Aprile 28, 2021
Da COMIDAD
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L’emergenza Covid ha giustificato l’introduzione di varie misure di controllo sociale da parte delle istituzioni ed anche casi di delazione spontanea, per cui vicini e colleghi si fanno la spia l’uno con l’altro. In Germania, dove il modello di controllo adottato ricalca quello sud-coreano, il paragone che queste misure hanno sortito nell’opinione pubblica è stato immediatamente quello della DDR e della sua famigerata polizia segreta, la Stasi.
Capita spesso che anche le critiche e i dissensi finiscano per ripiombare negli schemi del politicamente corretto. Un film tedesco del 2006 a grande diffusione, “Le vite degli altri”, ha determinato l’affermazione nell’opinione pubblica di un paradigma che individua nella DDR, la ex Germania Est, un punto di riferimento negativo, un esempio eclatante di intrusione dispotica nel privato e nell’intimo delle persone. In realtà la bistrattata DDR poteva accampare per la sua paranoia delle ragioni solide; ragioni che sarebbe arduo rintracciare nelle attuali esperienze di controllo sociale.
La Germania Est subiva una situazione del tutto anomala e inusitata, cioè la presenza sul suo territorio, anzi, nella sua stessa capitale, Berlino, di una città straniera: la scintillante metropoli-vetrina Berlino Ovest. Il ”muro” edificato dal regime della DDR nel 1961 si chiamava “Muro di Resistenza Antifascista”, e non si trattava di una resistenza contro il nulla. Non soltanto il regime della Repubblica Federale Tedesca rappresentava la continuità col regime nazista, con il predomino degli stessi potentati industriali e finanziari, ma esercitava anche, di concerto con la NATO, un’attività di destabilizzazione della società della Germania Est. Il regime tedesco orientale infatti investiva massicciamente nell’istruzione di medici e ingegneri, per poi vederli fuggire oltre confine, allettati sicuramente dalla “libertà”, ma soprattutto dai premi in denaro che il regime di Bonn corrispondeva ai transfughi. Il denaro era quindi usato come un’arma per destabilizzare un Paese povero. Il regime tedesco orientale era certamente criminale, ma non che i suoi nemici lo fossero di meno.
È d’obbligo dare sempre la colpa alle ideologie brutte e cattive; eppure, persino nei magnificati regimi democratico-liberali, il potere ha assunto connotati totalizzanti. Ogni potere abusa del proprio potere e trova nella società vari settori disposti non solo a subire l’oppressione ma anche a fornire sponda e collaborazione. I fenomeni sociali non hanno quasi mai motivazioni univoche. L’emergenzialismo è attraente per il business, ma anche per il diffuso desiderio moralistico di controllo poliziesco dei corpi e delle coscienze; e l’intreccio tra queste spinte è inestricabile quanto spesso inconsapevole.
Il mantra politicorretto che continua a celebrare la caduta del Muro come una vittoria della “libertà”, è del tutto comprensibile quando fa parte della propaganda dei media mainstream; lo è molto meno quando coinvolge anche aspiranti oppositori, i quali si trovano così indirettamente a santificare il sistema attuale. La “libertà” che la caduta del Muro vide trionfare non fu quella delle persone, bensì la libertà di circolazione dei capitali.

Uno che se ne intende di destabilizzazione, il finanziere “filantropo” George Soros, ci ha personalmente spiegato in suo articolo del 2019, scritto per celebrare la caduta del Muro, come riusciva a destabilizzare i Paesi dell’Europa Orientale anche con cifre relativamente modeste: pochi milioni di dollari, opportunamente investiti in operazioni “culturali”, assumevano un peso esorbitante nel contesto di Paesi poveri, tanto da poter superare per influenza anche l’attività dei governi. Indicato dai media come oggetto di “teorie della cospirazione”, in realtà Soros non ha mai nascosto nulla della propria attività di golpista finanziario a favore della “Società Aperta” di popperiana memoria; mentre altri suoi colleghi finanzieri sono molto più ipocriti. Società “aperta” a che cosa? Ai movimenti di capitale, ovviamente; ma forse c’è anche qualche altro aspetto che è stato trascurato, a dispetto della sua evidenza.
Il famoso saggio di Karl Popper pubblicato nel 1945 è diventato una bibbia del politicorretto, ma contiene la fregatura già nel titolo: “La società aperta e i suoi nemici”. Il titolo è tutto un programma, ed anche uno slogan funzionale sia alla guerra civile, sia alla guerra imperialistica. La “società aperta” è un piedistallo morale dal quale è possibile criminalizzare chiunque. È davvero la società ad essere “aperta”? Oppure è la caccia ad essere aperta? Questa società infatti i nemici non se li fa mancare; anzi, va addirittura a cercare e stanare i nemici della libertà ovunque si annidino, così come il discepolo di Popper, George Soros, ci insegna con la sua parola ed il suo esempio.

Nel suo articolo del 2019 Soros concentrava la propria ostilità non sui soliti bersagli immaginari e fantasmatici, come i “nazionalisti” e i “sovranisti” (ma chi sarebbero?), bensì nei confronti della Cina, considerata il nuovo super-nemico della “libertà”. Soros lamentava che gli USA all’epoca non avessero ancora usato la dipendenza dell’economia cinese dai microprocessori prodotti negli Stati Uniti come un’arma di guerra economica. L’auspicio di Soros ha però trovato conforto nell’ultimo periodo della presidenza Trump, ed ora nella presidenza Biden, per cui oggi la guerra dei microprocessori è in pieno svolgimento. In questo caso Soros non è stato né un profeta, né un messia, dato che la guerra dei microchip era stata prevista dal settimanale “The Economist” già dal 2018. Stranamente a fare le spese di questa guerra dei microchip non è solo la Cina ma l’industria di un po’ tutti i Paesi; segno che, quando si tratta di colpire i nemici, la “società aperta” è pronta a sparare nel mucchio.




Fonte: Comidad.org