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La dottrina dello Stato di Bakunin è ciò che differenzia,
fin dalla loro formazione, le due correnti del socialismo ottocentesco e novecentesco.
Lo Stato, per definizione di ambedue le fazioni, rappresenta quell’insieme di organi
polizieschi, militari, finanziari ed ecclesiastici che permettono alla classe dominante
(la borghesia) di rimanere in possesso dei suoi privilegi. La differenza si presenta
però nell’utilizzo dello Stato durante il periodo rivoluzionario. Per i marxisti,
infatti, si sarebbe dovuta presentare una situazione in cui lo Stato sarebbe stato
arma in mano al proletariato per eliminare la controrivoluzione. Solo allora, con
la dissoluzione dell’apparato statale si sarebbe passati all’assenza di classi.
La posizione di Bakunin (e, con lui, di tutti gli anarchici) è che lo Stato, strumento
prettamente in mano alla borghesia, non può essere usato che contro il proletariato:
dato che l’intera classe sfruttata non può amministrare l’infrastruttura statale,
ci vorrà una classe burocratica che lo amministri. Bakunin temeva l’inevitabile
formazione di una “burocrazia rossa”, padrona dello Stato e nuova dominatrice.
L’ugualianza e quindi la libertà, secondo il pensatore Russo, non possono esistere
nella società marxista. Lo Stato va quindi abbattuto in fase rivoluzionaria. Se
lo Stato è l’aspetto politico dello sfruttamento della borghesia, il Capitale ne
è quello economico. Qui le differenze del marxismo sono inesistenti (basti pensare
che il primo libro de Il Capitale fu tradotto in Russo proprio da Bakunin). La differenza
tra la concezione marxiana e quella bakuniana del Capitale, è che per Bakunin questo
non è elemento fondante dello sfruttamento. Anche se non esplicitato, nella sua
opera non viene fatto riferimento alcuno alla concezione materialistica della storia
(che prevede l’aspetto economico della società come basilare per l’analisi della
stessa). Un aspetto importante del pensiero di Bakunin è l’azione rivoluzionaria.
Bakunin ha perseguito per tutta la vita questo scopo e, in alcune parti della sua
opera, sono rintracciabili le linee guida della concezione rivoluzionaria del pensatore
russo. In primo luogo la rivoluzione deve essere essenzialmente popolare: il senso
di questa affermazione va ricercato ancora nel contrasto con Marx. I comunisti credevano
in un’avanguardia che dovesse guidare le masse popolari attraverso il cammino rivoluzionario.
Bakunin invece prevedeva una società segreta che avrebbe dovuto solamente sobillare
la rivolta, la quale poi si sarebbe auto-organizzata dal basso. Altra differenza
con il marxismo è l’identificazione del soggetto rivoluzionario. Se Marx vedeva
nel proletariato industriale spina dorsale della rivoluzione (mettendolo in contrapposizione
con una classe agricola reazionaria), Bakunin credeva nell’unione tra il ceto contadino
e il proletariato l’unica possibilità rivoluzionaria. Marx, in alcuni suoi scritti,
non nega la possibilità che il trionfo del proletariato possa giungere senza spargimenti
di sangue. Bakunin è invece categorico su questo punto: la rivoluzione, essendo
spontanea e popolare, non può essere altro che violenta.




Fonte: Achatnuarproduction.blogspot.com