Novembre 30, 2021
Da Il Manifesto
81 visualizzazioni


Quando lo raggiungiamo sono passate poche ore dalla conclusione della Conferenza nazionale sulle dipendenze di Genova. Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo Abele, non si sottrae da un primo bilancio, a caldo, di un evento atteso 12 anni. In sintesi, è un pareggio tra aspetti positivi e note critiche, che dobbiamo, però, necessariamente articolare.

Che effetto le fa che, dopo tanto tempo, nel dibattito pubblico si torni a parlare di droghe e che la politica si riaffacci al tema?
È positivo che si siano riaccesi i riflettori sulla droga e di conseguenza sull’Aids. C’è stato il coraggio, bisogna darne atto alla ministra Dadone, di prendere in mano una materia che, tradizionalmente nei governi di larghe intese, viene considerata divisiva e nascosta sotto il tappeto. Si è ridata parola e ascolto agli attori del settore, compresi i consumatori. Terzo aspetto positivo è la produzione di documenti dai tavoli di lavoro con esigenze, proposte e cambiamenti necessari sulla base di dati ed evidenze scientifiche e del rispetto della dignità e dei diritti della persona. La richiesta che emerge è una radicale trasformazione della legge 309 del 1990, in particolare nel suo paradigma, dal penale al sociale. La ministra ha ribadito che la Conferenza non è un punto di arrivo ma di partenza: un lavoro da utilizzare nell’immediato per il nuovo Piano d’azione nazionale per le dipendenze 2022-2025, che ci chiede Unione europea, e, poi, da portare in Parlamento.

Quali le difficoltà contro cui si scontreranno le istanze emerse?
Si collocano tra ciò che si può fare subito e ciò che, invece, richiede riforme legislative ovvero proposte affidate al vento del confronto parlamentare, che ci ha abituato a rimandi continui. Da fare subito, sono il potenziamento delle misure alternative al carcere, un miglioramento del meccanismo di accesso all’uso medico della cannabis, più iniziative a favore del reinserimento sociale delle persone dipendenti, un parziale potenziamento del sistema dei servizi e della formazione degli operatori e un incentivo alla ricerca nel settore. E, poi, un coinvolgimento diretto della Regioni per la realizzazione dei Lea (livelli essenziali di assistenza) sulla riduzione del danno e della prevenzione. Ma questo implica la Conferenza Stato-Regioni e, dunque, un percorso più lento.

Se prima abbiamo inquadrato gli aspetti positivi, quali sono i risvolti critici?
I tempi ristretti nell’organizzazione hanno comportato un ricorso alla modalità online, in parte giustificato dal Covid, e un non pieno coinvolgimento degli attori in campo, penso agli operatori o alle famiglie. Un grande neo è stata l’assenza del Ministero della Salute, inqualificabile visto che il problema delle dipendenze è ritenuto dall’Oms una malattia. Un’assenza fragorosa sentita soprattutto dai Sert, in questi anni impoveriti di risorse e di organico. Ma il vero punto dolente è stata la mancanza di un tavolo sulla legalizzazione della cannabis a uso ricreativo, proprio in un momento in cui il mondo si sta muovendo sul tema, penso alla Germania che ha detto di volerla legalizzare. La questione, invece, qui è stata rimossa e non è emersa nessuna via italiana. Probabilmente doveva rimanere fuori dalla conferenza perché così era stato negoziato con il centrodestra. D’altronde anche la composizione dei tavoli era stata definita precedentemente. E l’ho visto in prima persona.

Lei ha, infatti, coordinato il tavolo tecnico su «giustizia penale, misure alternative e prestazioni sanitarie penitenziarie nell’ambito della dipendenza da sostanze psicoattive». Com’è andata?
Eravamo 21 esperti e c’è stata una condivisione larga. Solo due, uno sulla questione della coltivazione a uso personale della cannabis e uno sulla riforma dell’ordinamento penitenziario per far sì che ci sia accesso a siringhe pulite e condom, non erano d’accordo su singoli aspetti. La proposta più forte che è uscita dal tavolo è quella di un permesso di soggiorno in prova di circa due anni a favore di detenuti stranieri, che hanno disturbi di tossicodipendenza e che hanno fatto un percorso riabilitativo, per evitare che si ritrovino di nuovo in clandestinità e costretti alla recidiva per sopravvivere.




Fonte: Ilmanifesto.it