Novembre 9, 2021
Da Il Manifesto
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Cosa si chiede ad un’autobiografia? La narrazione di una vita, sincera e riflessiva, che trasmetta quanto l’esistenza abbia insegnato. Abbiamo tutti un blues da piangere (Albatros, 2021; euro 16,50) di Giovanni Tommaso è esattamente questo, come ben sintetizzato nel lungo sottotitolo: «storie di vita vissuta dagli anni quaranta a oggi, un percorso musicale e esistenziale attraverso esperienze con i grandi musicisti del jazz americani e italiani». Il testo (387 pagine) è stato per decenni in cantiere e, come ha affermato l’autore, ha trovato nel periodo del lockdown la spinta all’elaborazione definitiva, con l’uscita che ha coinciso con gli ottant’anni del contrabbassista.

«GIOVANNI è una persona che non invecchia; al contrario, è una persona giovanissima con uno spirito incredibile»; «passano gli anni ma sei sempre il numero uno, Giovanni. Quando si suona con te si capisce cos’è il jazz». Sono parole di Paolo Fresu ed Enrico Rava raccolte nell’appendice «Hanno detto…», importanti per capire l’approccio al testo che ha avuto il contrabbassista-compositore. Del resto lui stesso (capitolo XIII, Dolci anni ’50) afferma che «col passare degli anni, mi sono ripromesso di non pronunciare mai la fatidica frase ‘ai miei tempi…’ (…) fare certi raffronti è praticamente impossibile, perché i parametri cambiano così tanto da rendere difficili le valutazioni» (p.317).
Tommaso ha scritto un volume che nei primi sette capitoli segue un andamento in genere cronologico mentre dall’VIII al XV si muove per nuclei tematici. L’autore è spinto da una schietta esigenza di comunicazione e unisce ad uno spirito affabulatorio una notevole capacità di scrittura. Vuole trasmettere agli altri le esperienze di uomo e jazzista che ha vissuto dagli anni ’40 (è nato a Lucca nel 1941) alla contemporaneità e che è cresciuto attraverso la musica (jazz, sonorizzazioni, colonne sonore, progetti vari, didattica…) fino ad occupare nella storia del jazz italiano (e internazionale) «un posto di primissima fila» (Marco Molendini).

LEGGIAMO, così, trasformarsi Giovanni Tommaso, capace di raccontarsi in pagine dove non c’è mai autocompiacimento, semmai spirito critico ed ironia, pagine che si ampliano spesso alla società nel suo insieme in un affresco riuscito anche dell’Italia nelle sue mutazioni dal II dopoguerra. È chiaro che di musica e di jazz si parla molto e spesso, con mirati spunti sparsi, anche di approfondimento (o concentrati: capitolo VII, Leader&Freelancer convivenza possibile?) e tanti vivaci ritratti e toccanti testimonianze di prima mano, da Sonny Rollins a Dexter Gordon, in una sequenza straordinaria. Emerge, in un’esistenza «piena» e avventurosa, un elemento ricorrente: «il desiderio di cambiamenti è una costante che mi ha accompagnato per tutta la vita. (..) il cambiamento richiede determinazione, non soffermarsi mai a valutare ciò che stiamo lasciando» (pp.366-367).
Sulla spinta di questo «motore» sotterraneo, la vita di Giovanni Tommaso e il suo racconto fluiscono con naturalezza e profondità, tratteggiando persone ed ambienti, gruppi e collaborazioni, progetti e dischi come i suoi valori personali, tra cui la famiglia. «A volte, qualche giovane jazzista che è a conoscenza delle (mie) diverse esperienze (…), mi chiede di raccontarle e io lo faccio volentieri, perché è un po’ come se glielo dovessi» (p.133).




Fonte: Ilmanifesto.it