Gennaio 4, 2022
Da Il Manifesto
44 visualizzazioni


Un’indagine su un processo di criminalità organizzata del 2005, avvenuto in un non meglio identificato luogo del Sud Italia. È, in primo luogo, un esercizio esemplare di casistica il libro di Paolo Napoli, Il sovrano dimezzato. Anatomia di un processo politico (Rosenberg & Sellier, collana Diritto al presente, pp. 120, euro 11).

LA RILEVANZA DEL CASO per il diritto non è nelle corde principali della nostra tradizione giuridica. Napoli è però lontano dalla tentazione ingenua di fare l’elogio del caso singolo contro l’astrazione giuridica e la dimensione sistematica e formale. Il caso, al contrario, è interessante proprio perché può servire a gettare una luce diversa sulla ricostruzione generale, a trasformare gli strumenti attraverso le quali leggiamo l’intero.

Questo è il senso del ripescaggio di questo strano e isolato pronunciamento dei giudici del 2005: la dimensione micro di una sentenza sull’associazione mafiosa ci può permettere di affinare lo sguardo sulll’orizzonte macro della crisi della sovranità e sul suo esasperato ritorno «fuori tempo», il sovranismo.

I GIUDICI AFFRONTANO il processo del 2005 con lo strumento del reato associativo di stampo mafioso, ma, al momento dell’ammissione delle parti civili, il reato associativo comune assume una sorprendente vicinanza al crimine politico, alla figura storica della lesa maestà. I giudici infatti ammettono la costituzione della Presidenza del Consiglio come parte civile, chiamando in causa direttamente la sovranità in quanto tale. Letteralmente, scrivono i giudici, la sovranità è «menomata»: la criminalità ne rompe l’unità, la smembra.

Napoli fa emergere tutta la contraddittorietà di questa operazione: proprio nel tentativo di rilanciare la sovranità, in realtà i giudici ne mostrano la definitiva consumazione. Innanzitutto, raffigurare la sovranità in guerra contro l’associazione criminale produce non il suo rilancio, ma la sua relativizzazione: è la criminalità comune qui ad assurgere a contropotere politico, e la sovranità finisce per perdere qualsiasi supremazia e per abbassarsi a «semplice» nemico.

Nel momento in cui, poi, la ferita della sovranità è riportata alla logica del danno risarcibile, la contraddizione esplode. Il rilancio politico della sovranità coincide con l’esposizione della sua irrecuperabilità: il campo della valorizzazione economica la assorbe e la priva di ogni aura «sacrale».

NAPOLI ha evidentemente ragione a dire che quella sentenza del 2005 anticipa molto la tendenza sovranista degli anni successivi: il sovranismo delira su un ritorno della sovranità pensabile solo nella sua forma spettrale, svuotata, impotente, afferrata dentro i meccanismi del capitale e incapace di produrre senso politico o unità.

La liberazione da questi fantasmi apre per Napoli la possibilità di riscoprire una politica non sovrana, oltre le chiusure sovraniste e – simmetricamente – oltre le altrettanto autoreferenziali chiusure individualiste di «io» sovrani, proprietari di sé stessi. Resta evidentemente aperto però il problema di provare a sperimentare qualche forma che riesca almeno ad accennare a una possibile politica non sovrana dotata di efficacia. Si tratta di guardare alla produzione di contropoteri, evitando così che le pretese dei sovranismi di resuscitare un’impossibile unità organica del corpo politico, pur deliranti, continuino di fatto a segnare il campo con i tratti della violenza «autoimmunitaria» e della guerra.




Fonte: Ilmanifesto.it