Settembre 15, 2021
Da Infoaut
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Porre a tema la teoria dell’organizzazione politica è un compito sempre più urgente. Poco importa come si abbordi la questione, se la si prende dall’alto oppure dal basso. Dopo l’“età degli estremi”, la reazione degli anni ‘80, la sbornia neoliberale degli anni ‘90, la war on terror degli anni Duemila, la crisi del 2008 e la pandemia del 2020; così come dopo gli scacchi del movimento operaio classico e di quello di liberazione anticoloniale, dopo le sconfitte della politica sessantottina e degli anni ‘70, dopo lo spegnersi dell’alter-globalismo e le impasse delle lotte degli anni 2010: da ovunque si guardi al problema, pensare a come fare, concretamente, per incrementare le nostre capacità di agire rimane un’impellenza sempre attuale. E ciò tanto più se si assume con sobrio realismo l’incombenza via via più invadente dell’emergenza climatica. Per questo insieme di motivi, il libro bello e denso di Rodrigo Nunes, Neither Vertical nor Horizontal. A Theory of Political Organization, Verso, London, 2021, 307 pp., £19.99/$29.95 merita di essere letto e discusso collettivamente.

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Come il titolo l’annuncia in modo emblematico, il libro si dipana attraverso la decostruzione filosofico-politica di una lunga serie di binarismi, i quali – secondo l’autore – hanno limitato il potenziale pratico di chi si oppone allo stato di cose presenti: verticalità/orizzontalità, centralizzazione/decentralizzazione, unità/diversità, macropolitica/micropolitica, molare/molecolare, partito/movimento, organizzazione/spontaneità, egemonia/autonomia, ecc. Troppo spesso, infatti, nella storia dei movimenti sociali tali coppie concettuali sono state pensate – e continuano ad esserlo – come delle “disgiunzioni esclusive”, dei “dualismi paralizzanti” (p. 13), tali per cui se si aderisce a una prospettiva bisogna obbligatoriamente rinunciare all’altra. Le due “melanconie di sinistra” (pp. 51-80) alle quali hanno dato adito, l’una avente come data metonimica (l’insuccesso de) il 1917, l’altra (quello de) il 1968, tendono ad approcciare in modo normativo il nodo dell’organizzazione politica, partendo da ciò che si auspicano che accada anziché da ciò che è, qui ed ora. Quale forma organizzativa dovrebbero darsi gli attori coinvolti nel processo trasformativo per rivoluzionare il mondo? Quali principi incarnano al meglio i nostri ideali politici? Compiendo un passo a lato rispetto a tali interrogazioni che hanno animato molteplici orientamenti politici radicali, Nunes adotta con piglio pragmatico un’attitudine basata sulla recensione delle forze in atto e la pratica dell’obiettivo: considerata la presenza di tale e tale soggetto all’interno di specifiche coordinate spazio-temporali, cosa permette di aumentare la potenza complessiva di chi sta dalla nostra parte?

Com’è esplicitato fin dalla prima riga, il saggio si presenta come una risposta al ciclo di lotte scatenatosi con le primavere arabe e le occupazioni delle piazze. Secondo l’autore, le difficoltà in cui sono incappate le proteste del 2011 costituiscono il 1989 del 1968, ossia la dimostrazione materiale dell’impossibilità di andare avanti così come si è stati abituati a fare dall’ascesa della Nuova Sinistra. Se infatti l’ontologia “orizzontalista” ha vinto – il mondo è irrimediabilmente strutturato in networks, mentre la critica delle antiche metafisiche fondazionaliste appare insormontabile – alcune istanze sviluppate in seno all’approccio “verticalista” (il primo polo delle diadi appena menzionate) non cessano per questo di esprimere la loro pertinenza (p. 16). Al contrario, esse avrebbero addirittura acquisito nuova centralità. Uno degli spunti più interessanti del libro di Nunes consiste perciò nel ripensare gli apporti di una tradizione alla luce dei propri errori politici e delle proprie insufficienze storiche, oltre che delle scoperte pratico-teoriche dovute all’altra tradizione[1][1].

Per realizzare tale mansione – prosegue Nunes – è vitale abbracciare una visione ecologica della cosiddetta Organisationsfrage, partendo dall’irriducibile pluralismo soggettivo presente all’interno di un dato ambiente. Pensare, dunque, in termini ecosistemici lo spazio all’interno del quale si battono i vari soggetti intenti a trasformare il mondo, con la consapevolezza che si è parte integrante del milieu nel quale si è immersi. Questo il gesto filosofico della critica che Lenin e Luxemburg hanno indirizzato alla Seconda Internazionale e che, qualche anno più tardi, la cibernetica di seconda generazione ha svolto nei confronti di quella della prima: “se non siamo al difuori del mondo che descriviamo, ma all’interno di esso, non soltanto le descrizioni che facciamo sono esse stesse delle azioni dentro a quel mondo, ma le nostre azioni in generale producono degli effetti su ciò che viene descritto” (p. 11). Tale disposizione politica ed epistemologica implica una logica relazionale diversa rispetto a quella sovrana che anima lo spettro dei rapporti intersoggettivi in seno a un movimento, il quale va dalle alleanze più o meno ben riuscite od opportuniste agli antagonismi più o meno rigidi e ideologici.

L’abbandono dei capisaldi della teoria classica della rivoluzione invita perciò a rivedere alla radice l’impostazione della teoria dell’organizzazione politica. Da metà Ottocento al Secondo Dopoguerra, i tre pilastri della grammatica rivoluzionaria sono stati costituiti dall’intrinseca necessità della rottura nel continuum storico (fosse essa pensata in termini processuali o evenemenziali), dalla coincidenza deterministica tra posizione oggettiva ricoperta nella struttura sociale e soggettivazione politica e dalla presunta infinita malleabilità dell’essere sociale. Ora, però, che la teleologia storica è stata rimpiazzata dalla contingenza, la transitività economicista dall’eccedenza della composizione soggettiva, e l’idealismo demiurgico dall’analisi della complessità (pp. 81-120), bisogna provvedere a una drastica riconfigurazione del metodo organizzativo. A tal proposito, Nunes elabora diverse categorie che appaiono di indubbia utilità per arricchire i dibattiti contemporanei concernenti i movimenti sociali e la teoria critica, così come quelli riguardanti la lotta contro il riscaldamento globale – autentico banco di prova sul quale vagliare la solidità di ogni proposta politica, teorica quanto organizzativa. Tre di esse ci sembrano particolarmente calzanti: nuclei organizzativi (organising cores), azione diffusa (distributed action) ed ecologia organizzativa (organisational ecology).

“Organising cores è il nome generico per i nodi o i gruppi di nodi che animano un’area o una rete, svolgendo la funzione di concentrare e orientare la capacità collettiva di agire in certe direzioni, con continuità o solo occasionalmente”. Di conseguenza, “ogni organizzazione è un nucleo organizzativo, […] ma non ogni nucleo organizzativo è un’organizzazione” (p. 203). Tale concetto consente di render conto di differenti focolai (grandi o piccoli, più o meno intensi e strutturati) in grado di influenzare il corso degli eventi. Le attività di un nucleo organizzativo richiamano infatti le modalità operative delle piattaforme, le quali sono governate da “una logica di allestimento di spazi per la collaborazione, che condiziona ma non determina i risultati” (p. 205). I nuclei organizzativi creano dunque condizioni di possibilità per degli incontri, innescano dinamiche, alimentano percorsi, lanciano parole d’ordine, ecc. Essi stimolano più che dirigere le mobilitazioni; essi prendono l’iniziativa, senza monopolizzarla; essi inducono degli effetti canalizzando gli sforzi collettivi. In tal senso, un nucleo organizzativo esercita delle funzioni di avanguardia e di leadership, senza occupare sistematicamente tali posizioni (pp. 201-11)[2][2].

Da quest’angolazione risulta più facile riconoscere e valorizzare la portata di ciò che Nunes definisce distributed action. Con tale espressione l’autore intende il fatto che non si ha mai a che fare con delle mere azioni aggregative (la somma imperscrutabile di una nebulosa di attività disperse) né con delle monolitiche azioni collettive (più o meno coordinate da un cervello pensante), ma sempre con delle variazioni intermedie: il combinarsi più o meno virtuoso di attività realizzate da gruppi organizzati (partiti, sindacati, associazioni, ONG, media indipendenti, militanti di vari collettivi, ecc.) con quello di migliaia di persone il cui grado di partecipazione e affiliazione a un movimento è estremamente eterogeneo e mutevole. Ovviamente, la fitta rete di rapporti che si instaura tra i soggetti (individuali e collettivi) che costituiscono una dinamica politica può sfociare in assemblaggi più o meno compiuti e potenti; ma il punto per Nunes è di avere sempre ben presente tale intricato complesso di rapporti quando ci si trova in fase di analisi e di elaborazione tattico-strategica: una teoria dell’organizzazione deve perciò cominciare dai modi in cui degli individui non affiliati coordinano le loro azioni al difuori delle organizzazioni, o come essi si coordinano con le organizzazioni, così come dal modo in cui le organizzazioni si coordinano tra di loro. “Organizzazione” si riferisce dunque in primo luogo a tale fenomeno, e soltanto in seguito a singole organizzazioni. Queste ultime emergono sullo sfondo del primo, e cose come i partiti fanno di conseguenza parte di una teoria dell’organizzazione, ma non sono il suo oggetto primario (p. 27).

Qui giunge il terzo elemento importante della proposta dell’attivista e intellettuale brasiliano. Il punto di partenza per una teoria dell’organizzazione non è tanto una disamina della congiuntura, né una teoria del soggetto, della forma-politica da istituire o della prospettiva rivoluzionaria da realizzare, quanto un esame di ciò che egli chiama “ecologia organizzativa” (pp. 159-73): “ciò che  totalizziamo come ‘il movimento’ è in realtà una rete non totalizzabile composta di diverse reti, un’ecologia di rete in continua evoluzione, la quale a sua volta è compresa in ecologie più ampie che si sovrappongono l’un l’altra in vari modi (la città, la nazione, il capitalismo globale, i membri di una certa classe, coloro che parlano una certa lingua)” (p. 164). All’interno di tale cornice, Nunes trae sei spunti che meritano di essere riportati: 1. agendo sull’ambiente condiviso, le componenti di un’ecologia possono plasmare indirettamente il campo di possibilità degli altri; 2. la differenziazione funzionale è una delle caratteristiche (e dei punti di forza) fondamentali di un’ecologia; 3. la ricchezza prodotta da un nodo o cluster non gli appartiene esclusivamente, ma è anche a disposizione dell’insieme dell’ecologia; 4. pensare ecologicamente l’organizzazione implica non concepirla come una gara a somma-zero tra le parti; 5. nessuno vince da solo; 6. affrontare la competizione tra le parti come un conflitto tra forze anziché come una contraddizione inconciliabile permette di considerare tale tensione come una questione di forza relativa e non un’opposizione assoluta.

Ora, se si traspone questo impianto metodologico dal piano meta-analitico a quello pratico-quotidiano della lotta contro il cambiamento climatico si aprono diverse piste. Mi limito qui a indicare la più importante. Il principale bersaglio implicito di tale inquadramento è senz’altro l’unilateralità della prospettiva politica. Nelle lotte e nei dibattiti dell’ecologia contemporanea tale paradigma è incarnato da due esempi antitetici: il modello auto-gestionale della Zad[3][3] e il leninismo ecologico delineato in alcuni testi di Andreas Malm. Pur nella loro simmetrica opposizione (l’anticipazione prefigurativa su piccola scala versus la transizione su larga scala sotto l’egida dello Stato), entrambe le prospettive prediligono l’approccio disgiuntivo de “o l’uno o l’altro” rispetto a quello articolatorio del “sia l’uno sia l’altro” proprio della proposta di Nunes[4][4]. Sebbene entrambe possano vantare a proprio favore diversi argomenti storici e politici, nessuna delle due – al giorno d’oggi – risulta sufficientemente potente per imporre un rapporto di forza tale da invertire la tendenza all’aggravarsi della crisi ecologica. D’altro canto, è possibile immaginare l’innesco di azioni reciproche espansive tra diverse prospettive politiche, ognuna delle quali, aumentando la propria capacità d’agire, crea migliori margini di manovra per le altre[5][5]. Come fare per coltivare tali processi e far crescere assieme le varie componenti che sostentansostentano una mobilitazione è una questione alla quale non si può fornire che una risposta contingente, situata nella materialità dei singoli contesti. Alcune indicazioni di metodo, però, valide in astratto, sono sviluppate in modo appassionato da Nunes in Neither Vertical nor Horizontal, un libro avvincente che alterna la critica di autori classici e contemporanei della tradizione rivoluzionaria all’analisi dei movimenti sociali che hanno perturbato il decennio appena trascorso. Sicuramente un’ottima lettura per affacciarsi al decennio appena iniziato, il quale ancor più del precedente ci obbligherà a pensare il tema dell’organizzazione al prisma dell’ecologia politica.

Da EffimeraEffimera

NOTE

[1][1] Chiunque abbia partecipato attivamente a una mobilitazione, avrà sicuramente assistito all’attribuzione da parte di vari attivisti delle responsabilità del fallimento della dinamica politica alle altre componenti del movimento. Vivendo e militando in Francia, negli ultimi anni mi è capitato decine di volte di sentire dei membri della sinistra istituzionale ritenere il black bloc colpevole della mancata massificazione delle manifestazioni; oppure di vedere dei militanti autonomi concentrarsi in prevalenza sulle accuse alle federazioni sindacali anziché sulla propria auto-critica. Significativamente, con i Gilets Jaunes, un sollevamento che ha scardinato gli schemi abituali, tali riflessi improduttivi erano molto meno presenti. Ciò non ha impedito, però, a vari “rappresentanti” delle due sinistre di vagliare l’interesse/importanza del sollevamento in base al grado di prossimità più o meno grande rispetto alla (dal loro punto di vista) giusta linea anticapitalista – un sapere da loro detenuto sulla base della propria appartenenza alla buona tradizione politica.

[2][2] A tal proposito, Nunes parla di avanguardie senza avanguardismo o di leadership senza leaderismo, così come tematizza l’importanza dell’orizzontalità aldilà dell’orizzontalismo.

[3][3] Le Zones à Défendre sono delle occupazioni – molto spesso a cielo aperto – volte a lottare contro un progetto di messa a profitto del territorio, in cui vengono sperimentate delle forme di vita alternative.

[4][4] Per la critica di Malm all’orizzontalismo delle lotte, cfr A. Malm, Clima, corona, capitalismo, Ponte alle Grazie, Firenze, 2021, in particolare pp. 86-88. Per una critica della prospettiva “stato-centrica” di Malm, cfr. i testi di Max Ajl, https://brooklynrail.org/2020/11/field-notes/Corona-Climate-Chronic-Emergency, e Bue Rübner Hansen, https://viewpointmag.com/2021/04/14/the-kaleidoscope-of-catastrophe-on-the-clarities-and-blind-spots-of-andreas-malm/. Per quanto mi riguarda, ho tentato di sviluppare un approccio alternativo in linea con quanto esposto in questa breve recensione, basandomi sulla teoria del doppio potere e sulla pluralizzazione delle pratiche all’incrocio, da un lato, tra lotte ecologiste, lotte sociali e lotte decoloniali nel Nord e nel Sud globale, e dall’altro, tra differenti forme di azione diretta: manifestazioni, campeggi, occupazioni, blocchi, sollevamenti, scioperi, sabotaggi, ecc. Cfr. D. Gallo Lassere, Ritorno al presente: spazi globali, natura selvaggia, crisi pandemiche, http://www.leparoleelecose.it/?p=40711http://www.leparoleelecose.it/?p=40711.

[5][5] Per restare sulla sequenza che ha scosso la Francia tra 2016 e 2020, possiamo affermare che alcune tra le fasi più esaltanti delle lotte si sono date nei momenti in cui tali combinazioni si sono espresse con particolare vigore. Per quanto riguarda i rapporti tra le varie componenti del movimento del 2016 (cortège de tête, Nuit debout, basi sindacali), mi permetto di rimandare a D. Gallo Lassere, Contre la Loi Travail et son monde, Eterotopia, Paris, 2016, pp. 31-68, mentre per quanto concerne i rapporti in seno ai Gilets Jaunes e tra i Gilets Jaunes e le altre componenti (sindacali, autonome, ecologiste), cfr. id., “A Crise dos Gilets Jaunes e o Horizonte de Possìveis”, in O trabaho das linhas, A. Mendes, G. Cocco (sob a direcção de), Autografia, Rio de Janeiro, 2020, pp. 65-80, (versione breve in francese Revue K, Cahier spécial printemps 2020, https://revue-k.univ-lille.fr/data/medias/KV4.pdf, pp. 93-101), E. Chédikian, D. Gallo Lassere, P. Guillibert, “The Climate of Rond About: the Gilets Jaunes and Environmnetalism”, in Southern Atlantic Quarterly, n° 119/4, 2020, pp. 877-87 e D. Gallo Lassere, C. Lavergne, « Soulèvement Gilets Jaunes : expériences et compréhensions plurielles du riot Â», in Socio, n. 16/2021, in corso di pubblicazione.

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Fonte: Infoaut.org