Dicembre 21, 2021
Da Umanita Nova
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“Praticare il bene è un affare. Se l’uomo non lo persegue è solo perché non ha la minima idea di dove si trovi il bene. Pertanto non è malvagio ma ignorante”. Socrate (Atene, 470 a.C./ 399 a.C.)

Socrate non poteva immaginare quanti, del tutto consapevoli, si sarebbero resi responsabili delle peggiori nefandezze a danno della collettività.

Tra questi, i signori del “prima il profitto” applicano da sempre un’idea di “economia circolare” per cui ritengono lecito ricavare il massimo guadagno senza calcolare l’eventuale danno ambientale, senza preoccuparsi della salute dei lavoratori o di quella degli ignari cittadini che, loro malgrado, abitano troppo vicini ai siti che rilasciano “i veleni”. Quando la quota di profitto non è più garantita, quando le proteste ambientaliste danno troppo fastidio o quando partono le inchieste, si dileguano con il “bottino”. Le imprese falliscono o cambiano radicalmente la loro ragione sociale lasciando sulle spalle dei contribuenti, per assurdo anche gli stessi che direttamente hanno subito il danno, il peso della bonifica, del risanamento, della cura. Non pensate solo all’Ilva di Taranto, di cui tanto si è discusso negli ultimi anni. I SIN (siti d’interesse nazionale*), dopo vari rimaneggiamenti ne sono rimasti 42 dei 59 iniziali, coinvolgono complessivamente il 3% del territorio italiano e circa 6 milioni di persone. Attenzione: i 17 mancanti non sono stati bonificati ma messi in carico alle regioni dove, di aree inquinate ed ecologicamente compromesse se ne contano migliaia. Allargando la visuale sull’Europa i siti contaminati accertati diventano circa 700.000; ma da recenti dati dell’European Environment Agency (EEA, 2020) risultano, complessivamente, oltre 2,8 milioni di luoghi potenzialmente a rischio nel territorio del Vecchio continente, di questi circa il 14% devono essere sicuramente bonificati.

Visti i numeri, è evidente che non siamo di fronte a incidenti di percorso ma al risultato dello “sviluppo” legale e illegale dell’industrializzazione nei settori del petrolchimico, del siderurgico-metallurgico, della lavorazione dell’amianto, delle discariche. E l’elenco si potrebbe allungare.

Da sempre chi investe capitale considera gli aspetti scientifici e tecnologici che riguardano “l’estrazione” delle risorse senza preoccuparsi delle conseguenze che tali scelte determinano sull’ambiente e sulla salute nel medio e lungo termine.

Una logica di rapina senza alcuna programmazione “economica” se non quella della moltiplicazione del capitale stesso. Quando il danno risulta evidente e ufficialmente riconosciuto i responsabili non sono chiamati a riparare o, se lo sono, attivano contenziosi giuridico-amministrativi o, più semplicemente, dichiarano di non essere in grado di far fronte a un impegno economico che, ovviamente, è ingente. Così si scarica sul “pubblico” anche l’onere della bonifica e della cura delle patologie originate dall’inquinamento dell’aria, delle acque e dei suoli.

Ancora non basta, l’accenno ironico a una singolare interpretazione dell’economia circolare di poco sopra, si riferiva al fatto che, se è vero che i costi del risanamento sono a carico della collettività, saranno poi altre imprese private a incassare i proventi di una bonifica magari realizzata a colpi di subappalto dove gli ultimi della catena vengono sfruttati quel tanto in più per ricavare ancora l’ultimo margine di guadagno. Non importa se gli attori cambiano, cioè se i responsabili del danno non sono gli stessi che si occupano della bonifica, entrambi sono parte dello stesso sistema. Certo, è ovvio che ci si possa sentire sollevati se qualcuno ci toglie da una situazione di “minaccia” ambientale o sanitaria asportando la porzione di suolo inquinato, mettendo in sicurezza i pozzi da cui si preleva l’acqua che arriva nelle case o installando i filtri che depurano l’aria che respiriamo, ma è l’idea stessa per cui si prevedono le due fasi “inquinamento e bonifica” a essere inaccettabile.

Quello che è definito, con grande semplificazione, sviluppo piuttosto che benessere, spesso nasconde un prezzo che qualcuno, magari a migliaia di chilometri, paga o ha pagato molto caro. Senza andare troppo lontano, quante volte abbiamo visto e sentito lavoratori che per difendere il proprio posto di lavoro si rendevano complici nel generare le malattie che colpivano i loro figli?

Scegliere tra il reddito di oggi e la malattia di domani non è un’opzione da considerare.

Il Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), costituto da ISPRA e dalle Agenzie regionali, ha istituito nel 2017 la “Rete operativa per il danno ambientale” per elaborare in maniera omogenea su tutto il territorio le fasi istruttorie dei casi di potenziale danno. Ciò con l’obiettivo di permettere un’efficace individuazione e attuazione delle misure di riparazione delle risorse naturali e degli ecosistemi danneggiati oltre alla determinazione delle misure di prevenzione del danno ambientale. Tra 2017 e 2018 sono state avviate le istruttorie di 217 casi di danno ambientale distribuiti su tutto il territorio italiano.

Per “danno ambientale” s’intende qualsiasi deterioramento, significativo e misurabile, provocato a specie e habitat protetti, ambienti acquatici o al suolo. La maggior parte delle istruttorie per danno ambientale è associata a illeciti compiuti nella gestione dei rifiuti (41%), violazioni in materia di edilizia e paesaggio (19%) e scarichi fuori norma (5%). Un 8% è legato ai cosiddetti “ecoreati” individuati della legge n. 68/2015 (disastro ambientale, inquinamento, omessa bonifica).

Quello che scrivo non faccia pensare che le opere di bonifica si realizzino. Anzi, la realtà ci insegna che esistono territori estesi dei quali non è nota neppure l’entità e la dimensione dell’inquinamento, pur essendo ricompresi all’interno di perimetrazioni dei SIN effettuate diversi anni fa in funzione cautelativa e, allo stato, né sono stati bonificati, né sono stati restituiti agli usi legittimi.

Intanto il ministero dell’ambiente è diventato ministero della transizione ecologica, i problemi ambientali si sono moltiplicati, primo fra tutti quello del cambiamento climatico che, se ci riflettete, alla base ha lo stesso meccanismo “creo danno/fornisco rimedio”. Nell’ormai famoso Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) non mi pare di trovare risorse dedicate alla bonifica dei SIN. Chi vive in quelle aree a rischio rimarrà esposto ancora per anni.

Un’interessante ricerca è stata avviata negli ultimi anni in aree altamente inquinate nel contesto del progetto CISAS, Centro Internazionale di Studi Avanzati su Ambiente, l’ecosistema e la Salute umana, finanziato nel 2016 dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca nell’ambito di tre territori che includono aree a terra e aree marine. Si tratta dei tre SIN di Augusta/Priolo (SR), Milazzo/Valle del Mela (SR) e Crotone.

Tutti siti dove le pressioni ambientali sono state rilevanti nel corso degli ultimi decenni.

Nell’ambito del programma di ricerca nel settore di Epidemiologia Molecolare è stata avviata un’indagine che utilizza la placenta come modello di studio per il bio-accumulo di inquinanti organici e inorganici (metalli pesanti e altri inquinanti “tradizionali” ed “emergenti” come il PCB e il PBDE). L’utilizzo dei tessuti placentari nella stima dell’esposizione a inquinanti ambientali ha il notevole vantaggio di essere i) non invasiva (i tessuti placentari vengono di norma scartati dopo il parto); ii) di circoscrivere temporalmente l’esposizione e il bio-accumulo al periodo della gestazione; iii) di valutare l’esposizione sia materna che fetale. Parallelamente allo studio sull’uomo, nel protocollo di ricerca sono stati sviluppati modelli di laboratorio in vitro, ex vivo e in vivo (modello murino) per approfondire lo studio degli effetti d’inquinanti ambientali selezionati sul metabolismo cellulare e animale.

È stata pertanto sviluppata la prima coorte (**) residenziale di nascita in Italia in aree a elevato rischio ambientale. Tutte le donne in gravidanza che si presentano in uno dei punti nascita durante gli ultimi 2 mesi di gravidanza sono invitate a partecipare allo studio per essere seguite fino al parto. Lo studio prosegue coprendo i primi due anni di vita di bambini/e. Aspettiamo di vedere i dati ma risulta già sorprendente scoprire che questo è il primo studio epidemiologico che si occupa dei SIN da che sono stati individuati.

Per concludere questa “panoramica” su ambiente, lavoro, salute è il caso di riportare qualche dato dalla relazione dell’INAIL riferita al 2019 (ultimo anno prima della sindemia). Malattie professionali: i dati indicano ancora un aumento delle denunce di malattia professionale rispetto al pari periodo del 2018. Si conferma il progressivo incremento che ha caratterizzato l’ultimo decennio (oltre il 40% in più rispetto alle denunce del 2010). Le denunce di malattia sono state 61 mila e 200, il 2,9% in più rispetto al 2018. È stata riconosciuta la causa professionale al 36,7% (il 2,7% è ancora “in istruttoria”). È importante precisare che le denunce riguardano le malattie e non i soggetti ammalati, che sono circa 43,700, di cui il 40,3% per causa professionale riconosciuta. Sono stati poco più di 1.500 i lavoratori con malattia asbesto-correlata. I lavoratori deceduti nel 2019 con riconoscimento di malattia professionale sono stati 1.018 (il 24,6% in meno rispetto al 2018), di cui 212 per silicosi/asbestosi.

Nel 2019 sono state fornite circa 7,6 milioni di “prestazioni sanitarie” (l’83% richieste a seguito di infortuni, il 17% per malattia professionale); le prestazioni per “prime cure” effettuate presso i 120 ambulatori dell’INAIL sono state, nel complesso, 675 mila. Le prestazioni riabilitative erogate dal Centro protesi di Vigorso di Budrio con le Filiali di Roma e Lamezia Terme, dal Centro di riabilitazione motoria di Volterra e dagli 11 centri di fisiochinesiterapia attivi in 5 regioni ammontano, in totale, a oltre 218.000. Il Centro protesi (con le sue filiali) ha registrato complessivamente 10.671 prestazioni di assistenza protesica a favore di 5.979 assistiti di cui 4.208 sono infortunati sul lavoro.

Verrebbe da chiedersi quali siano i dubbi che ancora frenano l’evoluzione verso un sistema economico dove al ricatto occupazionale, alla competizione, allo sfruttamento dell’uomo, alla rapina delle risorse naturali si sostituiscano la solidarietà, il mutuo appoggio, il rispetto dell’ambiente e delle generazioni future? A chi giova alimentare la contrapposizione tra lavoro, salute e ambiente?

Si può cambiare!

MarTa

(*) siti d’interesse nazionale, ai fini della bonifica, sono individuabili in relazione alle caratteristiche del sito, alle quantità e pericolosità degli inquinanti presenti, al rilievo dell’impatto sull’ambiente circostante in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali. (Art. 252, comma 1 del D.Lgs. 152/06 e ss.mm.ii.).

(**) coorte = nelle indagini epidemiologiche, gruppo di individui portatori di una caratteristica comune, in questo caso essere nati in un area SIN

Sitografia:

https://www.insic.it/tutela-ambientale/inquinamento/danno-ambientale-in-italia-la-fotografia-di-ispra-a-camera/

https://www.cnr.it/sites/default/files/public/media/Ambiente_salute_nei_siti_contaminati_estratto.pdf

https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/siti-contaminati/riferimenti-normativi_sin_aprile_2021.pdf

https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/suolo-e-territorio/siti-contaminati/siti-di-interesse-nazionale-sin




Fonte: Umanitanova.org