Agosto 7, 2021
Da Collettivo Anarchico
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo di Marco Rossi

LIVORNO 1894. UN ATTENTATO BALNEARE

L’on. Crispi sembra avere la specialità degli attentati.

(G. Ferrero, Gli ultimi attentati anarchici e la loro repressione, «La riforma sociale», 1894)

La calda estate livornese del 1894 sembrava svolgersi in un’apparente consuetudine; con i ragazzi dei quartieri popolari che si tuffavano nei Fossi e i benestanti che si davano al bel tempo sugli stabilimenti balneari, mostrando di non essere particolarmente toccati dagli effetti del lungo periodo di depressione economica nel settore industriale cittadino che aveva ridotto sul lastrico molti operai ed anche impiegati, tra licenziamenti e caroviveri.

In particolare, l’alta società cittadina, ma anche fiorentina, amava frequentare i Bagni “Pancaldi” – dal 1870 erano anche Regi, in quanto frequentati dal principe Amedeo d’Aosta – sul viale Regina Margherita. A tutti gli effetti rappresentavano «il massimo lusso per alti militari, borghesi e uomini politici», nonché per artisti di rilievo nazionale; «ritrovo preferito della società elegante», oltre ad un ristorante di lusso, nello stabilimento vi era il Caffè Concerto Olympia e proprio quell’agosto il fonografo Edison costituiva la nuova attrattiva.

Il 28 agosto però tale atmosfera per qualche momento fu turbata da un mancato attentato esplosivo che, proprio per la fama e la frequentazione dei “Pancaldi”, venne immediatamente ritenuto una ritorsione politica, di matrice anarchica.

D’altronde, erano trascorsi pochi mesi dalla conclusione dei moti popolari, in solidarietà con quelli siciliani, in Lunigiana e a Carrara, soffocati nel sangue con lo stato d’assedio decretato da Crispi ed attuato dal generale Nicola Heush, livornese, nominato dal governo commissario straordinario, al comando di tremila soldati di truppa. Applicando la legge marziale, i Tribunali di guerra, popolarmente noti come «tribunali-giberna», avevano sentenziato 464 condanne, da uno sino 30 anni di carcere. Il 4 luglio seguente erano quindi state introdotte – o inasprite – dal parlamento del Regno le cosiddette Leggi eccezionali, ossia tre misure legislative volte a contrastare l’insurrezionismo sociale: la n. 314, Sui reati commessi con materie esplodenti; la n. 315, Sulla istigazione a delinquere e sull’apologia dei reati commessi e eccitamento all’odio di classe per mezzo della stampa; la n. 316, Provvedimenti di pubblica sicurezza. Quest’ultima, in particolare, consentiva di assegnare al domicilio coatto – poi definito come confino – da uno a cinque anni le persone sospette secondo la legge di pubblica sicurezza e quelle condannate per reati con materie esplodenti (art. 1). Coloro che avessero «manifestato il deliberato proposito di commettere vie di fatto contro gli ordinamenti sociali» (art.3) potevano essere inviate al domicilio coatto fino a tre anni. La legge vietava poi le adunanze e le associazioni che avessero come scopo il «sovvertimento per le vie di fatto degli ordinamenti sociali» (art. 5) e comminava il domicilio coatto fino a sei mesi ai contravventori, colpendo potenzialmente non solo gli anarchici, ma anche repubblicani, socialisti e sindacalisti, così come avvenne il 22 ottobre quando venne decretato lo scioglimento di tutte le sezioni del pur legalitario Partito socialista dei lavoratori italiani.

Il presidente del consiglio – nonché ministro dell’Interno – Francesco Crispi, nel sottoporli al re Umberto, aveva sottolineato l’importanza di tali provvedimenti antisovversivi in quanto «il moto non è politico ma ha tendenze antisociali, propositi accennati alla dissoluzione nazionale, a danno della proprietà, a distruzione della famiglia», ma nella pratica dimostrò l’intento di criminalizzare ogni opposizione e rivolta. L’ondata repressiva, non tenendo conto delle misere condizioni di vita delle classi sfruttate, ovviamente comportò un inasprimento della tensione sociale, come ebbe a commentare il poeta Ceccardo Roccatagliata Ceccardi: «Il popolo non dimentica; questo è certo; come è legge fatale che dalla rivoluzione succeda la reazione, e da questa, più grande e potente una seconda rivoluzione».

In varie località, si registrarono episodi di protesta e ribellione, compresi alcuni modesti attentati dimostrativi, senza gravi conseguenze. A Livorno, durante lo sciopero del 15 gennaio una bomba aveva colpito la sede dell’Associazione liberale monarchica e, per questo attentato, erano stati compiuti numerosi arresti, tra i quali sette repubblicani.

All’epoca, infatti, le tendenze predominanti all’interno della classe lavoratrice labronica erano quella repubblicana, la mazziniana intransigente e l’anarchica con diverse migliaia di aderenti – gli anarchici, secondo fonti poliziesche, contavano 17 gruppi – mentre la prima sezione livornese del Partito socialista dei Lavoratori italiani si sarebbe costituita, in ritardo rispetto al resto della Toscana, soltanto nel maggio 1894, con appena 7 fondatori, dei quali solo 3 operai, secondo la testimonianza di Giuseppe Emanuele Modigliani, allora studente in legge.

Il 30 febbraio due “castagnole” erano poi scoppiate al Caffè “La Vittoria” in piazza Vittorio Emanuele e alla canonica annessa alla chiesa di Barriera Garibaldi. Nonostante la loro incerta matrice, come ebbe a scrivere Luigi Fabbri, tali azioni furono enfatizzate dalla stampa e generalmente attribuite agli anarchici: «dal 1890 in poi non v’è storia inverosimile che non sia stata affibbiata agli anarchici, sia in romanzi veri e propri, sia in libri sul partito anarchico di sorgente più che impura, sia in lunghi articoli di giornali seri ed altezzose riviste».

L’episodio livornese, in questo senso, appare emblematico sia sul piano della cosiddetta informazione dell’epoca, sia a livello politico per giustificare ulteriori «misure di rigore» ed avallare operazioni poliziesche in città e sentenze liberticide.

Una delle poche certezze è l’ora, le 11.30 di martedì 28 agosto; l’altra è il luogo: l’ingresso dello stabilimento, tra lo spaccio dei tabacchi e la rotonda, prima del ponte, dove era solita intrattenersi la distinta clientela, chiacchierando ed ascoltando musica delle orchestrine.

Le modalità e le dinamiche dell’attentato, invece, appaiono molto confuse e persino contraddittorie nelle cronache delle diverse testate giornalistiche. Secondo alcuni articoli l’«ordigno esecrando» era stato lanciato, tanto che il signor Alberto Canaccini Bongi di Firenze, «noto frequentatore dell’aristocratico stabilimento», «vide volare verso di lui un voluminoso oggetto che cadde sulle sue ginocchia. All’urto, dall’oggetto stesso, si elevò una fiammata che gli abbruciò parte della barba e delle ciglia e gli abiti, procurandogli pure delle scottature alle mani» («Il Messaggero»). Secondo la maggior parte delle altre testate («Gazzetta Livornese», «La Nazione», «Il Resto del Carlino» e, in un altro articolo, pure «Il Messaggero»), si trattava invece di una scatola posata su una sedia e nascosta da un giornale che aveva preso fuoco, senza esplodere, emettendo «uno strano rumore, come uno scroscio prodotto da una forte colonna di vapore fuggente». Secondo un’altra testimonianza «pochi momenti prima che saltasse il coperchio della scatola» si erano visti «vortici di fumo e uno scintillio di faville». Un’altra persona ricordava altresì «uno scoppio non molto forte».

Grande incertezza pure sulla forma e il tipo di involucro, descritto sia come «una scatola di latta di forma rettangolare» sia «di forma cilindrica da conserva di pomodoro alta 30-35 cm e di diametro di 15 cm»; ma anche come «una scatola di sardine» o una «cassetta di latta di vernice».

Il contenuto della «cassetta fumante» prontamente immersa in un recipiente d’acqua, grazie all’intervento del cameriere del ristorante – tale Raffaello Vighetti – risultava alquanto assortito e comprendeva, secondo quanto riportato sui giornali: polvere (imprecisata), pezzi di vetro e di ferro, chiodi corti con capocchie grandissime (forse da tappezziere), 28 (o 38?) cartucce di rivoltella calibro sette, piombini daziari, zucchero, clorato di potassa, bottigliette con acido nitrico e acido solforico, facendo quindi pensare ad un innesco chimico.

I giornali non erano neppure concordi su quale giornale era stato usato per occultare l’ordigno: «La Nazione» o «La Tribuna», oppure incartato in una mezza pagina de «La Nazione» e poi coperto con «La Tribuna».

Divergenti, ovviamente, le indicazioni dei testimoni sul presunto attentatore, indicato come un «giovinotto trentenne, decentemente vestito», «di modi distinti» e «vestito bigio, con cappello di paglia, con apparente età di 35 anni», salvo poi precisare che «vestiva un abito nero» e diventare «un uomo tarchiato, vestito miseramente di nero»,

concludendo che «nessuno de’ presenti all’incendio della scatola al Pancaldi si dice sicuro di riconoscere il colpevole».

Le conseguenze materiali risultarono irrisorie, la stessa «Gazzetta Ufficiale» annoto: «Vi fu un po’ di panico, ma nessun danno». Su «La Nazione» fu scritto, con qualche malizia: «grandissimo fu lo spavento delle signore, alcune delle quali uscirono mezze nude dai camerini: parecchie ebbero bruciate le vesti» e «riportarono contusioni nel fuggi fuggi». Segnalate pure «abbruciature agli ombrellini», anche se in realtà solo «bruciò leggermente la sottana ad una donna».

Annerite pure alcune sedie impagliate (3 o 5 secondo le fonti) portate in questura per rilievi scientifici, mentre l’ordigno fu inviato a Firenze alla Direzione territoriale d’artiglieria.

Mezz’ora dopo il fatto, vennero chiusi i cancelli dello stabilimento su acuta iniziativa del maggiore dei bersaglieri Levi – la cui consorte Ernestina era rimasta contusa nella ressa – che dette ordine ad un tenente del 32° rgt. Fanteria di provvedere. L’ispettore di Questura Sartoni, presente sui bagni, avviò invece l’inchiesta, mentre il prof. Bertoni fu incaricato di un primo esame delle materie esplodenti. Immediatamente furono arrestati e portati ai Domenicani cinque malcapitati musicisti ambulanti e il giornalaio – Egisto Barolucci – che si trovavano sul luogo.

I musicanti avevano appena tenuto, con chitarra e mandolino, un piccolo concerto autorizzato dalla direzione dei Bagni nei pressi della rotonda. Erano i fratelli Federico e Garibaldo Vimercati e Linda Del Tongo, cantante e moglie di Garibaldo, abitanti all’Ardenza, e due ragazzi di 17 e 15 anni. I giornali riferivano che erano «vestiti alla napoletana» e che «gli uomini portavano la berretta rossa», tenendo però a precisare che «non sono per niente conosciuti per anarchici», tanto è vero che l’indomani, dopo essere stati interrogati, furono tutti rimessi in libertà.

La stampa comunque si affrettò ad anticipare l’operato della Questura; «La Nazione» riferì della «cittadinanza, impressionata vivamente per l’audacia di questi delinquenti anarchici», giungendo a sostenere che l’accaduto era «il colpo di grazia per Livorno, che, per opera di pochi sciagurati, perde ogni giorno fama e credito». A conferma del fatto che si trattava di una “velina” di evidente provenienza sbirresca, il giornale aggiungeva pure che «la Questura spiega grandissima attività, ma la sua opera riesce inefficace perché non aiutata al solito da certi cittadini che potrebbero farlo».

Nonostante ciò e pur riconoscendo che la Questura non aveva ancora potuto identificare con sicurezza «l’autore del vigliacco attentato», cominciarono le perquisizioni e gli arresti «preventivi» negli ambienti anarchici: nove ad Ardenza e due a Livorno.

Erano quasi tutti militanti schedati, alcuni di primo piano e persino redattori del giornale «Sempre Avanti!»: tra gli ardenzini, operai o artigiani, Adolfo “Amedeo” Boschi, Aristide Colli, Francesco Filippi, Lorenzo Sonetti, Giuseppe Chiapponi, Gino Plaisant, Luigi Bagnoli, Cesare Morelli, Ernesto Celli; mentre i livornesi erano Ezio Novelli e Pasquale Luigi Giovanni Ferrai.

I sospetti della polizia e della stampa si concentrarono sul calzolaio ventiquattrenne Aristide Colli, pur senza prove, ma motivate da fatto che, il 26 gennaio, dopo i moti siciliani e in Lunigiana, era stato fra coloro che aveva eccitato «gli animi alla rivolta e alla distruzione degli ordini costituiti». Schedato come «anarchico individualista», venne poi condannato al soggiorno coatto per tre anni nella colonia di Porto Ercole.

Nella cronaca livornese de «Il Messaggero», il corrispondente riportava che in città «generalmente viene censurata la poca sorveglianza della questura nei ritrovi estivi».

Al 31 agosto, «La Nazione» riferiva di 40 perquisizioni eseguite con sequestro di «carte importanti che proverebbero come essi sieno in relazione continua con gruppi anarchici di altri paesi d’Europa» e la 9 settembre il giornale dava conto di 150 «ritenuti per anarchici» in carcere ai Domenicani e presso l’ex-lazzaretto San Leonardo, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Infatti, la commissione provinciale per l’applicazione della nuova legge quasi quotidianamente si riuniva presso la Corte d’assise per decidere l’invio al domicilio coatto. Il primo livornese ad incorrere in tale misura fu il «notissimo anarchico» Amerigo Franchi, facchino, ritenuto complice di Oreste Lucchesi nell’uccisione di Giuseppe Bandi, tradotto dai carabinieri all’isola di Pantelleria (o Ischia, secondo altre fonti) per cinque anni.

Per questo «vari anarchici, dei più pericolosi, si sono resi irreperibili, aspettandosi da un momenbto alla’ltro la condanna al domicilio coatto. La Questura esercita lodevolmente una rigorosa sorveglianza dalla parte del mare per arrestarli» («La Nazione», 5 settembre).

Del clima reazionario fece le spese anche il bracciante anarchico Francesco Bottai che, per aver gridato «Viva Caserio» in piazza Vittorio Emanuele, fu condannato a 6 mesi e 20 giorni di carcere («La Nazione», 6 settembre).

Rassicurati dagli arresti, la gentile clientela tornava quindi sullo stabilimento, pur se l’attentato restava il tema preferito delle conversazioni balneari: «la Tina di Lorenzo, per ricordare una fra le tante artiste che trovansi a Livorno, il maestro Pietro Mascagni, l’autore drammatico Antonio Traversi, il poeta Marradi, e molte altre persone che non nomino per brevità, appartenenti alla politica e alla finanza, erano ieri a Pancaldi» («Il Messaggero», 2 settembre).

Marco Rossi

Bibliografia utilizzata

● Ugo Spadoni, Capitalismo industriale e movimento operaio a Livorno e all’isola d’Elba, Firenze, Olschki, 1979;

● Nicola Badaloni, Democratici e socialisti livornesi nell’Ottocento, Livorno, Nuova Fortezza, 1987;

● Luigi Lotti, Storia della civiltà toscana. Il Novecento, Vol. VI, Firenze, Le Monnier, 1999;

● Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, Dai paesi dell’anarchia. Impressioni sui moti del 1894 nel Carrarese, Genova, 1894 (Genova, Biblioego, 2012);

● Romano Canosa, Amedeo Santuosuosso, Magistrati, anarchici e socialisti alla fine dell’Ottocento in Italia, Milano, Feltrinelli, 1981;

● Armando Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898 – 1945), Catania, Anarchismo, 1985;

● Luigi Fabbri, Influenze borghesi sull’anarchismo. Saggi sulla violenza, Milano, Zero in Condotta, 1998;

● Dizionario biografico degli anarchici italiani, Pisa, BFS, 2003-4.




Fonte: Collettivoanarchico.noblogs.org