Novembre 29, 2021
Da Il Manifesto
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In Italia i giovani stanno peggio che nei principali paesi europei. Siamo agli ultimi posti per numero di occupati (dopo di noi solo la Spagna) e primi nell’intera Unione per quanto riguarda i cosiddetti Neet (giovani che né studiano né lavorano). 29,4% contro una media Ue del 17,6%. A questa frattura generazionale si aggiunge una frattura territoriale, perché i giovani disoccupati e sfiduciati sono prevalentemente nel Mezzogiorno.

Secondo Bruxelles alla base di quest’alta disoccupazione giovanile ci sarebbe un disallineamento tra le competenze acquisite dai giovani e quelle richieste dalle imprese. Mancano i «profili adatti», dicono. Può bastare come motivazione? Riducendo il tutto ad una questione di mercato, dove le priorità sono fissate esclusivamente dal capitale privato (anche quando i soldi li mette lo Stato), forse si. Ma fuori dal mercato di beni e servizi, che ruolo gioca lo Stato per la tutela e la promozione dei «beni di tutti»?

Si dice spesso, ad esempio, che le lauree scientifiche e «professionalizzanti» sono quelle più richieste dal mercato. Ed è vero. Ma quanti laureati in materie umanistiche servirebbero per preservare e rilanciare il nostro patrimonio artistico ed architettonico, i nostri centri storici, i siti archeologici di cui disponiamo? Un esempio, per l’appunto. Per dire che cambierebbe tutto se, accanto alle dinamiche di mercato e alle «decisioni d’impresa», agissero politiche pubbliche per mobilitare le competenze disponibili in una strategia organica di rilancio del «sistema Paese».

Non è, tuttavia, soltanto una questione di lavoro che manca. Lavoro povero e precarietà sono ormai caratteristiche strutturali della condizione giovanile in Italia. E tra le cause della nuova emigrazione, che non è solo quella dei «cervelli in fuga».

Nel 2019 la fondazione Migrantes certificava che dal 2008 al 2018 il numero delle partenze era triplicato, passando da 39 mila a 117 mila casi annui. Diventeranno ben 166 mila nel 2020. Giovanissimi, soprattutto. Più meridionali che settentrionali. Un esercito di residenti all’estero che al 1° gennaio 2021 era di 5.652.080 unità.

Dall’Italia si scappa, i paesi del sud si spopolano. Sono stati circa 2 milioni per la Svimez quelli che hanno lasciato il sud tra il 2002 e il 2017. Ben 133 mila nel 2020. La metà giovani, un terzo laureati. Ne risente l’economia del Paese, ma soprattutto le aree interne. L’Italia dei comuni, molti dei quali piccoli e piccolissimi, periferici e montani, rischia di diventare il Paese dei comuni fantasma.

L’esodo produce desertificazione economica e culturale, abbandono del territorio, depressione sociale. Partono i figli, spesso seguiti dai genitori pensionati. Un mondo che muore. Ma proprio la cultura millenaria, l’arte e la storia , i paesaggi naturali, potrebbero costituire una chiave di volta per frenare l’emorragia dei giovani italiani.

Reinsediare i servizi persi, riqualificare strutture storiche e rivalutare la cultura locale a fini turistici, recuperare gli ecosistemi degradati, presidiare il territorio. Ci sarebbe tanto da fare. Lavoro di «pubblica utilità», garantiti dallo Stato «datore di ultima istanza».

Purtroppo, la crisi pandemica non ha modificato gli orientamenti di chi ci governa. In Italia più che altrove. Piuttosto, è stata colta come opportunità per rilanciare vecchie ricette (neo)liberiste. Mercato, concorrenza, privatizzazioni, «flessibilità», attacco ai beni comuni. Con una spruzzatina di misure «per» la povertà. La nuova fase non disdegna la mancia per chi sta sotto. Ma anche questa non è una novità assoluta. Anzi, la mancia è non solo compatibile con uno schema di società neoliberista, ma addirittura funzionale ad esso. Si accompagna alla riduzione del welfare universalistico, tiene in vita l’individuo consumatore. E, sotto una certa soglia, non compromette la «naturale» dinamica al ribasso dei salari.

L’aveva capito pure Milton Friedman che negli anni Sessanta parlava di «imposta negativa». Eppure i soldi ci sarebbero per un vero New Deal. Facciamo nuovi debiti, anche una parte dei «soldi che ci dà l’Europa» sono debito da ripagare. «Debito buono», ma dopo il varo del Pnrr e le prime riforme del governo viene facile chiedersi: per chi?




Fonte: Ilmanifesto.it