Gennaio 5, 2022
Da Il Manifesto
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Un uomo agli arresti per un debito non pagato restituisce alla legittima proprietaria una borsa contenente delle monete d’oro trovata per caso ad una fermata dell’autobus. Un fatto di cronaca di minore importanza e che non meriterebbe più di qualche riga delle pagine locali. Come nei racconti dei nostri neorealisti, il fatto è ripetuto mille e una volta. Chi non ricorda l’operaio Antonio Ricci che, nel tentativo di recuperare una bicicletta rubata, attraversava la città di Roma, bussava ad ogni porta, ai sindacati, alla chiesa, al dopolavoro. Ogni volta dovendo ripetere la propria sciagura, spiegare le proprie ragioni, illustrare i propri crucci.
Qualcosa del genere avviene all’eroe del film, il galeotto con lo sguardo da cane bastonato Rahim (interpretato dall’attore Amir Jadidi), il quale per prima cosa racconta le proprie gesta ai dirigenti del carcere, poi al pubblico della televisione e in seguito a delle associazioni caritatevoli. La storia è sempre la stessa. Ma al tempo stesso cambia, perché viene fatta propria da chi la riceve e che ne fa a sua volta un certo uso. Tra questi, c’è in primo luogo la compagna di Rahim la quale, per fargli ottenere un impiego, si fa passare per la donna a cui lui avrebbe restituito l’oro. Poi c’è il suo creditore ed ex cognato, che si agita a destra e a manca per dare la propria versione dei fatti, screditando quella dell’eroe.

INFINE, persino uno dei dirigenti del carcere entra nel gioco, nel tentativo di salvare la storia del criminale che il carcere ha redento, e alla quale oramai non crede più nessuno, costringe il figlio balbuziente di Rahim a recitare sotto dettatura un umiliante video strappalacrime. Il racconto compie così dei dei giri su se stesso, avvitandosi intorno al punto centrale del debito, e accorpando come una spirale nuovi problemi. Qual’è il senso di questo errare? Un eroe (il film) affronta dei temi che il neorealismo non conosceva e segnatamente quello dei nuovi media e della rimodulazione permanente dell’opinione pubblica che l’era di internet comporta. La società che descrive è quella in cui l’individuo è in permanenza oggetto di un giudizio da parte di tutti quelli che lo incontrano. Come se i comportamenti propri del contesto del social network – il commento, la faccina e il fatto di condividere un contenuto – fossero divenuti quelli con cui le persone interagiscono ordinariamente in tutte le situazioni della vita affettiva, quotidiana o professionale.

IN QUESTO Un eroe fa pensare ad un altro cinema, più recente e soprattutto assai più coraggioso ; anche nel film rumeno Bad Luck Banging or Loony Porn l’individuo, in questo caso un’insegnante, si ritrovava al centro di un processo o per meglio dire di una gogna che, pur essendo in presenza, riproduceva i codici delle attuali gogne via internet. Ma là dove Radu Jude sceglie la rivolta e la radicalità, Farhadi mantiene al contrario un atteggiamento prudente, contentandosi di manovrare l’evoluzione del proprio meccanismo narrativo. Il là è dato fin dalla prima inquadratura, un campo largo su Rahim che esce di prigione, filmato a spalla, simulando la soggettiva d’un osservatore che vede la scena da dietro una rete metallica. Per il resto del film, Farhadi guarda il proprio personaggio principale e tutti gli altri tenendosi in disparte, disseminando però il film di problemi di filosofia tascabile : Rahim ha veramente agito moralmente? La sua intenzione era pura e disinteressata, oppure nel suo gesto c’era un calcolo, l’ipotesi che, restituendo la borsa, avrebbe potuto ottenere più di quanto questa effettivamente conteneva?
Dopo la morte di Abbas Kiarostami, il doppio oscarizzato Asghar Farhadi è per certo il cineasta iraniano più influente in patria e all’estero. Dopo due produzioni europee (The Past, 2013 e Everybody knows, 2018), con Un eroe torna a raccontare il proprio paese; ma è solo per un esercizio di stile.




Fonte: Ilmanifesto.it