Ottobre 3, 2021
Da Il Manifesto
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C’è una foto, scattata nel 1960, all’Arnhem Memorial in Olanda. Vi sono ritratti i primi Beatles, George, Paul, il bassista Stuart Sutcliffe, il batterista Pete Best (John Lennon pare sia l’autore del ritratto) e un personaggio semi sconosciuto, un nero, Lord Woodbine, uno dei tanti cosiddetti «quinto o sesto Beatle». Woodbine è raramente citato nelle biografie dei Beatles, anche i più accaniti fan ne hanno sentito parlare poco e spesso distrattamente. Nel 1992 fu invitato a uno spettacolo, nella natia Liverpool, intitolato Imagine, sulla storia dei Beatles. Riluttante, come lo è sempre stato quando si trattava dei Fab Four, decise di partecipare, per scoprire che nella foto, proiettata sullo schermo retrostante il palco, lui era stato escluso, cancellato. Il suo amaro commento, uno dei pochi che ha rilasciato, fu: «È una cosa che mi ferì molto. Evidentemente la macchina pubblicitaria dei Beatles non voleva nessun uomo di colore associato a loro». Eppure è stato uno dei personaggi decisivi per i primi passi della band, il primo a credere in loro, a trovargli i concerti, a fargli da autista, scarrozzandoli in Inghilterra e Germania a bordo del suo furgone. I ragazzi erano giovanissimi, ambiziosi e lanciati alla scoperta del mondo e, poco tempo dopo, alla sua conquista. Anche grazie a lui, alla sua caparbietà e lungimiranza compirono i primi timidi ma grandi passi nel mondo musicale di un certo livello.

A LIVERPOOL
Harold Philips, poi soprannominato Lord Woodbine, nato a Trinidad nel 1928, si arruolò nella Raf mentendo sulla troppo giovane età (utilizzando il passaporto del fratello maggiore), fece la seconda Guerra Mondiale e, una volta congedato, tornò in Inghilterra sulla famosa nave Windrush che portò il primo gruppo di giamaicani nella loro madre patria (le cosiddette West Indies, Giamaica, Trinidad & Tobago, Barbados erano ancora colonie britanniche). Approdò a Liverpool e si insediò, con la comunità nera, a Toxteh, dove incominciò a portare la musica caraibica nei locali, suonando le steel drum (e la chitarra) in una band di calypso, la Lord Woodbine and His Trinidadians, uno dei primi gruppi del genere ad andare in tour in Inghilterra. Nel 1958 stava suonando al Joker’s Club di Liverpool con la All Steel Carribbean Band quando notò due ragazzini bianchi nel locale che avevano incominciato da poco a suonare insieme. John Lennon e Paul McCartney cercavano ispirazione da qualunque fonte musicale e la black music, non solo quella in arrivo dalla Tamla Motown e dal rhythm and blues (di cui ripresero vari brani, sia dal vivo che in sala d’incisione), fu costantemente presente nelle loro composizioni.
All’inizio la comunità nera di Liverpool non li guardava con occhi particolarmente favorevoli, vittima da anni di discriminazioni e razzismo e con il giustificato timore che, ancora una volta, i bianchi andassero a «rubare» la loro musica. Ma Lord Woodbine era di mentalità aperta, libera, bohémien. Era accogliente con tutti e, quando e come poteva, non lesinava aiuti a nessuno. Gestiva uno strip club in cui si riversava una fauna umana molto variegata. Paul ha ricordato nel 2008, in un’intervista a Mojo: «Liverpool aveva la comunità caraibica più numerosa in Inghilterra e noi eravamo molto amici dei ragazzi neri, in particolare di Woodbine». Impararono molto, passando attraverso l’ascolto di progressioni armoniche e composizioni che andavano oltre i classici tre accordi del rock’n’roll e del rhythm and blues. Woodbine fu quello che li portò ad Amburgo, in un momento in cui stava esplodendo una nuova e rivoluzionaria stagione musicale, li accudì e protesse, essendo adulto e con esperienza. E indusse la band, ancora attiva come Silver Beetles e impegnata in un repertorio a base di skiffle, a introdurre un batterista (Pete Best) per aderire a suoni più attuali e moderni.

IN OGNI AMBITO
Woodbine era uomo di mondo, aveva lavorato in ogni ambito coprendo attività di tutti i tipi, aveva fatto la guerra e sapeva ben gestire i rapporti interpersonali e le situazioni più difficili, sicuramente meglio di un gruppo di ragazzini non ancora maggiorenni. Non a caso venivano spesso chiamati i Woodbine Boys. Suonarono più volte nel club che gestiva, il New Cabaret Artists Club, talvolta accompagnando una spogliarellista di Manchester, Janice, che non si esibiva senza una band alle spalle. George Harrison ricorda che proprio nel club avvenne una delle esibizioni più particolari della band, con Paul alla batteria, non avendo trovato ancora nessuno di valido che occupasse il posto: «Probabilmente facevamo abbastanza schifo da farci andare bene anche lui alla batteria». Fu però sufficiente a impressionare positivamente Woodbine e il suo socio Allan Williams che decisero di portarli a cercare fortuna in Germania. Partirono da Liverpool nell’agosto 1960. Ricordava sempre Harrison: «Il furgone era stretto e non aveva nemmeno posti a sedere; dovevamo sederci sui nostri amplificatori. Siamo andati in Olanda e ricordo che ci fermammo ad Arnhem dove tutti i nostri soldati erano stati paracadutati verso la morte (un altro piccolo scherzetto di Winston Churchill). C’erano migliaia di croci bianche nel cimitero». E proprio lì venne scattata la famosa foto di cui si parla a inizio articolo. Allan Williams ricorda anche che, bighellonando per la città, John vide un negozio di strumenti, vi entrò e ne uscì con un’armonica a bocca che aveva appena rubato. «Eravamo appena sbarcati all’estero e rischiavamo già di finire in prigione!».
Alla fine del 1961 i Beatles incontrarono Brian Epstein che li prese sotto la sua ala protettrice, allontanò successivamente Pete Best e fece arrivare Ringo Starr, cambiò loro look, smussò le asperità musicali e li fece diventare i Beatles che conosciamo. I contatti con Woodbine si persero velocemente, travolti da un vortice di impegni e successo. Lui tornò a lavorare a Liverpool, abitualmente come taxista, incurante della fama mondiale dei suoi ex amici, sempre indifferente alle rare richieste di interviste e ricordi. Uno dei pochissimi a non avere mai sfruttato quel clamoroso rapporto iniziale per scrivere libri, incidere dischi, chiedere aiuti promozionali o altro. Un caso più unico che raro, soprattutto in un contesto come quello beatlesiano dove è incalcolabile il numero di pubblicazioni, video, film, tributi, non di rado insignificanti. Anzi, sempre diffidente quando gli si chiedeva un contributo in tal senso. Non smise di suonare e formò un’altra band di calypso, la Cream of Trinidad. Morì in un incendio a casa sua, con la moglie, nel 2000, nel luogo in cui aveva sempre vissuto, il quartiere nero di Liverpool, Toxteh. Paul McCartney affidò un veloce commiato al suo ufficio stampa. Probabilmente per eccessiva dimenticanza anche se è necessario sottolineare come i Beatles abbiano sempre riconosciuto l’importanza della black music e del suo apporto alla loro cultura e come siano stati tra i primi a opporsi al razzismo quando, famosissimi, si rifiutarono di suonare negli Stati Uniti in luoghi in cui il pubblico fosse diviso tra bianchi e neri (come non era difficile trovare negli anni Sessanta). Una storia che ha in ogni caso un retrogusto amaro, malinconico e che meriterebbe più spazio in quella meravigliosa opera d’arte che sono stati i Beatles.




Fonte: Ilmanifesto.it