Novembre 12, 2021
Da Il Manifesto
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La parola «sogno» risuona da anni nella costellazione artistica dell’iraniana Shirin Neshat, tanto da averne colonizzato l’orizzonte creativo in forma anche di trilogia. Non è solo una dimensione onirica quella investigata dall’autrice, ma qualcosa di misterioso e antico, che entra in consonanza con i meandri più profondi di sé, scovandone paure inconsce, desideri inespressi, nascondimenti e false promesse.

Così quel lungometraggio che va sotto il titolo Land of Dreams (diretto da Neshat insieme al marito Shoja Azari), guarda all’evanescenza del sogno americano. Un’evanescenza simboleggiata pure dallo sconfinato deserto che si attraversa più volte nel film (nonostante la città in cui si presume essere ambientata la storia non abbia quella geografia nel suo dna) si trasforma in un labirinto interiore, un percorso di ombre e luci che a volte si fa trappola psichica, impigliando azioni e pensieri.

E ogni immagine è un concentrato di reminiscenze della cultura statunitense – si va da Edward Hopper (il più sognante e notturno fra tutti i pittori) ai gelidi iperrealisti che duplicano realtà paradossali nei loro quadri di grandi dimensioni. Ma il paesaggio disabitato, fatto di polverosi campi totali e strade a perdita d’occhio, la solitudine di ognuno dei personaggi che vediamo muoversi in scena rimanda anche alla grande epopea della frontiera: il western qui precipita nella figura sgangherata di un cowboy new style, interpretato magnificamente da Matt Dillon.

Domenica 14 Land of Dreams (già presentato a Venezia nella sezione Orizzonti) sarà proiettato per celebrare la chiusura del festival fiorentino Lo schermo dell’arte diretto da Silvia Lucchesi; oggi, alle 15, l’artista e filmmaker incontrerà il pubblico durante una conversazione con Heinz Peter Schwerfel.

Con un cast che vede Sheila Vand, Matt Dillon, William Moseley, Isabella Rossellini e Christopher McDonald, una co-produzione della Fondazione in between Art film, e uno sceneggiatore dietro le quinte come Jean Claude Carrière («tutto nacque con un nostro viaggio a Parigi nel 2018 e il progetto è andato sviluppandosi fino alla sua morte avvenuta nel gennaio 2021»), il film oscilla in una dimensione fantasy che mescola i piani cronologici, amalgamando reale e virtuale.

La trama – scarna e che procede per successivi affondi, definendosi attraverso una serie di cortocircuiti – vede Simin, ragazza iraniana negli States che per scoprire come ci si senta ad essere dei liberi cittadini americani accetta un impiego apparentemente innocuo presso un futuribilissimo e inquietante Census Bureau. Dovrà bussare alle porte e proporre un questionario. Soprattutto, dovrà registrare i sogni di chi si sottoporrà al test per inserirli poi in un fumoso progetto per la sicurezza nazionale. Si muoverà sempre accompagnata da un bodyguard cinico (Dillon) – e con un senso umoristico spiccato – creando una sorta di triangolo sensuale con un altro protagonista che si aggiunge in quel suo intenso on the road: è Mark, vagabondo e poeta innamoratosi di lei dal primo istante.

Gli incontri di Simin la aiuteranno a comporre un caleidoscopico puzzle esistenziale – dalla coppia iniziale che sembra uscita da una sequenza di Altman ai nativi diffidenti con i «programmi governativi» e che preferiscono sbarrare la porta – mentre lei, in segreto, si traveste simulando i racconti nella sua lingua farsi, dopo essersi abbigliata alla maniera dei suoi intervistati. Quel metodo Stanislavskij non è però esente da insidie: impersonando vite altrui, la ragazza finisce per perdersi nei suoi stessi (falsi) ricordi, immaginando di trovarsi – sospesa fra incubo e realtà – in una colonia di iraniani espulsi, dove riconoscerà, appesa al muro, la foto del padre ucciso dal regime islamico del suo paese.

La scena onirica – bellissima ed enigmantica – può leggersi anche come una summa dell’arte di Shirin Neshat: c’è lo spaesamento dell’esilio, la malinconia della perdita e del passato che non torna, il rapporto conflittuale fra i due sessi, la poesia – così importante in Iran – in quel racconto dell’usignolo che vola via di notte solo quando il suo nido è distrutto. E c’è la fotografia installativa, immaginata come luogo fisico dell’indagine, archivio in fermento della vita, vera e propria ricognizione sentimentale.

È un canto d’amore per l’America che ha accolto Shirin il film, ma anche un’elegia dolorosa che narra la deriva Usa nel suo ostinarsi a cavalcare spregiudicatamente razzismo e differenze sociali. «Con rammarico, devo dire che il futuro non mi sembra molto promettente. Non è questa che vedo oggi l’America che ho conosciuto. Si percepisce molta sfiducia nel governo che, oltre a far crescere il divario fra i suoi cittadini, semina caos e guerra civile nei paesi stranieri in cui interviene per poi abbandonarli, con nessun riguardo per i diritti umani. Land of Dreams è una visione artistica e satirica che mostra quanto siano ingannevoli le strutture del potere».




Fonte: Ilmanifesto.it