Novembre 25, 2021
Da Il Manifesto
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Una maniglia in un muro senza una porta, una scala esterna che non porta da nessuna parte e si ferma a mezz’aria, un piccolo ponticello che non collega o non passa sopra a un fiume o niente di particolare. Sembrerebbero descrizioni di opere di René Magritte, ma in realtà sono alcuni dei più famosi oggetti e angoli urbani denominati Thomasson, o più precisamente Hyperart Thomasson, dall’artista giapponese Genpei Akasegawa e dal suo gruppo, alcuni decenni or sono. Akasegawa (1937-2014) è stato un artista che iniziò la sua carriera durante gli anni sessanta del secolo scorso, quando aderì all’avanguardia del Sol Levante partecipando a movimenti di «anti-arte» quali Neo Dada e Hi Red Center che spesso si esibivano in happening urbani. Rimane famoso uno di questi per cui stampò biglietti simili alle banconote da mille yen e per cui fu anche arrestato dalla polizia. Con il passar del tempo e in risposta a i cambiamenti socio-politici del suo paese, Akasegawa ha saputo anche permeare e lasciarsi permeare dalla cultura più squisitamente pop del suo paese.

NEGLI ANNI settanta infatti, oltre a collaborare con la rivista di fumetti d’avanguardia Garo con lavori che parodiavano manga più famosi, Nejishiki di Yoshiharu Tsuge, con il suo umorismo irriverente ha saputo cogliere e trasformare gli oggetti più ordinari che popolavano il paesaggio delle città giapponesi in opere d’arte provocatorie ed immaginative, con una forte ed evidente influenza da parte dei ready-made dadaisti. Fino alla sua morte nel 2014 l’artista giapponese ha continuato ad esprimere la sua poliedricità, da libri che affrontano la terza età da un punto di vista quasi iconoclasta a sceneggiature per alcuni film di Teshigahara Hiroshi negli anni novanta. Tornando ai Thomasson, nella Tokyo degli anni settanta Akasegawa viene attratto da oggetti inutili che avevano finito di servire il loro scopo, in quanto il contesto era stato cambiato dalla frenetica mutazione della città e del paese stesso. Questi oggetti o monumenti, per una serie di motivi però, rimanevano ancora presenti e venivano mantenuti con una certa cura, ecco allora maniglie senza porte o passamani senza nessun tipo di uso, o ancora scale a chiocciola che si estendevano verso il cielo per fermarsi come in una piattaforma ballardiana. Il giapponese e i suoi collaboratori nel decennio successivo cominciarono a fotografare questi strani agglomerati di oggetti e a chiamarli Hyperart Thomasson, dal nome di un giocatore di baseball americano, Gary Thomasson, che negli anni ottanta si trasferì in Giappone con un contratto da nababbi, ma che nell’arcipelago giocò poco e male.

AKASEGAWA cominciò a pubblicare alcune di queste foto, coadiuvate da commenti, il più delle volte ironici, su come stava cambiando il tessuto urbano delle grandi città giapponesi, su una rivista di fotografia e nel 1985 le fotografie più significative furono raccolte in un volume, Chogeijutsu Tomason (Hyperart Thomasson). La versione inglese del libro è stata da poco ripubblicata per la casa editrice Kaya Press ed il concetto è stato anche utilizzato da William Gibson, autore che nei suoi libri molto si è ispirato alla cultura popolare e all’immaginario generato nell’arcipelago giapponese, nel suo Luce Virtuale del 1993. Il fascino di queste fotografie è duplice, non c’è solo l’interesse verso i motivi che hanno portato alla formazione di questi particolari oggetti, che rappresentano quindi una sorta di micro-cartografia urbana che racchiude in sé la storia di alcuni angoli di città, ma anche il valore di spiazzamento che hanno la forza di trasmettere ancora oggi.




Fonte: Ilmanifesto.it