Gennaio 10, 2022
Da Il Manifesto
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«Fake it ‘til you make it» è il motto delle startup della Silicon Valley. Il miraggio della distruzione creativa che Schumpeter aveva teorizzato sembrerebbe tipico del capitalismo californiano, eppure qualcosa non va secondo le previsioni. È questo il punto di partenza condivisibile del libro di Thomas Ramge e Viktor Mayer-Schönberger, Fuori i dati! (Egea, pp. 147, euro 17).

Lo sviluppo dell’economia digitale si è tradotto in una stasi dello sviluppo, sia in termini di aumento ridotto della produttività, sia rispetto alla scarsità di innovazione e al declino del dinamismo dell’economia. L’apparenza di un costante cambiamento tecnologico è il frutto un errore di prospettiva che ci riserva il nostro sguardo miope, concentrato sul «qui» e «ora».

IL RALLENTAMENTO è riconoscibile nell’effetto monopolistico di molte aziende internet, incluse le Gafam (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft) che, essendo cresciute senza limiti, posseggono capacità e capitalizzazione necessarie per comprare i concorrenti che ne minacciano privilegi e posizione dominante. Adottano la cosiddetta Exit Strategy dal titolo di un articolo di Mark Lemley e Andrew McCreary del 2019. Si acquistano le aziende piccole prima che possano minacciare la rendita di posizione monopolistica. Talvolta i giovani imprenditori e le loro imprese entrano nella kill zone: vengono ricoperti d’oro per togliere loro il potere di innovare il settore nel quale dovrebbero competere.

Le potenti aziende internet non sono garanzia di innovazione, si comportano come difensori dello status quo, a causa della profonda asimmetria informativa frutto del possesso di informazioni che non redistribuiscono.
Gli autori negano che i dati possano essere accostati al petrolio. Il combustibile, infatti, si esaurisce una volta impiegato, non è una risorsa riusabile come invece sono i dati, che non perdono di valore, anzi possono rinnovarsi nel tempo. L’Europa dovrebbe garantire l’accesso all’informazione che, nel contesto digitale, significa permettere l’uso diffuso dei dati raccolti dagli agglomerati industriali di Stati Uniti e Cina. La tesi del libro è che non si possano spezzare i monopoli attraverso incisive politiche antitrust per contrastare lo squilibrio di potere, né sarebbe utile limitare l’uso speculativo dei dati, proteggendo, per esempio, i cittadini da un esercizio discriminatorio nella presa di decisioni a loro danno.

LA TUTELA DELLA PRIVACY che ha caratterizzato la posizione europea contro i monopoli dei dati sarebbe solo una battaglia di retroguardia, frutto del complesso di superiorità e insieme della concreta inferiorità europea quando si tratta di costruire infrastrutture industriali di raccolta e uso dei dati.
Il colonialismo dei dati è un altro argomento trattato, sia pure marginalmente. Costruire procedure digitali, standardizzate e parcellizzate consente di mettere al lavoro personale del Global South per svolgere attività sottopagate, grazie al lavoro fantasma e alla delocalizzazione permessa dalle piattaforme. La dipendenza dalle infrastrutture americane per l’Europa e cinesi per l’Asia, pone il problema della subalternità anche del nostro continente alle nuove tecnologie colonizzatrici.
Per costruire una sovranità digitale, secondo gli autori, bisogna liberalizzare l’accesso ai dati e obbligare i grandi colossi digitali, finora monopolisti nella raccolta e nel loro uso, a condividerli pubblicamente. Non sarebbero le informazioni a essere scarse, ma la possibilità di una loro interpretazione e di creare strumenti per servizi e supporto alla presa di decisione anche pubblica, seguendone i suggerimenti.

ESISTONO DIFFICOLTÀ legali e materiali per accedere ai dati conservati nei repository delle grandi aziende: sapere di cosa si occupino, come siano stati raccolti, in quali contesti e secondo quali standard. Il problema principale di questa proposta riguarda la mancanza di consapevolezza che i dati non sono una risorsa naturale. Sono raccolti per degli scopi precisi, sono costruiti, hanno senso negli ambiti e per gli obiettivi per i quali sono prodotti. Non sono come una commodity, contrariamente a quanto si sostiene nel libro, che azzarda perfino un parallelo con l’aria e la sua disponibilità come fonte essenziale per la vita.
Sebbene la tutela degli open data rappresenti una sfida della scienza mondiale e non solo, ritenere di risolvere il problema dell’asimmetria informativa con l’accesso condiviso non risolverebbe il problema del free riding da parte dei soggetti più aggressivi.
Senza uscire da una logica capitalistica, competitiva, estrattiva, coloniale non si potrà mai combattere lo strapotere delle grandi aziende digitali, anche considerando il grande dispendio energetico che la raccolta, la conservazione e l’accesso dei dati digitali comporta ai fini del problema del riscaldamento globale.




Fonte: Ilmanifesto.it