Ottobre 1, 2021
Da Umanita Nova
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Ci avviciniamo a grandi passi allo sciopero generale del prossimo 11 ottobre, che riguarderà naturalmente anche tutte le lavoratrici e i lavoratori del comparto scolastico e delle strutture educative. Innanzitutto è importante sottolineare che questo sarà il primo sciopero, dopo diversi anni, proclamato dall’insieme delle sigle che compongono il sindacalismo di base e conflittuale. Un fatto non banale e non scontato, poiché le differenze – anche non marginali – tra le diverse organizzazioni sindacali hanno fatto sì che negli ultimi anni non si arrivasse a costruire iniziative unitarie così vaste e plurali.

Nel mondo della scuola già lo scorso anno il tentativo era stato quello di superare le divisioni e confrontarsi su un percorso unitario. Lo sciopero generale della scuola del 14 febbraio 2020 andava infatti in questa direzione: collegare le diverse lotte e farle confluire in un’iniziativa unitaria, combattiva e radicale. Uno sciopero e una giornata riuscita, grazie soprattutto al lavoro della rete messa in piedi dal Coordinamento Precari Autoconvocati, non al punto però di coinvolgere tutte le sigle di base e non al punto di creare davvero un punto di rottura.

A un anno e mezzo di distanza si ripropone un percorso simile, stavolta però non limitato al mondo della scuola ma esteso a tutte le categorie pubbliche e private. Una scommessa non da poco.

Nei fatti coloro che vivono la scuola – studentesse e studenti, insegnanti, personale ATA, educatori ed educatrici – hanno pagato un prezzo altissimo dall’inizio della pandemia ad oggi ed anche quest’anno, con la riapertura delle scuole a settembre, non si vedono miglioramenti di sorta. Chiusure a singhiozzo, riproposizione di classi con 27/30 alunni in spazi angusti e inadatti (le cosiddette “classi pollaio”), fino ad arrivare alla farsa delle GPS.

L’assegnazione delle cattedre a precari e precarie tramite le graduatorie provinciali per le supplenze è stata infatti costellata da una marea errori e falle nel sistema informatico che le governava, senza che il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi se ne assumesse la benché minima responsabilità e scaricando tutto il caos sui diretti interessati , ovvero sulle lavoratrici e sui lavoratori precari. I precari e le precarie sono coloro che al momento stanno reggendo nella pratica il sistema scolastico, garantendo le supplenze e la continuità didattica, ma il loro ruolo non è minimamente riconosciuto né valorizzato.

Da due anni a questa parte inoltre non si vede traccia di investimenti sostanziali, ma unicamente di toppe e rattoppi che spesso si rilevano inutili o addirittura controproducenti. Nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), approvato a luglio 2021, appena 3,90 miliardi di euro – su 30,88 miliardi totali attribuiti al comparto “istruzione e ricerca” – sono destinati alla messa in sicurezza e riqualificazione degli edifici scolastici. I restanti sono finalizzati ad accrescere la competitività e il legame scuola-lavoro, rendendo esplicita la subalternità della scuola nei confronti delle imprese e la produzione di forza-lavoro fin dalla scuola primaria, attraverso il potenziamento di strumenti come i test INVALSI e una presenza sempre più massiccia delle stesse imprese all’interno delle scuole. Nessuna menzione invece per quanto riguarda i salari delle lavoratrici e dei lavoratori scolastici, tra i più bassi nell’Unione Europea, o la messa in ruolo del personale precario, sempre più consistente e sempre più sfruttato.

I contenuti della proclamazione dello sciopero, per quanto riguarda il settore pubblico, sono chiari:

– Rilancio degli investimenti pubblici nella scuola, nella sanità e nei trasporti.

– Contro la privatizzazione, la mercificazione e lo smantellamento dei servizi pubblici essenziali, dei settori fondamentali, di pubblica utilità e delle infrastrutture.

– Contro i progetti di autonomia differenziata e le attuali forme di regionalizzazione: per l’uguaglianza dei diritti e dei servizi su tutto il territorio nazionale.

A questi si accompagnano le rivendicazioni più legate al mondo della scuola, fatte proprie dai sindacati più interni a questo settore:

– Investimenti massicci nell’edilizia scolastica, sia a breve sia a lungo termine.

– Riduzione del numero degli alunni per classe.

– Assunzione di tutto il personale con almeno tre anni di servizio e abbandono dell’algoritmo per gestire le graduatorie.

– Adeguamento salariale di tutto il personale nel rinnovo del CCNL e raggiungimento dei salari nella media europea.

Non si può far finta di ignorare che in questo momento al centro del dibattito pubblico, in tutti i settori lavorativi ma in particolare nel mondo della scuola, c’è la questione green pass. Su questo giornale la questione è già stata affrontata nei giusti termini [vedi UN n. 27 Green Pass e dintorni e UN n. 28 Scuola, Tasse, Reddito e Un’occasione non rituale] e quindi non è necessario dilungarsi oltre.

Ad avviso di chi scrive il rischio più grosso è che tale argomento, su cui effettivamente c’è una divergenza quantomeno di priorità all’interno degli stessi settori più combattivi, rischi di offuscare le reali ragioni dello sciopero, che sono a monte anche dell’adozione di questo strumento di controllo da parte del governo.

La posta in gioco è infatti altissima. Rimettere al centro la lotta per il diritto ad un salario dignitoso, alla salute di chi lavora e di chi usufruisce di un servizio essenziale come quello scolastico, alla libertà di insegnare senza ingerenze e di fare attività sindacale nelle scuole è l’obiettivo di una mobilitazione che vede nella giornata dell’11 ottobre il suo nucleo fondamentale ma può e deve svilupparsi anche nei mesi successivi, dal basso e con pratiche assembleari e autogestionarie. Lavorando in questa direzione sarà possibile fare della giornata di sciopero generale non una scadenza rituale ma un punto di rilancio reale delle lotte nella scuola e non solo.

Da qui all’11 ottobre sarà nostro compito diffondere e rendere visibile lo sciopero a tutte le lavoratrici e i lavoratori, in tutte le strutture scolastiche ed educative e a tutti i livelli. Unicamente facendo fronte comune e superando le differenze di funzioni e ruolo sarà possibile renderlo efficace in tutti i settori e in tutti i territori in cui si realizzerà. Al momento in cui scriviamo lo sciopero generale è nazionale e riguarda tutti i settori pubblici e privati, tranne in alcuni Comuni di Trentino Alto Adige, Sardegna e Sicilia dove, per motivi di carattere elettorale, alcuni settori sono esclusi dallo sciopero, come il trasporto pubblico locale e il settore delle Regioni – Autonomie locali.

Raffaele Viezzi (Usi-Cit Educazione)




Fonte: Umanitanova.org