199 visualizzazioni

Ce le ha portate l’Sgb, spiegando che si tratta di “vergognosi ma regolari contratti collettivi nazionali frutto della concertazione sindacale tanto cara a Cgil, Cisl e Uil da riproporla anche all’attuale Governo”. In Fiera, intanto, il ritorno del salone Eima è accolto dallo sciopero anti-precarietà delle/i lavoratrici/ori trasferiti nel 2020 alla società Wydex.

09 Novembre 2022 – 20:24

Le “buste paga da fame” di una serie di lavoratrici/ori bolognesi arrivano sotto le finestre della Regione Emilia-Romagna: ce le ha portate l’Sgb, che nel corso di un presidio svolto oggi in viale Aldo Modo ha esportato così l’iniziativa inaugurata qualche tempo fa all’esterno della propria sede in via Zampieri 10. “Si tratta di vergognosi ma regolari contratti collettivi nazionali frutto della concertazione sindacale tanto cara a Cgil,Cisl e Uil al punto tale da riproporla anche all’attuale Governo. Contratti che rendono povero il lavoro e i lavoratori e che spingono in basso i salari di tutti. Un lavoro regolare per sprofondare nella povertà che le istituzioni utilizzano per gli appalti e i sub appalti o che fanno finta di ignorare quando ci sbattono il naso tutti i giorni come nel caso delle portinerie dei palazzi della Regione”, scrive il sindacato, ricordando che le “buste paga già esposte in vetrina sono di un portiere c/o la Regione, di una lavoratrice sua collega che in quanto donna prende ancora meno, di una lavoratrice in appalto al Comune di Bologna, di un lavoratore in appalto ai magazzini coop ed infine di un addetto alle pulizie industriali alla Marcegaglia”.

Le buste paga affisse oggi sotto la Regone sono invece “quelle di un’educatrice delle cooperative sociali del settore nido d’infanzia, un servizio pubblico in appalto alla Città metropolitana di Bologna, quella di un’educatrice ai servizi educativi domiciliari, in appalto all’Asp Città di Bologna, quella di una lavoratrice in appalto ad un noto albergo di Bologna in zona aeroporto ed infine quella di un lavoratore addetto agli appalti della sicurezza di BolognaFiere”. L’Sgb ha deciso di illustrare “i dettagli scabrosi delle buste paga e dei contratti” chiedendo, in occasione dello stesso presidio, un incontro agli esponenti della Giunta regionale con l’intezione di avanzare “richieste ben precise”. Con questa iniziativa prosegue il percorso verso lo sciopero generale e nazionale del sindacalismo di base convocato il 2 dicembre “per fermare la guerra, aumentare i salari, rilanciare scuole, sanità, servizi pubblici e welfare”, conclude l’Sgb.

In Fiera, intanto, oggi sciopero in occasione del primo giorno del salone Eima, la kermesse della meccanica agricola, perchè “per i lavoratori, a tempo indeterminato e determinato, ceduti a Wydex, la ripartenza è all’insegna della precarietà”. Stamattina, con striscione, megafono, pentole e fischietti, hanno presidiato l’ingresso di piazza della Costituzione per poi spostarsi verso l’ingresso dei padiglioni. Alcuni precari hanno inoltre occupato il terrazzo all’ingresso

“Ciò che si chiede è l’immediata riapertura del tavolo di trattative che all’ordine del giorno veda la coniugazione del turnover e delle professionalità del quartiere fieristico con la definizione dell’organizzazione del lavoro che preveda il mantenimento del lavoro diretto con il blocco delle esternalizzazioni e l’individuazione di un meccanismo di sostituzione dei tempi indeterminati che usciranno con il contratto di espansione con i tempi determinati, non nel 2040, come prospettato senza pudore dai vertici aziendali di Wydex, ma subito”, scrivono Sgb e Usb insieme a Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs. “Dopo lo sciopero a sorpresa del 19 ottobre, simbolicamente proclamato per un’ora, in occasione della prima manifestazione fieristica della stagione autunnale, i lavoratori e le lavoratrici di Wydex, società del gruppo a cui furono trasferiti, nel 2020, da BolognaFiere, continuano, sostenuti da tutte le sigle sindacali, le iniziative di lotta per denunciare le condizioni di lavoro all’interno del quartiere fieristico di Bologna”, spiegano i sindacati: “Come già riportato nelle scorse settimane da tutti i sindacati presenti in azienda, nonostante il rilancio economico post pandemia, con l’aumento di capitale da parte dei soci pubblici e la vendita di 25 milioni di obbligazioni, nonostante le intese raggiunte con ben due contratti di espansione che dovevano portare ad un ricambio generazionale e ad un aumento delle competenze e professionalità interne, la situazione dei Lavoratori e delle Lavoratrici di manifestazione continua a peggiorare. Nel frattempo i patti, sottoscritti con i soci pubblici nell’agosto del 2020, che dovevano garantire il mantenimento occupazionale e il ‘buon lavoro’ faticano a concretizzarsi dalle parole ai fatti e l’incontro richiesto dai sindacati in città metropolitana e svoltasi il 7 novembre ha infatti ribadito le intenzioni dell’azienda di esternalizzare tutte le mansioni tramite appalti non garantendo di fatto la qualità del lavoro ad oggi ancora gestito dalle società del gruppo con contratti e salari dignitosi”.

Per i Lavoratori a tempo indeterminato e i precari storici di manifestazione si tratta di un ritorno di Eima “all’insegna della precarietà professionale, organizzativa e contrattuale”, scrivono i sindacati: “BolognaFiere infatti continua a dimostrarsi indisponibile nel ricercare reali soluzioni che non si traducano solo in fumo negli occhi! La ormai palese intenzione di dilatare oltremodo una discussione, che si protrae da anni, e la brama di realizzare il piano di svuotamento dell’azienda, perseguendo l’obiettivo della riduzione del numero degli addetti e del costo del lavoro, è frutto di un’ottica manageriale che non può essere ascritta al modello di bene comune quale è quello che può e deve essere la Fiera di Bologna, né tanto meno all’idea, tanto sbandierata dal sindaco metropolitano, di città più progressista d’Italia! Ricordiamo che nel 2019 BolognaFiere impiegava direttamente, per il proprio calendario fieristico biennale, più di 100 lavoratori a tempo determinato, alcuni impiegati da più di 15 anni con contratti a termine, e oltre 90 lavoratori a tempo indeterminato. Nel 2020, dopo aver disdettato l’Integrativo aziendale con il solo fine di non applicarlo ai lavoratori poi trasferiti in Wydex, ha spostato le attività di quartiere in parte alla sua controllata riducendo, con vari mezzi, la forza lavoro che oggi registra 28 lavoratori a tempo determinato e 58 a tempo indeterminato, ed esternalizzando in appalto la gran parte del lavoro legato all’organizzazione del quartiere. In questi anni di vertenza non si contano gli atti unilaterali messi in campo da parte dell’azienda per modificare il modello di lavoro in quartiere: dal tentativo di licenziamento dei 123 part time, alla modifica dello statuto sociale, dall’ipotesi di spin off, alle chiamate ai lavoratori per ‘invitarli’ a lasciare l’azienda sotto incentivo, al trasferimento di ramo d’azienda, alle proposte ad assunzioni farlocche”.




Fonte: Zic.it