Ottobre 26, 2021
Da Il Manifesto
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«Mi chiedo se questo film possa essere condiviso non solo con le donne che hanno vissuto all’epoca ma anche con quelle di oggi, con gli uomini e con coloro che sono contrari all’aborto». Le parole di Audrey Diwan, regista del film vincitore del Leone d’Oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia, aprono uno squarcio su un tema ancora attuale. La prossima settimana, il 4 novembre, La scelta di Anne uscirà nelle sale italiane in anteprima mondiale, precedendo la Francia. La versione originale è chiamata L’evenement, come il romanzo autobiografico di Annie Ernaux da cui è tratto il film, che ripercorre le difficoltà attraversate dalla scrittrice all’inizio della sua carriera universitaria quando nel 1963 decise di porre fine ad una gravidanza indesiderata ricorrendo ad un aborto clandestino, rischiando così la detenzione oltre alla vita stessa.

IL TITOLO ITALIANO, spiegano i distributori, è stato pensato per evitare polemiche, probabilmente perché è focalizzato sulla singola decisione della protagonista e non allarga troppo un dibattito che potrebbe risultare spinoso, considerato che nel nostro Paese la percentuale dei ginecologi obiettori sfiora il 70% e che interrompere una gravidanza è tutt’ora un’esperienza complessa e traumatica. Nella cornice di Villa Medici a Roma, Audrey Diwan e l’attrice protagonista Anamaria Vartolomei hanno risposto ad alcune domande per approfondire le tematiche del film. Rispetto al confronto con la grande scrittrice, la regista racconta che Ernaux ha trovato la sua sceneggiatura «giusta» dopo numerosi colloqui: «La prima cosa che ho fatto è stato parlare con lei per capire se potevo trovare il mio percorso attraverso il suo. Abbiamo passato molte ore a studiare il suo libro, mi ha raccontato anche tanti elementi che ne erano rimasti fuori». L’attrice non ha invece potuto incontrarla per via del lockdown, «ma è stato un bene, perché mi ha permesso di non imitarla e così mi sono presa molte più libertà. Mi sono nutrita della collera che ho provato leggendo il romanzo e del desiderio di difendere questa ragazza. Ho all’incirca la stessa età e ho vissuto esperienze analoghe, ho percorso il cammino del desiderio, della solitudine. Sono molto cresciuta con questo personaggio» ha raccontato Vartolomei, la cui ottima interpretazione è stata riconosciuta da più parti.

Un ritratto della regista Audrey Diwan

TORNANDO AL TEMA principale del film, Diwan ha poi affermato che il problema non è scomparso con la conquista del diritto all’aborto sul piano normativo, «malgrado la legge continua ad esserci un’onta, una vergogna sociale legata al fatto che non si osa parlare dell’argomento. Quando non c’è la possibilità di avere uno scambio, ci si sente sole». Proprio il silenzio e la solitudine sono due temi ricorrenti considerato che la protagonista non riesce a trovare un aiuto da parte di nessuna delle persone a lei care, tanto erano scarse le conoscenze sull’argomento e forti i tabù ancora da infrangere. Colpisce però come questo vissuto doloroso spinga Anne a trovare se stessa, a conoscersi maggiormente, a capire quali fossero i suoi reali desideri. Un vero e propio evento quindi, foriero di trasformazione. La scelta di abortire viene infatti presa con determinazione, frutto del desiderio di continuare a studiare per emanciparsi da una situazione famigliare tutt’altro che agiata.

LA QUESTIONE DI CLASSE non è al centro della narrazione ma condiziona fortemente i comportamenti dei personaggi, in una società come quella degli anni ’60 dove non solo per gli uomini era finalmente possibile pensare di migliorare la propria condizione sociale. La gravidanza era allora «quella malattia che viene solo alle donne e che le trasforma in casalinghe», come viene affermato nel film. Anne affronta quindi il dolore a viso aperto, un approccio che trova una corrispondenza con quello della regista che ha talvolta privilegiato la lunghezza delle inquadrature perché «per far provare un dolore bisogna stabilire una relazione con il tempo, la difficoltà era proprio trovare la giusta durata dei piani affinché si potesse trasmettere una sensazione, senza risultare eccessivi».
Diwan ha infine ribadito come il film punti ad aprire un dibattito: «Mi interessa discutere con coloro che sono contrari all’aborto per capire dove si situi la loro resistenza nei confronti della libertà di scelta della donna. Credo che rispondere ribadendo la propria fede cattolica non basti, non si tratta di una posizione teorica ma di come si reagisce osservando la sofferenza e il rischio che le ragazze debbono attraversare. Non capisco come non si cambi idea sull’argomento semplicemente da un punto di vista umano», una domanda importante su cui riflettere.




Fonte: Ilmanifesto.it