desiderata, le tessere del mosaico faticosamente assemblate, assumono una forma non prefigurata. E per Clémence inaspettatamente inizia un processo corrosivo che la porta a mutare prospettiva. Non solo per la sorprendente proposta di diventare ministro ma, soprattutto, perché dentro di lei si inverte il rapporto tra mezzo e fine. Se prima era prioritario raggiungere il potere per realizzare un’idea a favore della collettività, ora la grande impresa è strumento fittizio da mostrare agli altri per preservare l’indiscusso ruolo di capo. E così la promessa è surclassata da atti unilaterali che fissano l’umano in un eterno presente e in uno spazio dove la diseguaglianza e l’ingiustizia sociale sono considerate un destino quasi soprannaturale. Solo ritrovando il senso autentico dell’agire politico (e del promettere), Clémence e Yazid potranno nuovamente spingere la collettività a evadere dallo stallo di un tempo congelato.




Fonte: Ilmanifesto.it