Novembre 20, 2021
Da Il Manifesto
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«La paura di entrare in contatto con un soggetto siffatto, di discuterne anche solo oggettivamente, risulta, da quelle parti, più intensa di quanto lo sia qui da noi». L’argomento in questione è l’omosessualità e le frasi di discrimine sono inserite da Magnus Hirschfeld in Die Homosexualität des Mannes und des Weibes, stampato a Berlino nel 1914: l’addebito garbato s’indirizza al mondo accademico francese, colpevole, secondo lo studioso, di atteggiamenti ambivalenti nei confronti delle ricerche sulla sessualità.
Continua Hirschfeld: «ancora oggi, i profili maggiormente competenti per l’approccio scientifico» al tema, «quelle cioè di Laupts e di Simac, ritengono necessario nascondersi dietro a degli pseudonimi».
Che la situazione in Francia fosse intonata a simili precauzioni, ancora a cavallo fra Otto e Novecento, lo dimostra con efficacia il volume oggi composto da WoM Edizioni per cura di Debora Barattin, contenente lo straordinario memoriale, declinato in prima persona e indirizzato anonimo a Émile Zola nel 1889, per esporgli le traversie morali e amorose di un’esistenza omosessuale sullo sfondo di alcune capitali europee: Anonimo, Confessioni di un omosessuale a Émile Zola (pp. 152, euro 17,00). Il libro – grazie alle ricerche recenti di Michael Rosenfeld, cui si deve una traduzione in inglese del récit originale in uscita per Columbia University Press – presenta anche una serie di documenti, mai apparsi in italiano, che interessano la stesura della ‘confessione’, oltre alla sua complessa vicenda editoriale. Il testo infatti, concepito per ispirare un romanzo ‘a tema’ nella forma di una tranche de vie, non venne mai messo a frutto nella direzione auspicata dall’autore: Zola si sentì cioè bloccato da timori e cautele, che lo spinsero a non imbarcarsi nella traduzione romanzesca, sulla quale aveva meditato a più riprese.
In un successivo scambio d’idee con un giovane medico, Georges Saint-Paul, il padre dei Rougon-Maquart pensò tuttavia di riservare al manoscritto adespoto un diverso destino, valutandone i caratteri di schietta novità. Nell’affidarlo al suo interlocutore, ne prospettò cioè l’ammissione in un quadro di carattere sanitario, in grado di anestetizzarne gli aspetti scabrosi. Fu così che esso si vide dapprima accolto sulle pagine degli «Archives d’anthropologie criminelle», tra il 1894 e l’anno seguente, per essere poi incluso nella raccolta Tares et poisons. Perversion et perversité sexuelles, con una prefazione dello stesso Zola (utile a illustrare i moventi ‘pubblici’ dello scrittore). Proprio nel render noto il resoconto, Saint-Paul avrebbe adottato il nome anagrammatico di Laupts: si torna così alle accuse di Hirschfeld, infiammate d’altronde da ruggini scabrose che ne avevano alimentato i contrasti con gli abituali contributori degli «Archives», in primis con Marc-André Raffalovich.
La testimonianza, pur informata alla contemporanea cultura scientifica sull’«inversione», si accorda davvero a una sensibilità imprevista, in grado di allontanarne i toni da quelli di altre, coeve scritture autobiografiche focalizzate su un medesimo nodo psicologico: pensiamo, ad esempio, alla Story of a Life firmata Charles Hartland e trasmessa, nel 1901, alla comunità medica di St. Louis, innervata di pressanti censure religiose e conformistiche. Certo, lo status aristocratico e la condizione economica di grande benessere costantemente ribaditi dall’anonimo nel dialogo (immaginario) con Zola, favoriscono la maggior emancipazione della sua condotta: tuttavia – nonostante gli echi da Richard von Krafft-Ebing o da Raffalovich – è la frequente rivendicazione di una felicità «possibile» a colpire il lettore contemporaneo, oltre allo spavaldo riconoscimento di uno statuto peculiare per gli amori tra uomini.
Nell’evidente aggiornamento cosmopolita dello scrittore – un conte di origini italo-spagnole – colpiscono poi espedienti più sottili, che paiono suggerirne con forza la «consapevolezza» autoriale, segnalando un primo movente per le frequenti interlocuzioni da questi rivolte allo scrittore naturalista e al medico (al primo messaggio seguirono altre lettere, dal 1889 fino al settembre ’96).
Nel descriversi, dopo aver fatto vanto di una certa avvenenza fisica in accordo coi canoni virili dell’epoca, il nobile partenopeo fa ricorso a una serie di qualità caratteriali, indicizzando allo stesso tempo i propri gusti e le proprie preferenze. Fra queste s’evidenzia la predilezione fantastica per la Roma della Decadenza, oltre a una spiccata passione floreale: «i fiori mi piacciono infinitamente, i fiori di serra e le piante rare, costose e mostruose; mi affascinano soprattutto le rose e i grandi fiori esotici». Si tratta d’indizi – prescelti fra i molti contenuti nel testo – che non solo denunciano prossimità patenti con le mode d’un incipiente fin-de-siècle, ma che comprovano perfino la lettura di un testo canonico di quella vague, e cioè l’À rebours di Huysmans, capolavoro edito nel 1884 al centro di un grande successo di scandalo. Nell’indicare il proprio caso a Zola come la materia possibile per un romanzo, l’autore sembra pertanto suggerirgli una pronta conversione alle tendenze che stavano in quel mentre occupando la scena letteraria francese: lo stesso Raffalovich – auctoritas riconosciuta in materia d’inversione – avrebbe questionato le allusioni omoerotiche innervanti la vicenda di Des Esseintes…
Non si tratta di un dato di poco conto. Stando a Huysmans, il pater familias delle serate di Médan aveva salutato con sdegno il racconto perverso del suo brillante discepolo: il suggerimento del conte napoletano potrebbe allora colorarsi di un’impertinenza provocatoria, che annuncia di fatto le irrisioni irriverenti del camp novecentesco in linea perfetta con lo snobismo dandystico dell’anonima voce, libera da molti dei pregiudizi cari ai suoi contemporanei.




Fonte: Ilmanifesto.it