Ottobre 6, 2021
Da Il Manifesto
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Cibo ed energia dai campi agricoli. Si torna a parlare di fotovoltaico a terra in agricoltura, ma con alcuni paletti che dovrebbero scongiurare il rischio delle monoculture elettriche e la fuga dai campi. Quando il Conto Energia rese i campi fotovoltaici più remunerativi di ogni raccolto, nel 2012 si dovettero vietare gli incentivi per non compromettere la produzione agricola. Il nuovo approccio si chiama oggi agro-voltaico: produzione energetica e agricola si integrano, convivono, non competono per gli spazi, e l’una non scalza l’altra. I pannelli sono avvitati nel terreno, non si usa cemento per fissarli, sono distanziati ed elevati dal suolo per permettere il passaggio dei macchinari agricoli o il pascolo degli animali.

IL TERMINE AGRO-VOLTAICO è contenuto nel Pnrr che prevede una misura per 1,1 miliardi di euro per installare impianti agro-voltaici per una capacità di 1,04 GW, con il duplice obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra e di rendere il settore agricolo più competitivo. Il testo è chiaro: creare «sistemi ibridi agricoltura-produzione di energia che non compromettano l’utilizzo dei terreni dedicati all’agricoltura» e monitorare la loro efficacia «con la raccolta dei dati sia sugli impianti fotovoltaici sia su produzione e attività agricola sottostante, al fine di valutare il microclima, il risparmio idrico, il recupero della fertilità del suolo, la resilienza ai cambiamenti climatici e la produttività agricola per i diversi tipi di colture».

ULTERIORI INDICAZIONI sull’agro-voltaico sono contenute nel decreto Semplificazioni che ha introdotto una deroga parziale al divieto di incentivi del 2012 qualora si adottino «soluzioni integrative innovative con montaggio dei moduli elevati da terra, anche prevedendo la rotazione dei moduli stessi, comunque in modo da non compromettere la continuità delle attività di coltivazione agricola e pastorale».

IN COLDIRETTI PREVALE la cautela, impegnati come sono a contrastare, in Sicilia come in Veneto, impianti di fotovoltaico a terra da parte di multinazionali, con soluzioni che non permettono il doppio uso del suolo. «In provincia di Rovigo, a Loreo, ci siamo trovati di fronte a Shell, una compagnia petrolifera che vuole investire nel fotovoltaico ma non ha nessun interesse a promuovere l’agricoltura – ci dice Stefano Masini, responsabile dell’area Ambiente e Territorio di Coldiretti e docente di Diritto agrario all’Università di Tor Vergata -. Se è vero che l’agro-voltaico consente la produzione agricola ed è un’attività accessoria, allora noi poniamo come condizione che sia l’imprenditore agricolo a realizzare l’investimento e che si introducano limiti dimensionali agli impianti, pari al 5% della superficie. Non vorremmo trovarci di fronte a situazioni non sanabili. Dobbiamo pensare alla salvaguardia della produzione alimentare».

ANCHE LA CIA (Confederazione italiana agricoltori) chiede un ruolo centrale per l’agricoltore, oltre all’istituzione di un tavolo di confronto con tutti i soggetti, a partire dai ministeri coinvolti (Agricoltura e Transizione ecologica) e le Regioni «per capire quali sono le competenze per gestire la progettazione, chi e come valuterà i risultati dei monitoraggi, per accelerare i tempi – dice Gianmichele Passarini della Cia – e per fare in modo che il valore aggiunto creato dalla produzione di energia ricada, oltre che sull’azienda, sul territorio e la sua comunità, e non su fondi d’investimento esteri».

Se vogliamo che il fotovoltaico soppianti il 60% delle energie fossili entro il 2030, occorre moltiplicare per 5 la superficie di pannelli installati in Italia: per raggiungere questo obiettivo non saranno sufficienti tetti e coperture (per cui è prevista un’altra misura del Pnrr per 1,5 miliardi), una parte dovrà essere realizzata sui campi. Legambiente stima una superficie di 70 mila ettari, Elettricità futura 50 mila ettari, Italia Solare e Coordinamento Free 30-40 mila ettari: siamo nell’ordine dello 0,6-0,3 % della Superficie Agricola Utilizzata (Sau) in Italia.

Al momento sono pochissime le aziende italiane che hanno adottato l’agro-voltaico: le pecore del caseificio Buon Pastore che pascolano tra i pannelli solari a Sant’Alberto (Ferrara) sono un esempio. Solar Power Europe ha premiato l’impianto dell’azienda Piet Albers a Babberich (Olanda) che consente di coltivare 3,3 ettari di lamponi sotto 10.250 pannelli con una potenza di 2,76 MW.

TRA I POSSIBILI VANTAGGI dell’agro-voltaico, oltre all’integrazione del reddito dell’azienda agricola, vanno messi in conto la maggiore protezione delle colture dagli eventi atmosferici, la riduzione del fabbisogno idrico, la creazione di posti di lavoro, il contrasto all’abbandono dei terreni, la riduzione dell’uso delle plastiche, secondo Michela Demofonti, coordinatrice del gruppo di lavoro sull’agro-voltaico di Italia Solare: «È un’opportunità per le aziende agricole: in alcuni casi si riesce a ripristinare l’attività agricola là dove era stata abbandonata. Bisogna continuare nella definizione normativa, anche rispetto alla Pac, e sveltire la definizione delle aree idonee per le quali gli iter autorizzativi saranno più veloci».

SERVIRA’ UN APPROCCIO nuovo, sottolinea Giovanni Simoni, di Kenergia, operatore del settore, che ha brevettato un sistema che consente di raccogliere l’acqua piovana dai pannelli: «Fare un progetto agro-voltaico è cosa diversa da installare un impianto: è un progetto in cui soggetti che hanno competenze diverse lavorano insieme. Servirà una cultura multi-disciplinare e l’intelligenza creativa di più professionisti, dagli agronomi agli architetti agli ingegneri, oltre agli imprenditori ».




Fonte: Ilmanifesto.it