Gennaio 19, 2022
Da Il Manifesto
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L’occupazione, meglio ancora il pieno impiego stringente come obbiettivo di politica economica che ha come corollario la riduzione delle disuguaglianze (secondo Minsky), meriterebbe una riflessione capace di uscire dalle convenzioni e dalle dispute politiche. Il capitalismo moderno, almeno quello dei paesi maturi, ha piegato il lavoro e il significato economico che il lavoro sottende, domanda di consumo, a mero fattore di produzione dal quale è possibile estrarre un profitto.

Inoltre, se un sistema economico è particolarmente povero di conoscenza, prospettive e financo sostenuto da norme che favoriscono la povertà lavorativa e, per assurdo, margini di profitto legati alla riduzione del costo del lavoro, perché sorprendersi della crescita del working poor?

L’Italia è un paradigma tecno-sociale da questo punto di vista e, passo dopo passo, ha «istituzionalizzato» il lavoro povero e il paradigma economico del saper fare fondato su flessibilità e sfruttamento che hanno stravolto i diritti di seconda generazione di Norberto Bobbio. Non sorprende nemmeno che l’occupazione femminile, dai dati di “Bilancio di genere”, nell’anno della pandemia (2020) sia calata al 49% contro una media europea del 62,7%, in particolare tre le giovani e quelle del Mezzogiorno. Si tratta dell’esito delle politiche fin qui adottate che hanno costretto il lavoro e la parità di genere a puro diritto naturale, abbandonando il diritto positivo teso a prefigurare una società più giusta.

Spiace osservare la sorpresa del Ministro Orlando, ma sapere che un quarto dei lavoratori italiani ha una retribuzione individuale bassa (cioè, inferiore al 60% della mediana) e che più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà, non sono una novità. Il Ministro Orlando – secondo il rapporto del suo ministero – sottolinea che «solo il 50% dei lavoratori poveri percepisce una qualche prestazione di sostegno al reddito rispetto al 65% in media europea», ma la soluzione immaginata, al netto dell’estensione dei contratti collettivi principali a tutti i lavoratori oppure di introdurre un salario minimo per legge, rischia di essere demagogia (Minsky in “Ending poverty: Jobs, Not Welfare”) se è basata sui trasferimenti (work benefit) e cose simili. Vale a dire passaggio governativo di fondi statali ai padroni. Salvano la coscienza di chi li propone, ma non intervengono nel mercato e trasferiscono denaro pubblico al lavoro senza che il sistema delle impresa sia in nessun modo responsabilizzato. In soldoni, lo Stato mette i soldi che le imprese non mettono. Un vizio privato noto e ormai insopportabile. Invece purtroppo, l’11% di lavoratori prossimo alla soglia di povertà e non, è un richiamo sufficiente per «imporre» per legge e/o contratto redditi dignitosi.

Il fatto che il capitalismo maturo costruisca le proprie fortune sul concetto di «margine», cioè sull’estrazione di profitto dalla riduzione del costo del lavoro, dovrebbe interrogare la società. La prima questione che dovrebbe essere indagata è la seguente: si tratta di un fenomeno transitorio, oppure di un fenomeno strutturale?
Guardando a ritroso sia la dinamica del Pil e sia la dinamica dell’occupazione, al netto dei gloriosi trent’anni, sembra che il numero di occupati aggregati, indipendentemente dalla crescita del Pil, siano sempre quelli, con delle variazioni in più o in meno che nel tempo si assottigliano. Crescono o calano di qualche migliaio, e non c’è variazione del Pil (recente) capace di creare occupazione aggiuntiva. Naturalmente è auspicabile una crescita del Pil sufficiente per creare lavoro, ma la sensazione è che serva una crescita del Pil tecnicamente impossibile da raggiungere.

Nella migliore delle ipotesi possiamo considerare una crescita del 3%, ma sarebbe qualcosa di inedito e credo anche poco credibile. Sebbene sembra esserci una stabilità del numero degli occupati, ciò non implica rigidità del lavoro; non discuto del mercato del lavoro e delle sue regole, piuttosto della composizione quali-quantitativa del lavoro. I dati su menzionati lo spiegano bene. Il lavoro e la produzione degli anni Novanta non sono minimamente comparabili con il lavoro e la produzione degli anni Duemila e ancor di più del 2020. In qualche misura, gli attuali livelli di lavoro sembrano essere il massimo possibile con questo capitalismo maturo (europeo). Non è mancata la ricomposizione interna del lavoro tra precariato e tempo indeterminato, ma i numeri di questo fenomeno sembrano ormai stabili per tutti i paesi europei tra il 2010 e il 2020: 28 percento di occupati precari in Germania; 23 percento in Italia; 16 percento in Spagna; 22 percento nell’area euro.

Il sospetto è il seguente: la stagnazione secolare del Pil e del lavoro saranno l’ambiente con cui la società moderna sarà costretta a misurarsi. Il punto sollevato è delicato: la piena e stringente occupazione come obbiettivo alla Minsky non è realizzabile dentro i soli meccanismi di mercato. Se il mercato non può creare lavoro non rimane che lo Stato. Il pubblico deve intervenire, ma la questione del lavoro è diventata via via sempre più complicata. Serve fantasia – l’immaginazione al potere? – e qualche coraggio nel gettare il cuore oltre l’ostacolo.




Fonte: Ilmanifesto.it