Marzo 21, 2022
Da Il Manifesto
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Quanto guadagna un lavoratore o una lavoratrice appartente al mondo dell’arte contemporanea? Secondo l’indagine di settore di Awi – Art Workers Italia, associazione indipendente e apartitica nata nel 2020 – circa la metà dei 440 intervistati ha un reddito annuo inferiore ai diecimila euro, ovvero sotto la soglia di povertà. È la prima volta che viene messa nero su bianco, attraverso dati che parlano chiaro, la difficile situazione contrattuale e remunerativa di artisti e artiste, curatrici, accademici, addetti alla comunicazione, «art writer».

L’INDAGINE verrà presentata nel dettaglio venerdì 25 marzo dalle 14 presso l’Aula Martini dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca con diverse relatrici Awi oltre a personalità politiche e rappresentanti di realtà culturali. Sarà un’occasione per un confronto «sui limiti legislativi e le possibilità di azione rispetto al riconoscimento e alla sostenibilità del lavoro nell’arte da parte della politica», con una proposta di modifica al Testo Unificato in vigore, oltre alla presentazione di una Guida ai compensi minimi, un nuovo strumento costituito da una tabella con i compensi minimi raccomandati.
Le criticità messe in luce dall’indagine di settore, d’altronde, sono diverse. Il campione che ha risposto alle domande, innanzitutto, è piuttosto compatto: si parla per lo più di persone nate negli anni ’80 e ’90, concentrate nelle grandi città del centro-nord. Come a dire che, se da Roma in su quanto meno «ci si riconosce» parte di un mondo e c’è modo di fare rete, al sud manca anche questo primo passaggio. Come possiamo aspettarci, gli intervistati e le intervistate hanno per lo più un elevato grado di formazione, l’85% infatti ha almeno una laurea magistrale. Ma, ed è questo il punto dolente, le competenze richieste non trovano alcun riscontro nei salari. Perciò, la grande maggioranza (81%) è costretta a svolgere più lavori, spesso anche in altri ambiti. Ciò comporta, inevitabilmente, che quasi il 60% degli e delle art workers lavora più di 40 ore settimanali, tra questi il 15,23% lavora oltre 60 ore settimanali. Se connettiamo questo dato al primo che abbiamo riportato – i diecimila euro guadagnati all’anno – l’equazione di sfruttamento vien fuori da sé. Le cose non migliorano quando guardiamo alle modalità contrattuali e alle conseguenti tutele, circa il 20% utilizza lo strumento della prestazione occasionale, il 6% dichiara di non ricorrere a nessuna modalità contrattuale (lavoro nero), percentuale alla quale si aggiunge un 36,6% di lavoratori e lavoratrici che ricorre al nero come modalità secondaria.
Di fronte a questi dati, Awi propone una strada, nonostante sia spesso la più difficile da praticare: stipulare contratti formali prima dell’inizio dell’incarico coerentemente con le mansioni svolte, per ottenere un compenso congruo con il tempo dedicato e le competenze richieste. Il problema, naturalmente, è complesso e sistemico, ma solo collettivamente si potranno definire le geografie del lavoro che verrà.




Fonte: Ilmanifesto.it