Dicembre 4, 2021
Da Il Manifesto
252 visualizzazioni

A 12 anni dal golpe contro Manuel Zelaya, il popolo honduregno si riprende la speranza. Con la sua schiacciante vittoria alle elezioni generali del 28 dicembre, Xiomara Castro, moglie di Zelaya e prima donna a essere eletta presidente, ha ora nelle mani la possibilità di guidare il paese fuori dall’incubo della narcodittatura di Juan Orlando Hernández.

Ne abbiamo parlato con lo storico Pedro Landa, difensore dei diritti umani e dell’ambiente.

Dopo i brogli delle ultime elezioni come si spiega la vittoria di Xiomara Castro?

Il risultato era nell’aria, perché lo scontento nei confronti del Partido Nacional era ormai generalizzato. Ma nessuno si aspettava un vantaggio tanto netto: la vittoria di Xiomara Castro è stata così schiacciante che il governo non ha avuto la possibilità di manipolare i risultati. Le ragioni sono diverse. Con tanti funzionari ed ex funzionari governativi vincolati al crimine organizzato e al narcotraffico e comparsi nei Pandora Papers, nei Panama Papers e nella lista Engel (che raccoglie i nomi di 55 funzionari centroamericani accusati dagli Usa di vari reati), il popolo si è stancato di essere governato da una narcodittatura.

A ciò bisogna aggiungere i ripetuti scandali di corruzione, la cattiva gestione della pandemia, l’inettitudine mostrata dal governo di fronte all’emergenza provocata dagli uragani Eta e Iota nel 2020. Infine, si è registrata una progressiva erosione dei diritti umani e delle garanzie civili in nome della promozione degli investimenti, nel quadro di una politica fortemente estrattivista culminata nella legge sulle Zone di impiego e sviluppo economico (Zede), o città modello, destinata a svendere il territorio e la sovranità nazionale. Una legge talmente impopolare che più di 200 municipi su 298 si sono dichiarati liberi dalle Zede, molti dei quali governati dallo stesso Partido Nacional.

Quali sono le principali sfide di fronte a cui si troverà il nuovo governo?

Il primo passo dovrebbe essere l’abrogazione di leggi come quelle sulle Zede e sull’attività mineraria, la riforma del codice penale e l’annullamento dei decreti che garantiscono l’immunità ai funzionari pubblici, alla polizia e all’esercito. Come pure l’adesione all’Accordo di Escazú, insieme a una legge che assicuri ai popoli indigeni il diritto a decidere sui loro territori. Più in generale, la sfida è quella del superamento dell’attuale progetto di paese, orientato ad attrarre gli investimenti attraverso lo sfruttamento del capitale umano e naturale, in direzione di un modello di sviluppo sostenibile e inclusivo, centrato sull’equità fiscale, la priorità per le spese sociali e la smilitarizzazione del paese.

Ed è imprescindibile promuovere un patto sociale che si traduca in una nuova Costituzione capace di includere i settori esclusi, impoveriti e criminalizzati socialmente e penalmente, avviando un dialogo nazionale che ponga le basi per un cambiamento delle istituzioni e del modello economico. In tal senso, Xiomara Castro potrebbe davvero segnare un radicale momento di svolta nella storia democratica dell’Honduras: speriamo che, con il supporto del popolo, sia all’altezza della sfida, per condurre il paese su un cammino diverso da quello seguito negli ultimi 12 anni.

L’intenzione di convocare un plebiscito per un’Assemblea costituente è stata una delle ragioni del golpe contro Zelaya. Sarà possibile stavolta portare a termine l’impresa?

Più che possibile è necessario. Perché l’attuale Costituzione è stata a tal punto modificata e arbitrariamente interpretata da perdere molto del suo valore come patto sociale. D’altra parte il clima attuale è diverso da quello del 2008-2009 e al fantasma del comunismo agitato dal Partido Nacional non crede più nessuno. Senza contare che la creazione di una nuova Costituzione è stata parte delle raccomandazioni espresse dalla Commissione per la verità e la riconciliazione dopo il golpe.

L’Honduras è uno dei paesi più pericolosi per i difensori dell’ambiente. Quali misure andrebbero adottate in materia ambientale?

Le violenze e la criminalizzazione a cui sono esposti i difensori dell’ambiente vanno ricondotte alla politica estrattivista promossa a partire dal 1998 e diventata via via più aggressiva dopo il colpo di stato. Di conseguenza, per ridurre la pressione sugli attivisti e sulla natura – l’Honduras è uno dei paesi più vulnerabili al mondo rispetto al cambiamento climatico – occorre frenare l’estrattivismo e creare una vera agenda ambientale in linea con la realtà del paese e dell’intero pianeta, promuovendo una riforma integrale del modello di sviluppo che incorpori, tra l’altro, il principio della responsabilità sociale d’impresa, con i relativi obblighi in materia di diritti umani, e l’adesione all’Accordo di Escazú, con le corrispondenti riforme normative e istituzionali.




Fonte: Ilmanifesto.it