Giugno 1, 2021
Da Finimondo
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«… era terribile,
ma le meraviglie lo sono sempre»
Almanach perpétuel des Harpies,
Les Dames de la serre
 

È proprio così che si potrebbe definire l’opera di Gabrielle Wittkop: una terribile meraviglia.
La sua voce sembra scaturire dalle tenebre per ricordarci che il cuore dell’essere umano è nero, che non può esistere la vita senza la morte. A partire dal suo esordio letterario risalente al 1972 — Il necrofilo, che darà scandalo e che conoscerà numerose censure in tutto il mondo per aver cantato l’estasi fra Eros e Thanatos — diede forma ad un universo interiore talmente sulfureo, perverso e crudele da spingere qualcuno a sostenere che «una delle scommesse essenziali della sua scrittura è sempre stata quella di essere all’altezza della luce nera emanata dal Marchese de Sade».
Non si legge Gabrielle Wittkop per caso, né impunemente. Immergersi nelle sue parole significa subire un’aggressione, nell’oblio di tutto ciò che viene approvato e delimitato da una norma, una legge o una morale. Tutti i suoi libri sono altrettanti fiori del Male, in cui la scabrosità della situazione descritta con forma raffinata si accompagna ad una ironia feroce, determinata ad esprimere le sensazioni collegate alle ossessioni più oscure. Fiera di essersi «sempre sentita diversa dagli altri… e a volte diversa da me stessa», Gabrielle Wittkop non celava la sua totale assenza di sentimenti religiosi, il disgusto che provava per la famiglia e il disprezzo che nutriva per le rivendicazioni politiche. Non intingeva la penna nell’inchiostro, ma nel sangue, per non correre il rischio che le sue parole risultassero confortevoli, rilassanti, edificanti — «e se il mio fuoco non può essere calore, che sia abbagliante chiarezza, che sia luce incandescente, luce, luce infine, che sia luce prima che io muoia».
Questa paladina della mostruosità, questa divoratrice del sacro, questa evocatrice dell’assoluto, venne al mondo il 27 maggio 1920, a Nantes, sotto il nome di Gabrielle Ménardeau. La sua nascita, fu lei stessa a rivelarlo, avvenne «per incidente». Sua madre non la voleva, né l’amava. Fu perciò cresciuta da una domestica nera e dal padre libero pensatore. A quattro anni cominciò a prendere in mano il primo libro ed a venti aveva già letto Sade, Voltaire, La Mettrie, D’Holbach… Si considerava una «figlia dei lumi» ed era talmente terrorizzata dall’idea di avere figli (oltre a considerare oscene le donne incinte che incrociava per strada, svelerà di aver fin da piccola detestato i bambini) da prediligere i piaceri di Saffo. Ciò detto, la sua misoginia era così forte da farla non solo inorridire davanti all’ideologia femminista, ma persino da farla sospettare di aver sempre voluto magnificare la figura maschile — «La mia vita è stata turbolenta, sono stata bisessuale. Se non sono sempre stata una donna onesta, in compenso sono sempre stato un uomo onesto»
Sotto l’Occupazione incontra Justus Franz Wittkop, un tedesco di ventun anni più anziano di lei. È scrittore, omosessuale e soprattutto disertore dell’esercito nazista. Gabrielle decide di aiutarlo a nascondersi in una mansarda in rue de Seine, dove si «ameranno come fratelli» fino all’agosto del 1944. In quel periodo Justus Wittkop raggiunge Londra e realizza per la BBC alcune trasmissioni radiofoniche disfattiste indirizzate alla Germania in guerra. La fine del conflitto mondiale non porta per Gabrielle nessuna Liberazione, anzi. Alcuni solerti cittadini francesi la denunciano alle autorità accusandola di aver vissuto con un boche («Per i francesi i crucchi sono crucchi. La Resistenza tedesca ad Hitler non è esistita»).
Viene arrestata ed internata a Drancy, dove subisce l’umiliazione più abominevole che si possa immaginare: viene rasata in pubblico, messa alla gogna in quanto collaborazionista!
Nel 1946 ritrova Justus e i due decidono di suggellare il loro amor intellectualis in un matrimonio utile ad entrambi per salvare le apparenze e darsi un’aria di rispettabilità. Subito dopo le nozze, la coppia parte per la Germania ed entrambi si dedicheranno ai propri rispettivi interessi. Mentre Justus Wittkop si immerge nei suoi studi (negli anni 70 sarà autore per altro di una monografia su Bakunin e di una storia del movimento anarchico), Gabrielle diventa reporter del periodico tedesco Frankfurter Allgmeine Zeitung per cui compie numerosi viaggi in giro per il mondo, in Asia soprattutto. Dalle sue corrispondenze, che coprono un arco di quasi trent’anni, emerge la figura di uno spirito assetato di libertà, amante delle sensazioni forti, degli incontri pericolosi e dei luoghi proibiti. Rabbiosamente vegetariana, sfrenatamente individualista, detestava «tutto ciò che aliena l’indipendenza».
Dopo aver sostenuto la moglie nel suo desiderio di scrivere, Justus Wittkop venne da lei a sua volta sostenuto nella sua decisione di suicidarsi per sfuggire al morbo di Parkinson. Era il 1986 e Gabrielle avrebbe raccontato in seguito l’intera vicenda in un libro: «Quando mio marito si è tolto la vita, me ne aveva parlato prima. Gli ho detto: “in effetti, devi farlo”. Un giorno sono uscita e sapevo cosa avrei trovato la sera al mio rientro; non voleva finire sulla sedia a rotelle. Il suo amico Ulrich era con lui, dopo mi ha raccontato che mio marito si era fatto la barba; aveva la malattia di Parkinson ma la sua mano non ha tremato quando ha bevuto il veleno. Non amo la parola grandezza, ma è di questo che si tratta. Spero che saprò farlo anch’io».
Gabrielle Wittkop avrebbe messo fine ai propri giorni il 22 dicembre 2002, nel suo studio di Francoforte. Non voleva assistere al deterioramento del corpo e della mente a causa del cancro che le rodeva i polmoni. Prima di morire inviò un ultimo messaggio al suo editore Bernard Wallet: «Morirò come ho vissuto: da uomo libero».

Pubblicate per la prima volta in Italia nel tumultuoso 1977 in un’edizione originale bilingue (accompagnate dalle fotografie kitsch di Irina Ionesco, ben poco apprezzate dall’autrice), le Litanie per un’amante funebre — qui in una traduzione rivista e corretta — costituiscono l’unica opera in versi presente nella spaventosa galleria tanatologica di Gabrielle Wittkop.




Fonte: Finimondo.org