Ottobre 6, 2021
Da Il Manifesto
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Ennesima vendita di armi ai golpisti birmani. In questo caso, sistemi d’arma a controllo remoto (Rcws) per far operare le mitragliatrici in modo robotizzato, installabili su veicoli, navi, velivoli o edifici.

A venderli nel luglio 2021 alla giunta militare, peraltro secondo il gruppo di attivisti Justice for Myanmar ormai «con la piena consapevolezza che tali forniture possono contribuire e favorire gli atroci crimini di cui si sta macchiando l’esercito del Myanmar», l’indiana Bharat Electronics Ltd (Bel).

LA MAGGIORANZA DELLE QUOTE di questa grande azienda del settore aerospazio e difesa (il 51%) è direttamente nelle mani del governo indiano, mentre tra i maggiori azionisti figurano la filiale locale della Nippon Life Insurance Company (colosso assicurativo giapponese) e gli statunitensi Goldman Sachs Asset Management (tra i principali gestori di investimenti al mondo).

La vendita da parte della Bel di questi sistemi automatizzati ai militari birmani al potere conferma la linea del premier Modi, chiarita al mondo esattamente un mese prima del loro invio in Myanmar, quando nel giugno 2021 l’India si è astenuta dal votare la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che invitava «tutti gli Stati membri a impedire il flusso di armi verso il Myanmar».

Sul proprio sito internet, l’indiana Bharat Electronics Ltd Bharat Electronics Ltd descrive le caratteristiche di questi sistemi d’arma: caricamento, tracciamento del bersaglio e correzione balistica completamente automatici, grazie al proprio sistema di controllo. Dai dati raccolti da Justice for Myanmar, il valore di tale spedizione di Rcws sarebbe di «oltre 600.000 dollari, trattandosi probabilmente di una singola unità che l’esercito del Myanmar sta sperimentando, per un probabile acquisto futuro più ampio».

NEI MESI PRECEDENTI la Bel aveva già «effettuato spedizioni multiple di sistemi per la sorveglianza costiera e di apparecchiature radar RAWL-Mk II destinati Marina del Myanmar», aggiunge l’organizzazione che si batte per i diritti umani.

Tra i partner d’affari della Bharat Electronics Ltd (Bel), si legge nei loro report annuali d’impresa, figurano anche due importanti aziende italiane del settore: la Elettronica SpA (colosso romano attivo proprio nel comparto della guerra elettronica, accordo siglato nel 2019) e la Beretta (nota holding bresciana delle armi da fuoco, partnership strategica avviata nel 2021).

L’ultima brochure aziendale dell’Elettronica SpA, datata 5 marzo 2021, indica inoltre diverse sedi e partecipazioni all’estero del gruppo (Stati Uniti, Germania, Emirati Arabi Uniti, Singapore), tra le quali c’è anche l’India, dove oltre ad una filiale detiene partecipazioni nella Aeds. Del resto, parliamo di un colosso del settore: «Da settant’anni leader nella guerra elettronica e cyber», con «3.000 sistemi forniti gli eserciti di oltre 28 nazioni» per caccia, navi, sottomarini e installazioni terrestri, nonché «prima azienda europea del comparto ad aver avuto la meglio su molti concorrenti, incluso Israele, in Asia orientale», riporta trionfalmente la loro ultima brochure aziendale.

Ecco perché Justice for Myanmar, visti gli accordi di questa ditta italiana anche con l’indiana Bharat Electronics Ltd, chiede a «Elettronica SpA di usare la propria influenza per impedire al suo partner di vendere armi al Myanmar». Ma se il gruppo birmano per i diritti umani non ha finora ottenuto risposta dalla Bel, al momento nemmeno il manifesto è riuscito a parlare con la Elettronica SpA.

MENTRE L’OMBRA dei generali birmani si staglia sempre più decisa su affari e affarucci italiani nel Paese asiatico (di cui il Manifesto ha dato conto dal ritrovamento nel marzo scorso di cartucce livornesi in Myanmar), il dossier sulla situazione torna in sede europea.

Ieri si è svolta la discussione sul futuro delle relazioni tra le istituzioni Ue e i militari birmani, sulla base di una proposta di risoluzione presentata dal gruppo socialista democratico al Parlamento europeo, la quale in sostanza rispecchia le richieste dell’opposizione al regime instauratosi il 1° febbraio. Oggi il voto.

«La bozza di risoluzione dei S&D – spiega a il manifesto Cecilia Brighi di Italia-Birmania Insieme – è un buon lavoro, ma alcune ambiguità andrebbero chiarite: al punto 7 si sostiene che il Crph e il National Unity Council (espressione dell’opposizione alla giunta, ndr) sono gli unici legittimi rappresentanti del popolo birmano, anche se sarebbe augurabile si inserisse un punto nel quale il Parlamento europeo chiede ai governi degli Stati membri di riconoscere politicamente il Nug (National Unity Government, il governo ombra creato dopo la giunta, ndr) e di approvare le loro credenziali all’Onu».

QUESTE PERMETTEREBBERO, ad esempio, di mantenere come ambasciatore permanente il diplomatico che il governo democratico aveva accreditato all’Onu, Kyaw Moe Tun, che ha condannato il golpe pubblicamente e che è stato addirittura oggetto di un complotto per ucciderlo.

«C’è poi un altro punto – continua la Brighi – che va migliorato: quello che sottolinea l’importanza di un dialogo diplomatico costruttivo per stabilizzare rapidamente la situazione che si sta deteriorando. In questa situazione è impossibile ottenerla, a meno che non si arrivi a sconfiggere la giunta militare che continua a rifiutare ogni dialogo con l’opposizione democratica e il legittimo governo». Tanto da aver irritato persino i membri dell’Asean, l’organizzazione del Sudest asiatico che aveva approvato un moderatissimo piano di dialogo che non è mai partito.

«Infine – aggiunge ancora l’esponente di Italia-Birmania Insieme – si chiede che la risoluzione, una volta approvata, venga inviata al legittimo Presidente e al governo del Myanmar. Cosa significa? Immagino che si faccia riferimento al Presidente Win Myint e al Nug, ma sarebbe meglio chiarire. Questi i punti che abbiamo sottoposto all’attenzione dei parlamentari europei».




Fonte: Ilmanifesto.it