Gennaio 23, 2022
Da Il Manifesto
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Significativo e iconico il percorso che ha fatto la black music, uscita forzatamente dall’Africa con gli schiavi portati nelle Americhe e ritornata «a casa», alle origini africane, tra gli anni Cinquanta e Sessanta grazie a quei loro discendenti che inventarono prima blues e jazz, trasformatisi in soul e rhythm and blues successivamente, e più recentemente in hip hop e rap. Il pur triste ruolo dei colonizzatori europei consentì di essere tramite di quelle musiche che inglesi e francesi facevano tornare in Africa. Molte radio, dall’Africa dell’ovest al Mozambico, fino al Corno d’Africa suonavano, negli anni Sessanta, i dischi di James Brown, Ray Charles, Nina Simone e delle principali star della soul music, influenzando direttamente molte nuove band locali. Per riuscire a dare il corretto spazio a tutte le realtà emerse nell’Africa musicale (un continente immenso, dalle mille sfaccettature culturali e un numero indefinibile di linguaggi artistici), oltre a essere estremamente complesso, a causa di frequenti mancanze di informazioni, di discografie perdute e fusioni musicali complesse, servirebbe un’enciclopedia.

TESTIMONIANZE PERDUTE
È quella che sta, in qualche modo, creando progressivamente l’etichetta discografica Analog Africa, grazie all’indefesso, avventuroso, spettacolare lavoro di Samy Ben Redjeb, ricercatore tedesco che, pazientemente, ha girato mezza Africa a rintracciare testimonianze perdute del patrimonio musicale del (vero) Vecchio continente. Ritrovando nastri e 45 giri perduti, da cui escono suoni, pulsioni, ritmi, sapori, odori unici, testimonianza di un mondo spesso rimasto sepolto. Più che da ogni altra parte la nuova musica che arriva dall’Africa è refrattaria a riproporre riferimenti tradizionali. Ricordiamo che la vita media è di 58 anni, nell’Africa sub sahariana il 43% dei suoi abitanti ha meno di 15 anni. Che ovviamente hanno tutto in mente fuorché riprendere suoni, cultura, tradizione dei genitori o nonni. La loro musica, come è giusto che sia, è il rap, la trap, l’elettronica. A cui non di rado aggiungono elementi, lingua, dialetti, della tradizione locale ma che non sempre guardano al passato come riferimento e influenza.
Redjeb ha battuto a tappeto remote nazioni del continente africano, raggiungendo altrettanto lontane città e villaggi pur di reperire preziose testimonianze sonore che attestassero la vitalità di un mondo rimasto pressoché sconosciuto, tra gruppi afro funk, miscele di scale arabe con folk locale, ammirazione per James Brown, ritmi sincopati, testi in lingua o dialetto locale (spesso in epoche di sfruttamento coloniale al fine di determinare un’identità autoctona e messaggio subliminale ma non troppo all’autodeterninazione), inserimento di antichi strumenti locali.
Samy Ben Redjeb, nato in Tunisia da padre tunisino e madre tedesca, ha sviluppato una passione sconfinata per la musica africana, colleziona vinili africani originali, lavora come dj ed è il fondatore dell’etichetta tedesca Analog Africa che, in questi anni, ha stampato, per la prima volta, una serie di compilation e di album che documentano perdute scene locali del continente. «Il futuro della musica è accaduto decenni fa» è il motto di Analog Africa. L’etichetta è stata fondata nel 2006, frutto di una serie di viaggi in Africa di Samy che lentamente ha trasformato le sue vacanze (talvolta alternate a motivi di lavoro) in una passione seria, dopo essere diventato il dj resident di un hotel in Senegal. A Dakar ha iniziato a organizzare feste settimanali e si è reso conto che la sua percezione della musica africana era piena di cliché. La musica che stava scoprendo era molto in anticipo sui tempi, molto più sofisticata e futuristica dei suoni africani che si potevano sentire sulle onde radio occidentali. Suoni provenienti da quello che sembrava un mondo musicale parallelo di cui nessuno conosceva l’esistenza, ignoti nel resto nel mondo ma non di rado anche in patria.
Da allora sono usciti una quarantina di album e Samy ha coperto circa 28 paesi (allargandosi anche in scene sudamericane, come Colombia e Perù, ricercando quei suoni direttamente influenzati dal retaggio africano). Le scelte artistiche sono però molto particolari. Non si tratta di folklore locale ma di gruppi e artisti che partendo da lì lo hanno contaminato, personalizzandolo, con influenze funk, soul, psichedeliche, rock, blues. Aspetto importante è che tutte le canzoni sono pubblicate con l’autorizzazione dei compositori che ricevono il giusto e adeguato compenso in diritti d’autore e che ogni disco è corredato da abbondanti e dettagliate note di copertina.

SENZA VINCOLI
Dice Samy: «Quando ho iniziato, il mio desiderio era solo quello di poter vivere con l’etichetta. Volevo anche pubblicare gli album e la musica che volevo senza vincoli. Dopo la terza o quarta compilation ho notato che funzionava. Oggi finalmente sento quanto la musica che abbiamo pubblicato abbia influenzato tanti musicisti e giovani band. Sempre più persone guardano a quel sound perché non è qualcosa che puoi imparare a scuola e non è facilmente accessibile e disponibile. Averlo potuto rendere disponibile è qualcosa che mi rende molto orgoglioso».
La genuinità della Analog Africa è testimoniata anche dall’approccio della ricerca di Samy: «Non seguo alcun percorso quando si tratta delle uscite di Analog Africa. A essere onesti, dipende tutto dai miei gusti. Riflette ciò che mi piace e dove vado. L’anno scorso ho controllato ed elencato tutti i paesi in cui sono stato e dove ho fatto ricerche sulla musica e ne ho contati ventotto. La maggior parte si trova in Africa, mentre altri sono legati alla diaspora africana o influenzati da suoni africani. Ad esempio, il progetto chiamato Siriá è legato al suono che è stato creato da enclavi di schiavi che scapparono dalla Guyana e dal Suriname. Sono andati nell’unico posto dove non potevano essere catturati, che era l’Amazzonia e hanno creato il quilombo, mescolando anche influenze indiane e portoghesi». È veramente entusiasmante lasciarsi affascinare da oscure band del Camerun o Burkina Faso (ai tempi ancora Alto Volta), dal jazzato groove della Swinging Addis Abeba, dalla scena disco funk degli anni Settanta di Mogadiscio o dagli strani ritmi dell’Orchestre Poly-Rythmo de Cotonou dal Benin (già Dahomey). In varie circostanze l’ascolto di certi brani assume connotati ancora più drammatici constatando che sono relativi a periodi che precedevano di poco lo scoppio di lunghe e sanguinose guerre civili che cancellarono ogni traccia del fulgore artistico dell’epoca e furono causa della morte o dell’esilio degli stessi protagonisti. Allo stesso tempo dietro a ogni situazione geografica si nascondono la storia del luogo, spesso complicatissimo intreccio di etnie, religioni, lingue, rivoluzioni, dittature, antichi regni, retaggi culturali che si perdono nel tempo. «Non guardo alla musica che pubblichiamo usando un obiettivo politico o sociale. Tuttavia, nelle note delle mie compilation voglio sempre spiegare la situazione dell’industria musicale locale e in quale situazione è stato registrato e stampato l’album, che è anche un riflesso dello stato delle cose di quello specifico paese o regione. Questo perché, in alcuni paesi, è piuttosto difficile registrare cose».
Il lavoro di Analog Africa è coraggioso, soprattutto in un’epoca in cui gestire un’etichetta non è certo l’impresa più facile e redditizia, considerando anche il target a cui si rivolge, molto specifico, competente, curioso. Ascoltare, apprezzare, innamorarsi delle proposte è facile, soprattutto grazie all’ascolto gratuito sul Bandcamp dell’etichetta: https://analogafrica.bandcamp.com/music.




Fonte: Ilmanifesto.it