Dicembre 27, 2021
Da Il Manifesto
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Essere o non essere positivi?
La malattia altera il linguaggio, non solo perché da due anni ascoltiamo metafore belliche per parlare di qualcosa che dovrebbe essere assistenza, cura, attenzione alla buona vita.
I carri armati che c’entrano?
Con l’aggravante che l’ossessione di battere il nemico ci acceca: non si tratta – solo – di debellare il virus. Ma di agire sulle cause che hanno prodotto la pandemia e su tutto ciò che ha reso più gravi i suoi effetti (a cominciare dalle carenze dei sistemi sanitari: anche il nostro, forse dei meno peggio, per non parlare delle situazioni dei paesi poveri. Ma chi se ne preoccupa?).
I “nemici”, poi, i virus tipo Covid-19, dovremmo sapere che continueranno a prodursi, modificarsi, moltiplicarsi. Sarebbe più saggio pensare in termini di “convivenza” il più possibile “pacifica”, non in quelli di una sfida mortale.

Quanto all’essere positivi o meno, c’è la sovversione per influenza tecnica del senso della parola: è bello il negativo, brutto assai il positivo…. Anche se, quando sono le star dei social a mostrare la propria positività non del tutto negativa, costretti in case grandi e comode, con le telecamerine accese sui mobili, i libri, i bambini, forse ti viene il pensiero: non sarebbe poi male imporsi di novo una quarantena, meglio se condivisa con chi ci vuol bene, o chi possiamo retribuire adeguatamente… Ecco la polisemia dell’influenza dell’influencer.
Mi hanno detto di incontri festosi, promiscui, senza mascherine e distanziamenti, organizzati proprio per infettarsi. E così sperare di lasciarsi alle spalle l’ansia e la paura del virus: l’ebbrezza del rischio e l’agognata immunità, se non di gregge, forse di caseggiato.
La faccio lunga, e non ho veramente qualcosa da dire, se non suggerire la lettura di un testo breve e terso, da poco pubblicato da Einaudi: L’istante e la libertà. Saggio su Montaigne.

Ne ha parlato su questo giornale Michelina Borsari (https://ilmanifesto.it/rachel-bespaloff-estremi-a-distanza-ravvicinata/). Uno degli ultimi scritti di Rachel Bespaloff. Il titolo francese, L’istant et la liberté chez Montaigne, comunica meglio l’intimità colloquiale con la quale l’autrice si nutre, e ci nutre, delle riflessioni di Montaigne. Poco prima di attuare la decisione di mettere fine alla propria vita – esule negli Usa nel ’49 – Rachel si intrattiene con l’autore dei Saggi proprio come se andasse a casa sua (chez), condividendo forse cibo, bevande, e la prossimità dei corpi. Prima di tutto quei “corpi aerei” – meravigliosa espressione di Montaigne – che sono le voci umane.
Collocato tra Agostino e Rousseau, il filosofo francese viene interpellato sull’arte di vivere, e la cosa è toccante sapendo che chi scrive ha deciso che è troppo stanca per continuare la ricerca. Forse proprio per questo l’adesione a alcune idee, approcci alla vita suggeriti dai Saggi, è argomentata con tanta passione. A cominciare dall’invito a “non considerare gli opposti come mutuamente esclusivi, ma a mantenerli tali e quali (…) nell’unità superiore della verità che rivelano”. Perché “l’esistenza inautentica si manifesta proprio con l’assenza, la paura e l’odio per le contraddizioni”.

L’istante in cui viviamo, il presente, con ciò che lascia il passato e ciò che annuncia il futuro, è la sfida continua della libertà, insidiata dalle “certezze dogmatiche” che sono testimonianze di “follia e di estrema incertezza”. Montaigne – chiude Bespaloff – “non risponde a tutti i nostri problemi: non è disceso agli inferi.
Insegna modestamente a non trasformare la vita in un inferno. Ed è già molto difficile”.
Quanto a noi, lettura utile: forse aiuta a non suicidarci senza nemmeno saperlo.




Fonte: Ilmanifesto.it