Settembre 19, 2022
Da Libertà è Partecip/Azione Diretta
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Negli anni Quaranta Boves è una cittadina pre montana,
in provincia di Cuneo, di circa diecimila abitanti, dediti per lo più ad un allevamento
e all’agricoltura di sostentamento, che spesso sono costretti ad emigrare, anche
solo stagionalmente. Le guerre, lunghe e faticose, che si sono susseguite, hanno
mietuto numerose vittime: trecento sono i morti tra coloro che hanno combattuto
la prima guerra mondiale, ma altre centinaia di persone sono morte di fame e di
stenti.

Proprio a Boves, dopo l’8 settembre 1943, si forma una
delle prime formazioni partigiane: un gruppo di militari italiani, comandati dall’ufficiale
Ignazio Vian, che si rifugia sulle impervie montagne che sovrastano la città, ed
intraprendono una strenua resistenza contro l’occupazione tedesca. La formazione
del comandante Vian non è solo una delle prime a formarsi, nell’autunno successivo
all’armistizio, ma è anche una delle poche che inizia immediatamente i sabotaggi
ed i combattimenti contro le truppe delle SS. Per questo motivo, già il 16 settembre,
un proclama delle nazista firmato dal maggiore delle Waffen SS Joachim Peiper, comunica
alla popolazione che i fuoriusciti dall’esercito italiano che sono saliti in montagna
verranno liquidati come banditi, e che chiunque dia loro aiuto o asilo sarà ugualmente
perseguito. Lo stesso giorno Peiper si reca a Boves, fa riunire in piazza tutti
gli uomini e minaccia di bruciare il paese se tutti i soldati datisi alla macchia
non si presenteranno.

La mattina di domenica 19 settembre una Fiat 1100 arriva
in Piazza Italia: i due occupanti sono militari tedeschi. Un gruppo di fuoriusciti
dall’esercito italiano, rifugiatisi per combattere in località San Giacomo, in Val
Colla, è appena arrivato in paese per fare rifornimento di cibo: scorta la vettura
dei tedeschi, li raggiungono, li disarmano e li catturano senza che questi oppongano
resistenza, e li trasportano in Val Colla, dove i due vengono interrogati in merito
alla propria presenza nel paese.

Alle 11.45, nemmeno un’ora dopo la cattura, due grandi
automezzi tedeschi, carichi di militari, arrivano in Piazza Italia: due SS con bombe
a mano distruggono il centralino del telefono sito nei pressi del municipio, quindi
i due automezzi ripartono a tutta velocità verso il torrente Colla. Giunti nei pressi
del borgo di Tetti Sergent i tedeschi abbandonano i mezzi e proseguono a piedi:
sono circa le 12 quando inizia la battaglia con le formazioni partigiane lì stanziate.
Il contrattacco della formazione di Ignazio Vian ha successo, e in meno di un quarto
d’ora le truppe tedesche sono costrette a indietreggiare. Durante lo scontro restano
a terra due persone, il partigiano genovese Domenico Burlando, e un militare tedesco,
il cui corpo viene abbandonato nel bosco dai suoi.

Alle 13 le SS coinvolte nello scontro a fuoco tornano
a Boves, e circa alla stessa ora giunge in Piazza il grosso del plotone tedesco
di Cuneo, comandato dal generale Peiper, che incarica il parroco di Boves, Don Bernandi,
e l’industriale Antonio Vassallo di andare a trattare con i partigiani per la riconsegna
dei due prigionieri, della Fiat 1100 e della salma del caduto; Peiper assicura che
in caso di successo della trattativa Boves sarà risparmiata, ma si rifiuta di mettere
per iscritto il proprio impegno, asserendo che “la parola d’onore di un ufficiale
tedesco vale gli scritti di tutti gli italiani”.

Gli ambasciatori giungono tra i partigiani tra le 14
e le 15 e parlano con il comandante Vian e un’altra decina di persone, che dopo
alcune discussione decidono di riconsegnare i prigionieri, con tutto il loro equipaggiamento,
l’auto, e la salma del caduto tedesco. I prigionieri, bendati, vengono fatti salire
in auto con gli ambasciatori e riportati in centro a Boves. Nonostante la riconsegna
il maggiore Peiper dà ordine di iniziare la rappresaglia: piccoli gruppi di SS sfondano
le porte delle case, sparano e uccidono i cittadini che sono rimasti a Bovese, per
la maggior parte anziani, malati e infermi, e appiccano il fuoco a tutto ciò che
trovano sulla loro strada. Il bilancio dell’eccidio di Boves, il primo in Italia,
è pesantissimo: 350 le abitazioni incendiate, 24 le persone uccise, tra i quali
anche i due ambasciatori don Bernardi e Antonio Vassallo. I famigliari delle vittime
e l’intera cittadina di Boves non avranno mai giustizia: nonostante i numerosi tentativi
di denuncia, la magistratura tedesca non prenderà mai in considerazione le richieste
della città cuneese. Il generale Peiper, arrestato alla fine della guerra, verrà
inizialmente condannato all’impiccagione per il massacro di Malmedy, in Francia,
in cui morirono 129 persone, ma la pena verrà commutata in carcere a vita e sarà
scarcerato sulla parola nel 1956; trasferitosi con uno psuedonimo a Traves, in Francia,
verrà infine raggiunto dalla giustizia partigiana il 13 luglio 1971, durante l’incendio
della sua casa, colpita da bombe moltov.




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