Dicembre 16, 2021
Da Il Manifesto
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Ogni società ha i suoi principi indiscutibili, i suoi totem e i suoi tabù, a seconda del principio fondamentale su cui è organizzata. Nei regimi guidati dal fondamentalismo religioso, non si può parlare di religione. Nelle dittature, non si può parlare di politica. Nei sistemi basati sul fondamentalismo di mercato, non si può parlare di lavoro, dei suoi interessi, problemi, bisogni e, quando ci sono, conflitti.

L’atteggiamento tenuto dalla quasi totalità del sistema mediatico e politico nei confronti dello sciopero generale di ieri, un silenzio che ha sconfinato in una censura rotta solo da qualche critica sprezzante di giornalisti, politici e imprenditori vestiti da ‘haters’, con toni innervati di razzismo di classe, ha impresso al dibattito pubblico italiano i toni del fondamentalismo di mercato.

In un sistema di questo tipo si può parlare di quasi tutto, si possono praticare o (più spesso) simulare conflitti su quasi tutti i temi, teatralizzare polarizzazioni in fondo funzionali all’omogeneizzazione delle posizioni politiche, ma si deve escludere in ogni modo il lavoro dal perimetro della politica e del dibattito pubblico.

Si possono riempire giornali e talk show di contrapposizioni apparentemente ‘totali’ tra pass e no pass, vax e no vax, scientisti e antiscientisti, sovranisti ed europeisti, ‘fascisti’ e democratici, ma va evitato in ogni modo che il lavoro acquisisca visibilità e che i suoi interessi vengano politicizzati.

Ci si definisce democratici, ma solo finché la democrazia non entra nei luoghi di lavoro e nei rapporti tra lavoro e capitale.

Ai sindacati si chiede di svolgere la sola funzione di sostenere l’impresa facendo accettare ai lavoratori ogni tipo di condizione. Le forze politiche che si pongono come guardiane della democrazia contro il pericolo delle destre radicali (con cui magari nel frattempo governano), hanno definitivamente acquisito questo schema, che è lo schema (corporativista) che le relazioni industriali assumono nei regimi autoritari.

Ci si definisce democratici, ma solo finché la democrazia non entra nei luoghi di lavoro e nei rapporti tra lavoro e capitale.

In questo contesto, la prova di forza offerta ieri dai sindacati in termini di presenza nelle piazze e adesioni allo sciopero è un fatto rilevantissimo.

Cgil e Uil hanno rischiato molto. Niente indebolisce un’organizzazione sindacale più del fallimento di una mobilitazione importante. Era impaziente, la voce unanime di media e politici di governo, di parlare di flop dello sciopero, declino dei sindacati, tramonto definitivo dei conflitti di lavoro. Non potranno farlo.

È stato uno sciopero politico: i sindacati hanno fatto propria questa definizione, che per i loro censori voleva essere uno stigma delegittimante. I segretari di Cgil e Uil hanno definito la politicità dello sciopero come esigenza di rendere visibile e potenzialmente attiva una vasta area sociale, mediaticamente invisibile, politicamente non rappresentata, economicamente maltrattata.

Anche l’accusa di voler svolgere una funzione di supplenza rispetto ai partiti, pensata e diffusa per delegittimare il movimento sindacale, può essere assunta come un merito e come una necessità: se la rappresentazione e mobilitazione degli interessi del lavoro non le realizza nessun partito, deve farlo il sindacato (che oltretutto, facendolo, fa solo il suo lavoro).

Più in generale, il rapporto tra sindacati e partiti di sinistra è costitutivo: storicamente, partiti di sinistra sono nati su impulso di sindacati e sindacati sono nati su impulso di formazioni di sinistra. Probabilmente, siamo in una di quelle fasi storiche in cui questa reciprocità costituente si rende per certi versi di nuovo necessaria.

È auspicabile che la grande mobilitazione del 16 dicembre non resti un singolo, importante, evento. Se i sindacati saranno chiamati a negoziare con il governo, giustamente lo faranno. Sarà anche importante, però, che l’area sociale protagonista e destinataria dello sciopero di ieri (“noi lavoratori”, la maggioranza della società) non torni allo stato di invisibilità e che i sindacati, magari non da soli, immaginino un percorso per rafforzare la capacità mobilitativa e rivendicativa mostrate ieri.

Potrebbe essere utile condensare i temi alla base dello sciopero in due o tre grandi rivendicazioni, capaci di avere una forza coagulante su diversi settori sociali, figure professionali e condizioni lavorative.

La storia del movimento del lavoro insegna che i terreni unificanti tendono a essere costanti: salario, orario di lavoro, continuità di reddito, diritto di associazione, accesso universalistico ai beni e servizi pubblici essenziali.

Dopo la riuscita della giornata di ieri, pensare che vasti settori della società possano sentirsi parte di un percorso di questo tipo, non è un’utopia.




Fonte: Ilmanifesto.it