Ottobre 27, 2021
Da Il Manifesto
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Davvero una bella esperienza quella che si può fare «salendo in carrozza» sul Mistery Train, un viaggio nell’immaginario americano condotto da Sandro Portelli attraverso l’epopea delle ferrovie americane, dalla nascita nell’ottocento fino all’attuale loro perdita di necessità rispetto a linee aeree e autostrade (visto nello scorso fine settimana al teatro Vascello, produzione delle edizioni Laterza e del Circolo Gianni Bosio). Un viaggio che scopre subito il suo lato più nobile e colto, attraverso le pagine di Emily Dickinson e Nathaniel Hatworne. Lui preoccupato, quasi infastidito da quella invasione rumorosa del paesaggio naturale, presago del male oscuro e fumoso che ne potrà scaturire; lei, con la vibrante sensibilità della poetessa, già proiettata in un futuro stupefacente, di cui quel fumo e quel rombare sferragliante sono il «poetico» e materiale annuncio.

MA È SOLO UN PROLOGO, quello letterario, perché la cavalcata lungo quell’epopea sbuffante marcia sui ferrei binari di una lettura in controluce di quanto ha significato. Una lettura eccitante e profonda, che usa parole e musica come unitaria sinfonia. Insieme a Portelli infatti, sul palco sono anche una giovane attrice (Margherita Laterza) che sfodera anche una voce canora e potente, un chitarrista e cantante di grande bravura (Matteo Portelli) e un agguerrito vocalist alle tastiere e al basso (Gabriele Malfitano). Insomma un vero, piccolo ensemble capace di conquistare il pubblico, anche quando il racconto fa emergere l’amarezza per il chiaro senso di classe che la «modernità» della ferrovia ha significato e consolidato. Non solo per il lavoro brutale, in distese desertiche, che ne ha permesso la costruzione, ma per la chiara differenza tra il sopra e il sotto del treno: lussuose carrozze per ricconi e trafficanti che potevano mangiarvi, bere e riposare, e aggrappata a questa la disumana condizione di chi se ne stava appeso sotto a quei vagoni, fuggendo da emarginazione, disperazione, disoccupazione, o magari dalla polizia. Non c’è facile moralismo in questo racconto, piuttosto il coraggio di mettere a fuoco una visione che poi ci ha dato anche cose meravigliose, come la musica afroamericana, ad esempio, che da quelle improvvisazioni di lamento, è cresciuta e definita attraverso Woody Gutrie, e poi fino a Bruce Springsteen e Bob Dylan. Viaggiando con l’orecchio e col cuore assieme ai magnifici interpreti, e al racconto guidato da Portelli che scopre una vita intera passata a studiare a fondo l’America, l’emozione si mescola magari anche all’amarezza per quanto si ascolta, ma si esce contenti alla fine, per aver goduto una lezione di storia come è raro sentire.




Fonte: Ilmanifesto.it