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Che la pandemia di Covid-19 avrebbe segnato inesorabilmente gli sguardi della società su di sé era ben facilmente prevedibile, il come stia accadendo è ancora difficile da decifrare.
Quello a cui si è assistito nelle ultime settimane è stata una celere escalation di misure, decreti, direttive, annunci e sproloqui urbi et orbi sul sostegno all’obbligo vaccinale e alla sua certificazione; una convergenza su un discorso netto e senza sfumature, di cui è difficile trovare dei precedenti, che va dal premier in carica, il boia europero della crisi economica post 2008, fino agli ultimi militanti dell’estrema sinistra del Bel Paese, tutti votati senza soluzione di continuità a costruire l’immagine di una divisione antropologica tra la solidarietà civile di coloro che hanno scelto di vaccinarsi e tutti gli altri, velocemente ammassati nel cassetto capiente dei “negazionisti”, complottisti, egoisti sociali o naturopati dell’ultima ora.
Una certa balzaneria accompagna ogni argomentazione tesa a portare avanti questa polarizzazione inesistente, non solo nei fatti e nelle intenzioni, ma proprio impossibilitata dalle condizioni storiche e sociali in cui versa questa
parte del mondo negli ultimi decenni. In prima battuta è ridicolo investigare le intenzioni che dettano una parte di popolazione la cui bandiera del bene comune è indistinguibile nei fatti dalle esigenze di consumo estivo benedette da un lasciapassare di Stato; secondariamente, come si scriveva sopra, è impossibile che una società basata interamente nelle sue strutture portanti sull’interesse individuale, arrivato all’apogeo con la devastazione apportata dal capitalismo digitalizzato e dall’isolamento che porta seco, possa sviluppare come una pentecoste uno spirito di coesione ed altruismo. Un tempo sarebbe stata questa una constatazione facile non solo per ogni marxista attento al rapporto tra strutture e sovrastrutture, ma anche per ogni anarchico conscio del fatto che non c’è nessuna consapevolezza collettiva reale senza un atto di rottura compartecipato. Malizie e sofisticherie politiche a parte, una delle poche cose degne di nota che stanno accadendo è la crescita un movimento di opposizione all’inaccettabile misura del Green Pass che sta riempiendo anche le piazze italiane, che sembra essere solo all’inizio e che potrebbe caratterizzarsi ulteriormente in chiave anti-istituzionale. Un movimento con capacità e furbizie organizzative che hanno persino portato a un corteo non autorizzato di diecimila persone che ha bloccato il centro di Torino, presentato fantasiosamente dai giornalisti come un presidio di neppure mille “no-vax”.
Per chi sabato vi ha partecipato è stato lampante che fossero persone dalle provenienze sociali, culturali e motivazionali più disparate, non più scrutabili attraverso le consolatorie eredità categoriali della società industriale (proletari o sottoproletari, borghesi, di destra o di sinistra), ma neppure con le lenti della nuova scuola sociologica delle intersezioni plurime. Ciò che si può dire con certezza invece è che uno dei fil rouge della protesta è quello della ‘libertà di scelta’. Che piaccia o no, che si condivida o meno un approccio individualistico a una problematica generale, vi è qualcosa che si può leggere in filigrana e che è coerentemente conseguente alla disgregazione sociale che si diceva: chi scende in piazza contro l’obbligo al vaccino del Covid-19 e al suo pass, non è tanto chi non ha strumenti conoscitivi sufficienti a prendere decisioni in proposito per sé e per gli altri, ma chi non ha fiducia nelle informazioni che gli vengono date e non ha altro da opporre (per ora) che il proprio diniego personale.
Che questo possa rappresentare un problema negli obiettivi di salute e di una possibile lotta, non c’è dubbio, ma che lo sia sul piano etico non solo è fazioso e grossolano da sostenere, ma irricevibile. Più che parlarci di spinte etiche o di afflati sociali espletati o disattesi da una parte o dall’altra, sarebbe necessario porsi qualche vecchia questione di origine epistemologica, interrogativo quanto meno doveroso se si parla di sanità e capitalismo.
Cosa accade quando neppure nelle élites del sapere si ha contezza della complessità dell’apparato tecno-scientifico attuale? Perché si deve accettare il precipitato politico sulla vita di tutti che decisori insondabili prendono? La fantomatica democrazia non era basata sull’idea illuministica che ognuno avrebbe potuto capire le dinamiche della gestione della cosa pubblica? Come si è finiti a imporla addirittura per fede?
E ancora: com’è possibile in un mondo governato attraverso il rapporto personale con le informazioni e la conoscenza riconoscere le convergenze di pensiero che emergono inedite nella popolazione e creano nuove visioni del mondo?
Sono domande complesse, ma che è necessario iniziare a porsi perché il capitalismo attuale propone un’ideologia delle cause di forza maggiore (transizione ecologica e pandemia in primis) per giustificare la sua gestione umana, i suoi protocolli e le sue procedure che saranno sempre più complessi e meno intelligibili. Le opposizioni future, di conseguenza, saranno conflitti intorno a quanto quelle che oggi vengono tacciate dagli scientisti di essere credenze riusciranno a prendere forza.
La storia del vaccino è un antipasto.



Fonte: Spazio-di-documentazione-il-grimaldello.noblogs...