Gennaio 20, 2022
Da Umanita Nova
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In un mondo che necessita di una visione globale e di un’azione locale, vogliamo, alla fine del 2021, ricordare alcuni dei conflitti aperti nel mondo, colpi di stato e repressione contro i civili, un viaggio ai limiti della periferia. Nell’arco di soli dodici mesi vediamo troppa violenza contro la popolazione del mondo, tante vite umane distrutte e divari politici e sociali che si sono allargati. In un sistema capitalista che ci abitua a vivere perennemente in conflitto, questo sistema criminale genera continue violenze, la maggior parte in relazione alla classe sociale, all’etnia culturale o alle migrazioni, materializzandosi in occupazioni militari, stermini di massa o uccisioni mirate all’interno delle comunità umane in tutto il mondo.

Attualmente nel mondo esistono 65 conflitti armati o situazioni di guerra aperta, “guerra” nel senso stretto di lotta armata tra nazioni o entità politico-militari. Esamineremo brevemente alcuni di questi conflitti con l’unico scopo di localizzarli, la nostra intenzione non è e d’altronde non potremmo offrire un’analisi dettagliata di ciascuno di essi.

La Guerra in Afghanistan e i Talebani. Un nemico divenuto ingombrante.

Il conflitto afgano ha già vent’anni di storia da quando nel 2001 gli Stati Uniti ed i loro alleati hanno invaso il territorio, ufficialmente per smantellare la rete di Al Qaeda, sostenuta dai talebani. Più di 46.000 civili morti in vent’anni di conflitto allo scopo di raggiungere un triplice obiettivo economico da parte degli Stati Uniti. Duemila miliardi di dollari sono stati investiti nella presunta modernizzazione del Paese e dell’esercito afgano; in realtà l’obiettivo era assicurarsi il controllo dei gasdotti dal Turkmenistan all’India che attraversano il territorio afghano. Un altro grosso affare è stata la produzione di oppio dell’Afghanistan che lo ha reso il più grande supermercato di droga del mondo, inondando il paese di narcodollari. Infine, l’obiettivo dell’ultimo decennio è stato il riciclaggio di denaro delle più grandi società americane negli affari e nelle infrastrutture afgane. Dopo due decenni di guerra, con quegli obiettivi raggiunti, le truppe statunitensi si sono ritirate quest’anno lasciandosi alle spalle lo spargimento di sangue e la strada aperta ai talebani per riprendere il controllo effettivo del Paese. Talebani che sono sempre l’estrema destra dell’islamismo e che ora sono presentati al mondo come il nemico che fu ma l’amico che sarà.

La Guerra in Yemen e il massacro compiuto dalla monarchia assoluta dell’Arabia Saudita

La Repubblica dello Yemen, l’unica repubblica della Penisola Arabica, nasce nel 1990 dall’unificazione della Repubblica Araba dello Yemen (Nord) e della Repubblica Popolare dello Yemen (Sud) e fissa nel 2000 i suoi confini con l’Arabia Saudita. Nel contesto della Primavera araba, il presidente Abdullah Saleh si è dimesso dopo una forte protesta di piazza contro povertà, disoccupazione e corruzione. Tutti i poteri presidenziali sono stati trasferiti al vicepresidente Al-Hadi (2012). Tuttavia, nel 2014, la fazione politica degli Houthi, un ramo islamico nazionalista liberale, ha preso il controllo di Saná, la capitale del paese. Pertanto, l’Arabia Saudita sostiene la fazione di Al-Islah, il ramo ultraconservatore e salafita, bloccando i confini dello Yemen e bombardando sistematicamente la popolazione yemenita dal 2015. Questa situazione, che dura da sei anni, ha portato a un conflitto permanente di elevata intensità ma che viene resa invisibile a livello internazionale e che potrebbe continuare all’infinito. Lo Yemen continua a frammentarsi e la sua popolazione vive seviziata dall’Arabia Saudita, importante alleato economico dei paesi occidentali.

La guerra alla droga in Messico: i cartelli di giorno e la polizia la notte

Questo conflitto risale all’anno 2006 ed è stato aperto dall’ex presidente Felipe Calderón, incaricato di combattere la criminalità organizzata e il traffico di droga in Messico. Tuttavia, gli attori di questa guerra aperta giocano quasi sempre dalla stessa parte – è un conflitto a diversi livelli territoriali per il controllo effettivo del mercato della droga ma anche per altri affari illegali come il traffico di esseri umani o quello di organi. Le forze armate federali ed i cartelli della droga competono per queste attività in cui ogni protagonista ha forti interessi. Il tutto porta ad un conflitto con la popolazione che si trova coinvolta in questa guerra che ha causato la morte di 350.000 messicani, di cui 25.000 nel 2021. L’attuale presidente, López Obrador, ha annunciato ufficialmente la fine di questa guerra nel 2019; tuttavia, in realtà, il conflitto crea ancora una divisione significativa nella società messicana. Nell’ultimo decennio sono nati Gruppi di Autodifesa o Guardie Comunitarie, come ad esempio nella località di Cherán (Stato di Michoacán), dove, nell’aprile 2011, hanno scacciato sia il narcotrafficante sia la polizia. Il Congresso Nazionale Indigeno e le comunità della sfera zapatista sono su questa stessa linea e hanno creato unità di autodifesa per fronteggiare sia l’esercito sia i cartelli della droga.

La guerra del Tigray. Un conflitto territoriale etiope con tratti di postcolonialismo.

Questo conflitto in corso dal 2020 è scoppiato a seguito di uno scontro civile nel territorio del Tigray, in Etiopia, tra le autorità regionali e il governo federale. Alla fine della guerra civile etiope nel 1991, il partito dominante era il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope; tuttavia, nell’ultimo decennio, uno dei partiti che fanno parte di questa coalizione, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, ha preso le distanze da questa linea unitaria di governo. L’anno scorso, il presidente Abiy Ahmed (Premio Nobel per la pace 2019) ha accusato le autorità del Tigray di aver minato la sua autorità e di aver stretto i suoi legami con il presidente dell’Eritrea, Isaiah Afewerki, considerato un nemico nel Tigray. Nel novembre 2020, l’esercito etiope ha lanciato un’operazione militare contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, dopo aver affermato che questo aveva attaccato una base militare nazionale. Ciò significò l’inizio di un conflitto territoriale in cui entrò anche l’Eritrea, che occupava parte del territorio del Tigray. Nel 2021, questo conflitto ha ucciso quasi 20.000 persone, con la repressione etnica contro le popolazioni del Tigray. Attualmente siamo in una spirale complicata; dopo il cessate il fuoco unilaterale di giugno, avvenuto dopo che le forze del Tigray hanno conquistato la capitale regionale, Mekelle. I combattimenti si sono però estesi nelle vicine regioni di Amhara e Afar; le organizzazioni internazionali stanno cercando di stimolare un processo di pace che pare però abbastanza lontano da una qualunque soluzione.

America Latina. Guerra sociale in Colombia e situazione al collasso ad Haiti

Quest’anno, l’America Latina è stata sotto i riflettori soprattutto a causa del grande conflitto sociale e delle proteste in Colombia. Il paese è stato per decenni sotto un regime politico incarnato da Álvaro Uribe. L’attuale presidente, Iván Duque, seguendo la linea politica dell’ex presidente Uribe, ha voluto applicare tutta una serie di riforme fiscali che hanno ulteriormente approfondito la povertà di una popolazione stremata e asfissiata dalla crisi del Covid-19. I movimenti di protesta, esplosi a seguito dello sciopero del 28 aprile 2021, si sono estesi all’intero territorio ed alle principali città colombiane; in alcune enclave, come Medellín, Pereira o Cali, le forze di polizia, militari e della milizia associate a bande paramilitari sono entrate in azione contro la popolazione civile, uccidendo decine di giovani. Solo in quest’anno, inoltre, in Colombia sono avvenuti 88 massacri, accompagnati dall’assassinio di 313 leader sociali, indigeni o attivisti per i diritti umani. Anche più di 40 ex combattenti delle FARC sono stati assassinati mentre si cimentavano in un lungo processo di pace, segnato dalla violenza dello stato colombiano e dei paramilitari.

Ad Haiti stiamo vivendo una situazione davvero apocalittica: potremmo davvero definirla una operazione criminale del capitalismo del 21° secolo che ricorda scene di film di questo genere. Per decenni Haiti ha conservato un’istituzione statale che l’ha resa un paradiso per l’ultraliberismo, i governi corrotti e clientelari e le bande armate che controllano in maniera autoritaria determinate risorse come il carburante e una popolazione privata di qualsiasi servizio educativo, sanitario e alimentare di base.

Vecchi e nuovi conflitti. Frontiere criminali e occupazioni di territori.

Durante quest’anno 2021, i conflitti internazionali hanno conosciuto nuovi sviluppi; sono emersi conflitti, come il colpo di stato in Myanmar a febbraio, l’insurrezione nel nord del Ciad ad aprile, la riapertura del conflitto nel delta del Niger tra contadini e compagnie petrolifere, la rivolta di giugno in Swaziland contro la monarchia assoluta. La guerra in Siria e gli attacchi turchi in Kurdistan sono proseguiti contro il popolo del Rojava. A maggio, i manifestanti palestinesi si sono difesi dagli attacchi della polizia israeliana in seguito alla sentenza della Corte Suprema israeliana di sfrattare le famiglie palestinesi nel quartiere di Sheij Yarrah. L’esercito israeliano ha lanciato attacchi aerei sulla Striscia di Gaza per due settimane, provocando la morte di non meno di 150 civili palestinesi. Il conflitto nel Sahara si è riaperto un anno fa con l’ingresso di soldati marocchini nell’area del Guerguerat, al confine con la Mauritania. Inoltre, Joe Biden ha chiarito che continuerà la politica di Donald Trump in questo conflitto; nel frattempo, la monarchia marocchina sfrutta i migranti che fungono da carne da cannone al confine spagnolo come misura di pressione, alimentando discorsi xenofobi e violenze contro i migranti.

Un’altra disputa di confine nella vecchia Europa potrebbe formarsi sul Canale della Manica tra Francia e Inghilterra, dove centinaia di migranti si stanno accalcando nei campi, controllati dal governo francese e in attesa di fuggire. L’Unione Europea da decenni firma accordi commerciali con paesi terzi, allontanando i migranti dai loro confini in cambio di denaro: qualche settimana fa abbiamo visto la polizia in Bielorussia caricare i migranti, costringendoli ad attraversare il confine con la Polonia dove li attendeva anche la repressione della polizia di quest’altro paese.

La storia infinita della violenza sociale si situa all’interno di un sistema capitalista che fa affari con la miseria umana. Il potere crea le guerre e le persone in questo tragico gioco forniscono i morti.

Todo por Hacer. Rivista Anarchica Mensile

[Traduzione di Enrico Voccia]




Fonte: Umanitanova.org