Maggio 14, 2022
Da Biblioteca Anarchica
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SAN VALENTINO 2015: LA CRISI DEL SETTIMO ANNO

Si avvicina San Valentino, una data che invita le coppie a celebrare il proprio amore e a rinfocolare la propria passione attraverso i consumi; che fa sentire particolarmente solo/a e sfigata/o chi non sta in coppia e che spinge chi pratica forme di sessualità “diverse”, come i gay e le lesbiche o i /le poliamorose, a reclamare uguaglianza esibendo la propria capacità di scambiare cioccolatini, anelli, rose rosse e promesse di amore eterno quanto e più degli eterosessuali monogami.

Siamo queer, lesbiche, gay, trans, persone non monogame e persone che pur avendo pratiche monogame o eterosessuali non credono nella superiorità della monogamia o nella naturalità dell’eterosessualità.

Rifiutiamo l’immaginario romantico perché ci rendiamo conto che questa narrazione del sesso e dell’amore ci rende infelici: quando siamo in coppia, ci spinge a sviluppare dipendenza emotiva e a isolarci affettivamente, creando terreno fertile per piccole e grandi violenze; quando la coppia finisce, ci rende la separazione ancora più dolorosa del necessario, per via della solitudine, che è la naturale conseguenza dell’isolamento in cui ci eravamo chiuse/i, e del senso di fallimento; quando restiamo “single” troppo a lungo, ci fa sentire inadeguate/i e incomplete/i.

Se poi oltre a non avere un compagno/a non abbiamo nemmeno un lavoro, la mancanza di riconoscimento sociale è totale, e ci rende più ricattabili che mai, anche nella ricerca di un’indipendenza economica.

Diffondiamo piacere (+ intimità + affetto + cura)

Oggi vogliamo affermare che non abbiamo bisogno di biancheria di pizzo o di “offrirle una cena costosa” per godere dei nostri corpi; che non abbiamo bisogno di raccontare i nostri affetti con il linguaggio dell’amore coniugale per sentirci in diritto di viverli; che non stiamo aspettando di incontrare la Persona Giusta per amare e sentirci amate, e per sentire che la nostra vita è completa; che non abbiamo bisogno di convivere per legittimare le nostre relazioni d’amore.

Possiamo e vogliamo scambiare piacere, affetto, intimità, cura e impegno a starsi vicino – in varie combinazioni e dosaggi – con le nostre compagne e compagni, amiche e amici, con i nostri coinquilini, con gente incontrata per caso, con una o più persone con cui abbiamo deciso di condividere parti più o meno grandi della nostra vita attuale e dei nostri piani per l’immediato futuro. Non abbiamo necessariamente bisogno di concentrare tutte queste cose su un unico rapporto. Le nostre reti di affetto sono molteplici, intergenerazionali, collettive, internazionali, solide.

La precarietà nuoce gravemente alla salute sessuale

L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per godere appieno del sesso e dell’amore è avere tempo, energia e spazio per farlo: non essere vampirizzate dal lavoro, dalla ricerca di lavoro o dalla povertà; avere una casa; non dipendere economicamente dai nostri genitori; essere supportate/i da servizi efficienti e da una responsabilità collettiva nella cura di eventuali bambini/e; non avere censori che pontificano sulla serietà, sulla legittimità o sulla completezza delle nostre vite sessuali e affettive. In altre parole, quello di cui avremmo davvero bisogno per amare e per scopare in piena libertà è un reddito di autodeterminazione per tutti/e sganciato dal lavoro.

Pensavo fosse amore… invece era il capitale

Fin da piccoli/e ci viene insegnato che per essere felici bisogna prima di tutto trovarsi un fidanzato/a. Ci sentiamo continuamente ripetere che la coppia è portatrice di futuro, stabilità, maturità, patrimonio e produzione, ossia gli ingredienti magici del capitalismo.

In effetti, che siamo etero o omosessuali, il modello di vita di coppia che ci viene proposto ci spinge a lavorare e consumare con più dedizione e passione (grazie IKEA!).

Nella precarietà diffusa e nella crescente competizione che acuisce le disparità basate sul genere, la classe sociale, l’appartenenza etnica, l’aspetto fisico e l’età, ci illudiamo che l’unico rifugio sicuro sia la coppia.

Naturalmente, se ci sentiamo stanche/i e depresse/i, è solo perché non abbiamo ancora incontrato la Persona Giusta e, quando la incontreremo, tutto andrà bene.

Così il mito dell’amore romantico, oltre a impoverire la qualità della nostra vita sessuale e affettiva, produce anche individui più docili allo sfruttamento e alle ingiustizie.

“Fatti una famiglia!” (Altro che welfare…)

Ci hanno abituate/i a pensare che la logica continuazione di un rapporto di coppia “serio” sia farsi una famiglia. In questo modo ci spingono a riprodurre all’infinito i modelli sociali esistenti.

L’immaginario romantico produce l’idea che una certa forma di relazione e un certo stile di vita siano più validi e degni di altri, creando gerarchie e discriminazioni fra le persone attraverso mille micropratiche sociali, oltre che nella distribuzione delle ultime briciole di welfare pubblico.

Un welfare che presuppone che il suo utente-tipo sia sempre membro o di una famiglia mononuclerare o di una coppia in quanto futura famiglia, e comunque che si pone solo come (misera) integrazione al lavoro di cura svolto dalle donne e al supporto economico di nonni e genitori.

La lotta transfemministaqueer migliora la tua vita affettiva molto più di una terapia di coppia!

Con questo non stiamo dicendo che ci siamo già individualmente e definitivamente liberate/i dal sogno del principe azzurro e dalla sindrome di due-cuori-e-una-capanna.

Non è facile decolonizzare le nostre menti e i nostri cuori dall’idea che per essere adulti e realizzati bisogna avere una compagno/a, e dalla convinzione che concentrare tutti i nostri desideri, sforzi e aspettative su questa persona sia il salutare sintomo dell’amore “vero”. Non è facile nemmeno mettere in pratica forme di vita alternative a questo modello, perché tutta la nostra società è a misura di coppia (per quanto alcune coppie – quelle non sposate o quelle non eterosessuali – abbiano meno legittimità e diritti di altre).

Combattere questi condizionamenti culturali e materiali non è una questione di scelta individuale nè di crescita personale, ma un lavoro collettivo che abbiamo appena cominciato, e che per noi ha un immenso valore politico.

Decolonizzati anche tu!

La lotta all’amore romantico cosí come ce l’hanno insegnato è parte del nostro lavoro per la costruzione di un welfare queer dal basso e della nostra lotta all’eterosessualità obbligatoria, al binarismo dei generi, alla normatività della riproduzione, al controllo dei corpi e dei desideri da parte del mercato del lavoro e del consumo.

Al capitalismo rispondiamo creando forme di neomutualismo, cura e aiuto che scardinano l’individualismo e il modello riproduttivo della famiglia nucleare, che sostengono le nostre forme di sabotaggio dell’etica del lavoro, del merito e della produttività. Smettiamo di riprodurre un modello di vita che ci rende ricattabili e isolate/i.

Noi autoproduciamo, noi liberiamo la creatività invece di riprodurre in serie.

SomMovimento NazioAnale

ALTRE INTIMITA’, PRECARIETA’ E MUTUALISMO TRANSFEMMINISTA QUEER

L’autoinchiesta sulle Altre Intimità del SomMovimento NazioAnale vuole dare visibilità e senso politico a tutte quelle relazioni di affetto, cura, supporto e intimità che non riproducono il modello della coppia. Parliamo di coinquilini, amici, scopamici, di reti affettivo-politiche, o di persone che hanno relazioni affettive e sessuali profonde e che condividono molto delle loro vite ma che si sforzano attivamente di non riprodurre il modello della coppia e i suoi privilegi.

Parliamo quindi di relazioni sessuali o non sessuali, e quando si tratta di relazioni sessuali possono essere fra persone dello stesso presunto “sesso” o di sesso diverso. Relazioni a lungo termine, come quelle amicizie da una vita, o estremamente effimere. Relazioni con un alto grado di “impegno” o relazioni nelle quali ci si scambia supporto e affetto solo nel qui e ora, solo perché si è lì in quel momento, ma l’anno prossimo potremmo anche non vederci mai più (pensate ai coinquilini più improbabili con i quali non avevate niente in comune ma che comunque vi hanno salvato quando avevate la febbre a 40 o volevate sfogarvi dopo una giornata di merda).

Parliamo di esperienze che già esistono nelle nostre vite e nella società, e che di fatto rappresentano una risorsa importantissima a livello emotivo e materiale, ma che sono relegate nell’insignificanza, che vengono rappresentate come qualcosa di transitorio o di surrogato rispetto all’amore vero, alla coppia stabile che certamente un giorno arriverà a dare compimento alla nostra vita.

La coppia è un modello che disciplina fortissimamente le nostre vite. Parleremo qui quindi (1) di cos’è la coppia, (2) del perché non ci piace, (3) dov’è il valore politico delle “altre intimità”, (4) il rapporto con la precarietà e (5) relative lotte.

Cos’è la coppia

Dalla nostra esperienza e dalla nostra analisi collettiva di questa esperienza, ci sembra che a dispetto della famosa detradizionalizzaizone di cui parlano i sociologi, c’è un nocciolo duro di normatività che ancora resiste. Cioè al di là del fatto che quando non funziona più si è “liberi” di lasciarsi, mentre una volta separarsi era una faccenda molto più complicata e sanzionata socialmente, per essere una coppia normale, che si ama davvero, bisogna:

  1. essere in due

  2. dare la priorità al rapporto di coppia rispetto alle altre relazioni di affetto che puoi avere, cioè una cosa è la persona con cui stai, altra cosa sono gli amici, e automaticamente nella gestione del nostro tempo, delle nostre energie emotive e materiali, la persona con cui stai deve avere la priorità. Se ci pensate, una relazione che comprende il sesso, dopo due o tre mesi già inizia a prendere la priorità nella nostra vita, e lo fa in un modo un po’ automatico, perché è quello che tutti si aspettano se esci e scopi e parli con una persona da più di due-tre settimane.

  3. Essere monogami o almeno desiderare di esserlo e fingere di esserlo

  4. Aspirare a soddisfare se non tutti, almeno un buon 90 per cento dei bisogni emotivi dell’altra persona

  5. Proiettare la relazione nel futuro, immaginare un futuro insieme.

Poi certo se si tratta di un uomo e una donna è molto più normale che due donne o due uomini o peggio due soggetti dall’identità di genere incerta. Se vivono loro due da soli sotto lo stesso tetto certo è più normale che vivere separati o vivere insieme anche con altra gente. Se la proiezione nel futuro include avere dei bambini, perfetto. Ma quelle che abbiamo descritto ci sembrano le caratteristiche basilari, il minimo sindacale dello standard “coppia”, almeno per come emerge dalla nostra autoinchiesta, negli ambienti sociali che frequentiamo noi. E ovviamente questo modo di stare insieme è considerato conseguenza naturale dell’Amore con la A maiuscola: e l’amore con la A maiuscola è considerato parte imprescindibile dell’autorealizzazione, della felicità, della completezza di una vita adulta. Ė la coppia obbligatoria, nello stesso senso dell’eterosessualità è obbligatoria.

Perché non ci piace la coppia?

Primo perché ci rende infelici, secondo perché ci depotenzia politicamente: le due cose sono intrecciate, ma ci teniamo a dire che ci rende infelici per sottolineare che non si tratta di una critica ideologica, astratta, ma al contrario profondamente incarnata, che parte da noi, dal nostro disagio rispetto questo modello di vita.

La coppia, quando ce l’abbiamo, ci spinge a sviluppare dipendenza emotiva e a isolarci affettivamente, creando terreno fertile per piccole e grandi violenze (la maggior parte degli stupri, delle aggressioni e delle uccisioni di donne sono da parte di partner o ex partner).

Quando non ce l’abbiamo, ci fa sentire inadeguate/i e incomplete/i, e questo tra le altre cose ci rende estremamente fragili e ricattabili, impedisce di costruire soggettività capaci di opporsi anche solo un minimo alla normatività sessuale, lavorativa, esistenziale… La coppia, in quanto paradigma della privatizzazione della vita, dell’individualismo (individualismo a due, ma sempre quello è), impedisce lo sviluppo di forme di solidarietà e di collettività capaci di opporsi al neoliberismo. Infine, in quanto veicolo di privilegi (la vita di chi sta in coppia vale di più…), la coppia produce ingiustizia.

Il valore politico

Di conseguenza, decostruire la normatività della coppia e la dittatura dell’amore romantico, parlare di altre intimità, rendere visibile che c’è vita oltre la coppia, dire che non avere un partner non vuol dire per forza condurre una vita solitaria e individualista o essere figli a vita, dire che le nostre vite sono estremamente ricche di affetto, di piacere, di solidarietà, e anche di responsabilità, sebbene non codificata nei “doveri” convenzionali della famiglia nucleare o della coppia monogama totalizzante, è un atto politico. Parlarne non per idealizzare le “altre intimità” e farne un nuovo modello, ma per discuterne, per vedere cosa funziona e cosa non funziona e come possiamo farlo funzionare meglio.

E dovrebbe essere anche abbastanza chiaro a questo punto che (1) non è una questione di monogamia e non monogamia, ma qualcosa di molto più ampio, che mette in discussione la distinzione stessa fra “partner” e “il resto del mondo”, e la gerarchia di importanza automatica fra i due; (2) non è una questione di libertà o disimpegno vs. dovere e responsabilità, ma di inventare altre forme di responsabilità (3) non è una questione di stili di vita, non si tratta di affermare la legittimità di un nuovo stile di vita in nome della libertà individuale, un discorso neoliberal del tipo “se tu stai bene in una coppia normativa stacci pure, ti rispetto, ma esigo da te lo stesso rispetto per la mia vita promiscua o comunque diversa”. Il punto è che noi diamo un valore politico, di trasformazione sociale a questa vita diversa.Detto questo, non è che stiamo dicendo che chi sta in una coppia monogama eterosessuale e normale è un borghese servo del capitale e del patriarcato, e tutte/i gli altri no. In qualche misura – chi più chi meno – siamo tutti/e servi del capitale e del patriarcato, e il punto è che ciascuno/a a partire da sé può fare qualcosa per smettere di riprodurre il capitalismo e il patriarcato. È un processo, è una lotta, nessun* è mai completamente “liberat*”, ed è un processo collettivo, non è una gara a chi è più “liberat*” come individuo.

Ma è chiaro che, in parte per la nostra posizione sociale oggettiva, in parte per le nostre scelte, alcune/i di noi hanno la vita un po’ più facile di altri. Tutto questo lavoro sulle altre intimità nasce da una rete di collettivi e di singole che si riconoscono nel femminismo e nel movimento lesbico/frocio/trans (queer per usare un inglesismo) ma che è composta da persone con posizionamenti molto vari all’interno delle gerarchie di genere, sessualità, classe e quant’altro. Una collettività del genere può funzionare solo se ciascuno/a parte da sé, riconosce la parzialità del proprio posizionamento, e riconosce i privilegi che gli/le derivano anche suo malgrado dal suo posizionamento – dal suo essere cisgender, dal suo essere etero, dal suo essere più ricca di un altro o dal fatto di avere una vita affettiva che ha un’apparenza più normale di altre. E se ciascuna fa qualcosa per disinnescare, per quanto possibile, quei privilegi. Può darsi anche che tu ti sia innamorata/o di una persona dell’altro genere e che tu non abbia molta propensione a fare sesso con più di una persona e che per qualche ragione vi trovate bene a convivere nello stesso appartamento: si tratta di una condizione che implica una quantità enorme di automatismi sia dentro la relazione che nel modo in cui il resto del mondo si relaziona a voi come coppia, nel modo in cui il resto del mondo, dallo Stato ai tuoi genitori agli amici al tabaccaio sotto casa, riconoscono in questa forma di vita un valore aggiunto. Allora 1) diventane cosciente e 2) fai qualcosa per smarcarti, per inceppare questi meccanismi, per deludere le aspettative, per sottrarti a questi privilegi.

Altre intimità e precarietà

Qual’è il rapporto fra precarietà e altre intimità?

Per aiutarci a ragionare, dividiamo la questione in due piani: (1) la precarietà come causa, (2) la precarietà come effetto di relazioni affettive “non convenzionali”.

A livello di cause, la vulgata sociologico-mediatica vuole che a causa della precarietà noi “giovani” non siamo più in grado di “farci una famiglia”, che la precarietà lavorativa diventa anche precarietà affettiva. Poi c’è anche l’altra versione che dice che la società dei consumi, l’individualismo neoliberista ci spinge a cambiare partner come cambiamo cellulare ecc.

Dal nostro punto di vista, se le relazioni di coppia oggi sono meno stabili, sarà sicuramente anche per la precarietà, ma è prima di tutto perché c’è stato il femminismo e le donne non sono più disposte come un tempo a sacrificarsi per la durata di una relazione. Perché chi si sacrificava per il bene della famiglia non ce lo dimentichiamo erano e sono soprattutto le donne.

In secondo luogo la precarietà, rendendo di più difficile realizzazione il modello “lavoro-matrimonio-figli” di stampo fordista, apre delle possibilità, varie possibilità:

  • una possibilità è che questo modello, pur non essendo più realizzabile se non da una esigua minoranza, continua a funzionare come orizzonte ideale, come desiderio: per cui puoi anche non sposarti mai, ma comunque vivere tutta la vita pensando che devi impegnarti, migliorarti, lavorare duro, competere per raggiungere la sospirata stabilità economica e il successo sentimentale.

  • Oppure questo modello può funzionare a moduli: magari non hai una famiglia, e ti sembra difficile che ne avrai mai una, ma almeno ti devi fare il monolocale arredato con i mobili ikea nuovi per dimostrare che non sei più uno studente, che sei un adulto realizzato; oppure, non hai un lavoro stabile, ti inizia a sembrare improbabile che ne avrai mai uno, ma almeno devi avere il fidanzato andarci a convivere e magari farci un figlio prima che sia troppo tardi. Chiara Martucci e Gaia Giuliani raccontano molto bene questo nesso nel loro articolo nel libro L’amore ai tempi dello tsunami.

  • l’altra possibilità è che, dato che il modello lavoro-matrimonio-figli è quasi impossibile da realizzare o comunque non ci arrivi prima dei quarant’anni, in questo tempo si apre lo spazio per la sperimentazione di altre forme di affettività, altre forme di solidarietà alle quali possiamo scegliere di dare legittimità, senso, e farne la base per immaginare altre forme di legame sociale e per costruire una lotta.

Questo è un punto molto importante perché è l’anello di congiunzione fra altre intimità e il discorso sul neomutualismo, che è l’altro focus della riflessione e della lotta del somMovimento nazioAnale: mutualismo e auto-organizzazione di welfare dal basso non basato sulla famiglia e/o sui suoi valori (costruire welfare dal basso senza la famiglia ma comunque basandosi su valori che provengono da lì, tipo sul senso del dovere e del sacrificio e/o sullo sfruttamento del lavoro gratuito delle donne, non sarebbe un grande risultato e al tempo stesso è un grosso rischio di questa nostra enfasi sulle reti di mutualismo)

È il bisogno economico che ci spinge a condividere un appartamento fra studenti, ma da questa esperienza può nascere la capacità (e il piacere) di collettivizzare una parte più grande della nostra vita e dei nostri bisogni.

È il bisogno che ci spinge a mettere in comune una parte del nostro reddito nelle nostre reti politico-affettive, ma se tutti avessero il mutuo da pagare e i figli da campare, difficilmente sarebbero capaci di mettere in comune anche solo una piccola parte del proprio reddito, del proprio spazio domestico, delle proprie energie e del proprio tempo. Da queste esperienze possiamo imparare molto su come si possa concretamente costruire una cultura del reddito sganciata dal merito del lavoro, una cultura del “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

Veniamo ora alla precarietà come effetto. Chi vive la propria vita affettiva e sessuale in modo non normativo è molto più esposto alla povertà e alla precarietà. Diverso accesso al welfare, quello statale ma soprattutto quello familiare: se non ti riproduci e non riproduci la loro forma di vita gli aiuti che arrivano da mamma e papà sono molto più scarsi. Se non riproduci un genere normativo, le possibilità di trovare lavoro sono molto più ridotte. Ecc.

Cosa vogliamo

Quale agenda, quali rivendicazioni derivano da questa analisi? Evidentemente, il nostro obiettivo non è chiedere allo stato il riconoscimento e la tutela legale di questi rapporti affettivi così come il movimento lgbt, ma soprattutto, di fatto, lg mainstream richiede il riconoscimento delle coppie omosessuali.

E nemmeno chiediamo il riconoscimento sociale, l’approvazione della società. Quello che chiediamo non è il permesso di vivere le nostre relazioni come vogliamo, ma ciò che ci serve per poter vivere le nostre relazioni come vogliamo:

  • ci serve quindi il tempo per prenderci cura di noi stesse e dei nostri cari chiunque essi siano;

  • ci serve lo spazio, ovvero la casa, ci serve che le nostre energie non siano completamente mangiate dal lavoro.

  • di conseguenza ci serve il reddito e, se lavoriamo, condizioni di lavoro decenti. E ci serve di creare una cultura che ammetta questo modo di vivere come possibile, che non lo rappresenti come un fallimento e un ripiego, e che produca anche il sapere esperienziale, relazionale, emotivo che ci serve a viverci queste relazioni e a farle funzionare.

Le due cose, casa-reddito e cultura, hanno pari importanza. Perchè ok vogliamo il reddito di esistenza per tutt* sganciato dal lavoro, ma per fare che? Per lavorare di meno o per lavorare di più? Per condividere o per accumulare? Vogliamo un welfare più efficiente ma per farci che? Per essere più felici e riposati quando andiamo a lavorare e quindi essere più produttivi? Per fare tante belle famiglie mononucleari che producano figlie e figli ben educati alla competizione e alla meritocrazia da spedire come carne da macello sul mercato del lavoro appena compiono 18 anni? Perchè in Francia o in Germania i sostegni al reddito e le politiche abitative, associati a una cultura che comunque valorizza il lavoro, il merito, a una cultura neoliberista, produce questo.

Seguono i nostri incompleti appunti del dibattito

  • I rapporti di potere ci sono anche nelle comunità e nelle relazioni affettive “altre”. A volte sono rapporti di potere basati esattamente su “quanto sei liberato”, ma soprattutto liberata. È vero. Nella società neoliberista c’è un incitamento al consumo di sesso, l’idea che più scopi più sei figo, e ovviamente l’idea un po’ problematica di “liberazione sessuale” come liberazione dalla “repressione” fin dagli anni ’60 era usata dai compagni per stigmatizzare come “represse” quelle che non gliela davano. È un meccanismo che dobbiamo disinnescare. C’è da dire però che i rapporti di potere basati sulla coppia, quelli dentro la coppia e quelli fra coppia e esterno, sono dati per scontati, sono naturalizzati, invisibili, non sono autoriflessivi… Quando cerchi di fare qualcosa di diverso, bene o male, almeno rifletti su che stai facendo, o almeno, è più probabile che ci rifletti e ne discuti, che ti fai delle domande.

  • Ci sono già delle esperienze di mutualismo e welfare dal basso? Le consultorie transfemministequeer a Padova e a Bologna, per esempio. O alcune “casse mutue”, basate o su relazioni personali di fiducia e di conoscenza, o anche su relazioni a metà fra il personale e il politico, basate non sul principio del “ti aiuto perché ti voglio bene” (la logica della famiglia) o del “ti aiuto perché te lo meriti” ma sul “ti aiuto perché ne hai bisogno, e domani potrei averne bisogno io” (mutualismo) e sull’idea che sostenere le nostre reciproche esistenze è un modo per sostenere le nostre lotte comuni. È importante dire che queste sperimentazioni non sono e non vogliono essere sostitutive di un welfare impersonale statale di cui comunque abbiamo bisogno, perché anche uno che è antipatico a tutti e non ha amici, o che non sta in un collettivo deve poter sopravvivere, e perché non aspiriamo a sostituire ma a innovare e a guadagnare controllo sul welfare statale al quale abbiamo diritto.

  • Faccio l’avvocato del diavolo: il reddito, la casa, sono cose che chiederemmo a prescindere, non sono rivendicazioni specifiche delle altre intimità. Non chiediamo riconoscimento, chiediamo le cose che ci servono per, che però sono le cose che chiedono anche gli altri, quindi qual’è la nostra rivendicazione… Bisogna uscire da questa idea che il momento vero del fare politica, ciò che fa la differenza, sono le rivendicazioni che avanzi nei confronti dello stato. Il piano del diritto, il piano della governance delle vite e il piano disciplinare della costruzione della soggettività sono per così dire i tre vertici di uno stesso triangolo, non sono separati l’uno dall’altro e non ce n’è uno che è più importante degli altri. Chiedere il reddito per non riprodurre più la famiglia nucleare, o chiedere reddito in nome dell’autodeterminazione, è molto diverso dal chiedere il reddito parlando dei poveri giovani che non possono più farsi una famiglia o che non hanno tempo di formarsi, di fare stage e tirocini gratuiti nell’intervallo fra un lavoro e l’altro. Questo fa una differenza sostanziale.

SomMovimento NazioAnale

Questo intervento è stato presentato all’incontro Tr-Amanti. Pratiche e affetti queer fra precarietà e transizioni, all’interno di De-Sidera – Festival queer organizzato da Fuxiablock/BiosLab, Padova, 23-24-25 settembre 2015.

SFAMILY WAY MOLTO DI PIU’ DELLE UNIONI CIVILI

Tremate, tremate…

Gender panic! è il nome della giornata di approfondimento organizzata dalla Favolosa Coalizione al Centro di Documentazione delle Donne di Bologna lo scorso 13 dicembre.

Un nome, un programma: la riflessione alla base del percorso della Favolosa è che se Sentinelle in piedi, Manif pour tous, NoGender, cattofascisti e conservatori di ogni tipo fomentano il panico intorno a teorie di genere, omosessualità, crisi della famiglia, da parte nostra cercare di mostrare il volto rassicurante delle vite lgbt e dire alla gente che non c’è da aver paura non è la strategia giusta. Al di là dei toni apocalittici, infatti, ciò che loro temono è il tramonto dell’eterosessualità obbligatoria e del sistema binario dei sessi/generi, che serve a tenere le donne sempre un gradino sotto agli uomini. Ma cambiare questo sistema è appunto il nostro obiettivo politico, e tentare di mitigarlo o nasconderlo non serve a tranquillizzare loro, ma solo a indebolire noi.

La Favolosa Coalizione è nata dalla riuscitissima manifestazione in risposta alle Sentinelle in piedi in Piazza Santo Stefano il 19 aprile scorso, e coinvolge attivist* di Smaschieramenti (Atlantide), Cassero, Associazione Orlando e un gran numero di singole/i. Da allora, riunendosi sempre attraverso assemblee pubbliche aperte a tutt*, la Favolosa è scesa in piazza in giugno in risposta agli attacchi degli antiabortisti, in ottobre con una frocissima campagna contro Salvini, e infine con Gender panic!

La giornata, che a visto la partecipazione di un centinaio di persone, era organizzata in tre workshop tematici: Occupy gender (per elaborare una campagna comunicativa in risposta alle campagne nogender), Molto più di 194 (sull’aborto e l’autodeterminazione in campo riproduttivo) e S-family way. È di quest’ultimo che vorremmo raccontare più in dettaglio in questo articolo.

La sfamiglia prima di tutto

La Favolosa Coalizione le ha chiamate “sfamiglie”, riprendendo un’espressione coniata dal collettivo Kespazio, che nel 2013 organizzò a Roma uno “Sfamily Day”. Ma già nel 2009 il Laboratorio Smaschieramenti intraprese un’autoinchiesta sulle relazioni d’affetto, intimità e cura oltre la coppia, oggi confluito nel lavoro sulle “Altre Intimità” della rete transfemminista queer SomMovimento NazioAnale. Si tratta di tutte quelle relazioni d’affetto, intimità e cura che deviano dal modello della coppia e della famiglia, e che spesso vengono sottovalutate e invisibilizzate a causa di un immaginario dominante che dice che ciò che conta, ciò che da senso alla vita, è solo l’amore di coppia – meglio se eterosessuale, e meglio ancora se produttore di prole.

Questo modello discrimina non solo le famiglie omosessuali, ma tutte le scelte di vita che deviano dalla linearità lavoro-matrimonio-figli: le famiglie etero ricomposte (=una coppia di ex partner con i loro nuovi partner e relativi figli e parentado), i legami affettivi costruiti dalle persone single con i propri amici, amanti, ex amanti, coinquilini e quant’altro, l’esperienza di chi per caso o per scelta cresce un figlio da sol* o con l’aiuto di persone che non sono partner, le relazioni sentimentali e sessuali non esclusive. Situazioni vissute in prima persona da* partecipanti a Sfamily way, che hanno riflettuto insieme sulle implicazioni politiche delle loro esperienze.

Si sa, uno degli spauracchi agitati dai neoconservatori è la “crisi della famiglia”: il fatto che sempre meno gente si sposi e/o faccia figli è, secondo loro, segno di una crisi di valori da combattere con le campagne omofobe e antifemministe e con incentivi, da parte dello Stato, alla riproduzione di nuclei familiari tradizionali. A seconda delle scuole di pensiero, le cause di questa “crisi” stanno nelle perfide trame della “lobby gay” o nella precarietà, nell’individualismo o nella frenesia della vita moderna… Ma, a ben vedere, una delle cause principali è che le persone, e in particolare le donne, sono meno disposte che in passato a sacrificarsi “per il bene della famiglia”. E allora, ben venga la crisi della famiglia!

Allo stesso tempo, non possiamo negare che la relativa instabilità delle nostre relazioni di coppia – etero o omosessuali che siano – ci procura qualche inquietudine. Oggi quasi nessun* accetterebbe l’idea di stare tutta la vita con qualcuno che non l* rende almeno un po’ felice. Ma allo stesso tempo, se a una certa età non abbiamo ancora questo “qualcuno”, proviamo spesso un senso di fallimento.

Eppure, anche se non stiamo in coppia e non abbiamo figli o stiamo in coppie precarie, spesso ci sono nella nostra vita legami d’affetto, di cura, di mutuo-aiuto molto forti. A volte durano da una vita, altre volte durano per un po’, poi si allentano, si trasformano, ma non per questo sono meno veri. Sono affetti che nel qui e ora ci fanno sentire vivi, amati e provvedono anche materialmente al nostro benessere: ci salvano dalla depressione, ci fanno la spesa se siamo malati, ci danno una mano con il trasloco o ci aiutano se non riusciamo ad arrivare a fine mese. La tendenza a svalutare e disconoscere questi legami come qualcosa di poco importante, a considerare queste vite come incomplete, va di pari passo con un welfare – istituzionale o parentale – che supporta soltanto la coppia monoaffettiva.

Politiche sfamiliari

Come contrastare tutto ciò? Costruire consapevolezza e visibilità per queste relazioni d’affetto è già un’azione politica che incide concretamente sulla qualità delle vite. Le rivendicazioni che potrebbero essere avanzate sul piano istituzionale riguardano i diversi bisogni che queste situazioni di vita esprimono: poter viaggiare per mantenere i contatti con amici, familiari, partner geograficamente dispersi; non avere tutto il proprio tempo e le proprie energie mangiate dal lavoro in modo da potersi prendere cura delle persone care; avere la possibilità di designare chi può decidere per noi in caso di interventi sanitari d’urgenza o con chi vogliamo condividere la responsabilità di crescere un bambino indipendentemente dal tipo di relazione.

A proposito di genitorialità, nel workshop abbiamo anche riflettuto su come gli/le occupanti dell’ex-Telecom siano stat* stigmatizzat* per aver cresciuto i propri figli in un’occupazione (non avendo, peraltro, altra scelta), e per averli coinvolti in azioni di protesta per il diritto alla casa. Allo stesso modo i gay e le lesbiche sono messi continuamente sotto esame rispetto alle loro capacità genitoriali, e vengono criticati perché portano i bambini sul carro del Pride. Secondo la cultura dominante, l’infanzia va tenuta lontana dalla politica e dalla sessualità, o perlomeno dalla politica e dalle sessualità dissidenti. Il modello del buon genitore non è solo cisgender e etero, ma anche bianco e di classe media.

In questi giorni il Parlamento discute di estendere alle coppie omosessuali alcuni scampoli di diritti. Ci auguriamo che questa legge sia solo un passo, non solo verso il pieno riconoscimento di tutte le coppie, ma verso una politica che promuova e tuteli le relazioni di affetto di qualunque tipo. Un augurio che ci facciamo in nome della solidarietà e della giustizia sociale, non in nome dell’italianità o di una “civiltà” che, di questi tempi, assume troppo facilmente sfumature razziste e anti-islamiche.

FAVOLOSA COALIZIONE

Articolo pubblicato su “La Falla”, Gennaio 2016

APPUNTI E SPUNTI SULLA NON MONOGAMIA

All’interno del SomMovimento NazioAnale ci sono stati dei momenti di riflessione a partire dalle nostre (di alcune di noi) pratiche di non monogamia. Abbiamo deciso di condividere su queste pagine quello che ne è uscito perché ci sembra abbastanza interessante anche per chi non sente l’urgenza di avere più di una relazione alla volta e/o di fare sesso con altr* quando ha una relazione con qualcun*, ma riconosce che questo non è l’unico modo giusto di vivere, e che è interessat* a smontare questo mondo a misura di coppia.

Nella nostra esperienza, la pratica di relazioni sessuo-affettive non esclusive dà l’opportunità di mettere in discussione tante altre norme e consuetudini della coppia, e le strutture sociali e culturali annesse e connesse. Ma non è affatto automatico che questa opportunità si trasformi in pratica, cosi’ come non è detto che per mettere in discussione certi modelli relazionali si debba per forza cominciare da o arrivare passare alla non-monogamia.

Fatta questa premessa, eccovi un po’ di appunti e spunti nati dal primo incontro del gruppo di discussione sulla non monogamia, un gruppo informale di attivist* del SomMovimento NazioAnale la quale è riuscita a realizzare, dal 2013 ad oggi, solo due incontri organizzati, ma che in compenso ha realizzato una miriade di incontri causali e dis- organizzati.

Chi è monogam* non deve rendere conto, non deve dimostrare al mondo che una relazione monogama “funziona”, e non deve dimostrare a se stess* che è in grado di essere coerente al 100%. Perché noi dobbiamo dimostrare che le nostre relazioni “funzionano”? Perchè dobbiamo flagellarci a ogni minimo problema? Perché, per esempio, ogni volta che si affaccia in noi il più piccolo sentimento di gelosia o di fastidio dobbiamo mettere in discussione tutto? Ogni passaggio di questa malefica catena andrebbe analizzato attentamente:

Lei (o lui) scopa con qualcun’altr* > provo una stretta allo stomaco > la stretta allo stomaco è sicurament Gelosia > panico! forse non sono pronta, forse non sono all’altezza, forse è tutto sbagliato e dovrei ritirarmi in buon ordine, tornare a una normale monogamia.
Iniziamo ad analizzare il passaggio lei scopa con qualcun’altr* > stretta allo stomaco.
Negare di aver provato la stretta allo stomaco, come ben sappiamo, non serve a niente, anzi peggiora la situazione. Ma allora perché tendiamo a negarla?

A volte è proprio il desiderio di opporre resistenza al dilagare del panico da “oddio forse non sono pronta” che ci porta a farlo. E’ quindi molto importante decostruire l’ansia da prestazione, che in parte ci viene inculcata dall’esterno (“Coppia aperta? Tsè! Staremo a vedere…”), e in parte è indotta da una certo tipo di discorsi che circolano più o meno sottotraccia negli ambienti queer o compagneschi-libertari, dove l’essere non monogame sembra quasi un punto di merito che ci accredita come buone rivoluzionarie.

Altre volte è la paura che l’espressione di questo stato d’animo possa limitare la libertà dell’altra persona, farla sentire in colpa o comunque turbare la sua felicità nell’avere un altro incontro sessuale.

Allora perchè non provare a parlarne prima con qualcun’altr* invece che riversare il nostro stato d’animo subito, a caldo e senza analisi, sulla nostra compagna?

Ottimo consiglio, tutto sommato nemmeno troppo originale. Ma la possibilità di metterlo in pratica dipende moltissimo da come è organizzata la nostra vita quotidiana in generale e a prescindere dalle eventuali altre scopate o cotte o relazioni amorose che la nostra compagna può avere. Infatti, se la mia vita è organizzata in modo che la prima e l’unica persona che vedo appena ho finito di lavorare (o di cercare lavoro, o di studiare, o di sbattermi in qualunque modo nel cotinuum vita-lavoro che caratterizza le nostre vite precarie) è la persona con cui sto; o se non ci sono altre persone che fanno parte della mia quotidianità, per cui vedere un’amica prima di vedere la mia compagna quando la stretta allo stomaco mi coglie comporta un lavoro di organizzazione e coordinamento complicatissimo; allora è quasi automatico che la mia malcapitata compagna dovrà accollarsi il mio stato d’animo a caldo, non appena si presenta e prima ancora che io abbia potuto elaborarlo un minimo… cosa che probabilmente succede con qualunque mio stato d’animo, e che non è quasi mai sana, ma in modo particolare no lo è per questo tipo di stato d’animo.

Lo stress da precarietà, la pigrizia, la sindrome “due cuori e una capanna”, che spesso colgono a tradimento anche le transfemministe più agguerrite e le scoppie più scalcagnate, possono spingerci a chiuderci nell’intimità della nostra coppia, a non includere altre persone nella nostra vita quotidiana, o a includerle pochissimo. E’ molto importante combattere questa tendenza ben prima che ci si ponga il problema di trovare un’amica/o con cui confrontarsi quando ci coglie la stretta allo stomaco…

D’altra parte, è anche vero che bisogna poi avercerle, delle amiche o degli amic* che 1) siano disposti a far parte della nostra quotidianità invece di chiudersi a loro volta nelle loro coppiette, e 2) siano in grado di ascoltarci senza proiettare sulla nostra stretta allo stomaco assunzioni mononormative (=la normatività della monogamia, cioè la convinzione che la monogamia, la gelosia ecc. siano naturali. Esempi frequenti di assunzioni mononormative: sguardo di disapprovazione quando scopi con qualcun altro; sguardo di compassione quando lei scopa con qualcun altro; hai avuto una gironata di merda, sei senza lavoro, senza soldi, hai perso la tua migliore amica? è evidente che non vuoi ammettere che stai male perchè lei ha scopato con qualcun altra sei mesi fa, ecc.) Parleremo di questo punto più avanti.

Attenzione! Queste considerazioni riguardano l’opportunità di elaborare un po’ certi stati d’animo prima di comunicarli alla persona con cui “stiamo”, ma non pensiamo affatto che sia giusto non comunicarli.
Passiamo ora al collegamento “stretta allo stomaco = gelosia”
A qualunque malessere provato in prossimità della scopata extraconiugale diamo il nome di gelosia, ma è solo perché è una legge culturale provare gelosia in questi casi.

Prima di tutto, ovviamente, bisogna capire che posso provare gelosia, ma questo non mi autorizza a comportarmi di merda, come invece insegna quella legge culturale. Secondo: è davvero gelosia?

Una volta che ci siamo riconosciute il diritto di provare lo stato d’animo che stiamo provando (abbiamo detto “stretta allo stomaco” ma potrebbe essere qualunque altra sensazione di malessere), analizziamolo: è gelosia? o forse è invidia (ho voglia di scopare e rimorchiare in giro anch’io e magari non ci sto riuscendo perché non ho tempo, non ho soldi per uscire, non me lo concedo…)? Depressione (sto male per altre ragioni e ora finalmente ho una ragione culturalmente valida per lasciarmi andare allo sconforto)? Rabbia? Qualche altro fastidio, p. es. mi ha dato fastidio qualcos’altro e non la scopata in sé? Se lei mi ripete ciclicamente di essere etero, a dispetto del fatto che sta con me che sono una donna, e poi scopa con un uomo, forse il problema non è tanto che abbia scopato con qualcun altro, o l’orrore ideologico per il fatto che questo qualcun altro sia un uomo, quanto che nel dire “sono etero” disconosce l’importanza, l’esistenza del suo desiderio e della sua vita sessuale con me…

E’ evidente allora che la maggiore o minore capacità di vivere serenamente il fatto che la nostra compagna scopa o ha relazioni sentimentali anche con altre persone non dipende unicamente da quanto siamo brave e mature. Una relazione etero ha oggettivamente tutta una serie di facilitazioni sociali che una relazione omosessuale non ha. Una persona che ha tempo libero, possibilità di viaggiare, uscire, e magari un lavoro che favorisce le relazioni sociali è oggettivamente in condizione di avere molte più storie di una che non ha una lira o che ha degli orari di lavoro che la tagliano fuori dalla socialità. Se la vostra compagna ha solo un’ora di tempo libero per stare non solo con voi, ma con chicchessia, forse se gli piglia male non è solo perché è gelosa e possessiva… Se la nuova amante della mia compagna ha richieste e aspettative di esclusività, la fifa che lei fugga con l’altra non è espressione di un limite individuale, ma di un dato sociale: tutti sappiamo che una relazione romantica monogama in questa società ha vita molto più facile.
Terzo anello della catena: Provo gelosia > allora non sono all’altezza.

Decostruire l’ansia da prestazione! Non dobbiamo dimostrare niente né al mondo, né a noi stesse, né al* nostr* partner. Non dobbiamo essere ineccepibili per “meritarci” il diritto di avere una relazione non monogama.

Costruire le condizioni per poter avere delle relazioni più libere è un lavoro politico e collettivo, non una questione di prestazione individuale, ed è un processo, non possiamo essere “pronte” dall’oggi al domani e non lo siamo mai una volta per tutte.

Condizioni per poter avere delle relazioni più libere, per esempio:

– produrre narrazioni, condividere esperienze e sapere. Non un sapere decontestualizzato del tipo regole pronte all’uso, “guida pratica alla non monogamia”, ma il sapere emozionale e contestuale che deriva dalle storie. Dieci secoli di romanzi, poesia, cinema sull’amore romantico ci rendono super-esperte delle emozioni e delle dinamiche che riguardano la relazione di coppia monogama standard… abbiamo bisogno di accumulare esperienze su altri tipi di dinamiche affettive e sessuali, raccontandole nella loro diversità e senza affrettarci a incasellarle in tipologie

– come detto sopra, organizzare la propria quotidianità in modo da avere più persone attorno e non solo il/la/le partner e consentire alle nostre amiche di includerci nella loro quotidianità

– provare a decostruire i sacri confini dell’intimità di coppia, sentirsi autorizzate a mettere dito fra moglie e marito, moglie e moglie, marito e marito… Ma come riuscire a farlo senza trasformare il collettivo, la sfamiglia di amiche, il gruppo in una specie di organo di controllo??

– visto che al momento la gente che è in grado di ascoltare senza proiettare assunzioni mononormative è molto poca, sarebbe importante che ci rendessimo il più possibile accessibili e disponibili ad ascoltarci reciprocamente sulle nostre esperienze di non monogamia. Allo stesso tempo, è fondamentale evitare l’effetto-accollo – tipo, visto che anche tu non sei monogama e sei femminista ecc, allora è tuo dovere politico ascoltarmi per tre ore al giorno anche se non siamo amiche e non ti sto manco troppo simpatica…

– E ci sarebbe anche molto da riflettere su come la narrazione dei drammi di coppia, monogama o no, tendono a imporsi sugli altri argomenti di conversazione e prendere spazio senza ritegno… La necessità di diffondere l’ascolto non deve tradursi in un modo di avallare e incoraggiare questa dinamica, che in fondo è un effetto del privilegio simbolico di cui gode la coppia e allo stesso tempo un meccanismo che riproduce questo privilegio, e incoraggia una percezione drammatica e totalizzante dei problemi di coppia. S-drammatizziamoci!

SomMovimento NazioAnale

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[1] Ė interessante il fatto che l’idea della coppia obbligatoria, che ricalca quella di eterosessualità obbligatoria di Adrienne Rich (Compulsory Heterosexuality and lesbian existence, 1980), è stata formulata da almeno tre persone diverse all’insaputa l’una dell’altra all’incirca nello stesso momento: un’attivista del Laboratorio Smaschieramenti, Alessia Acquistapace, nella sua tesi di laurea (luglio 2011, disponibile su ), dall’attivista spagnola Itzar Ziga (Novembre 2011, “Feminista way of live”,) e dalla sociologa inglese Elinor Wilkinson (workshop tenuto all’università di Leeds, 30 Novembre 2011).

[2] Gaia Giuliani e Chiara Martucci, “The L(ove) word. Autonarrazioni a confronto (1993-2013)”, in L’amore ai tempi dello tsunami, a cura di G. Giuliani, C. Martucci, M. Galetto, Ombre Corte, 2014. Pubblicato a puntate anche su

[3]

[4] Come già dicevano le femministe negli anni ’70. “It is one thing to set up a day care center the way we want it, and then demand that the State pay for it. It is quite another thing to deliver our children to the State and then ask the State to control them not for five but for fifteen hours a day. (…) In one case we regain some control over our lives, in the other we extend the State’s control over us.” Silvia Federici, Revolution at point zero, p. 64, trad. it Il punto zero della rivoluzione, Ombre Corte, 2014.

[5] Ringraziamo Sam Bourcier per questa formulazione (UFSC, Florianopolis, Santa Catarina, Brasile).




Fonte: Bibliotecaanarchica.org