Giugno 5, 2021
Da Infoaut
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Acquedotto Indipendenza e Gasdotto Sonora

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di Inés Durán Matute, Rocío Moreno

Il popolo Yaqui, che difende il suo fiume dall’Acquedotto Indipendenza e il suo territorio dal Gasdotto di Sonora, ha anch’esso un passato tormentato da violenze, ma ha anche un passato di lotta per difendere la sua cultura, le sue terre e la sua vita. Nella memoria collettiva della tribù Yaqui si ricorda ancora quando, durante il Porfiriato, fu fomentata la “caccia agli yaqui”. Veniva ricompensato economicamente chiunque consegnasse i piedi di uno Yaqui, piedi che dovevano calzare i caratteristici sandali di questa tribù, gli huaraches. Ricordano anche con tristezza quando furono banditi e deportati in massa nella penisola dello Yucatan, per essere venduti come schiavi in quelle stesse aziende ‘henequén’ che avevano già sfruttato le e i maya.24 Questo accadde durante il lungo periodo conosciuto come le Guerre Yaqui (1533-1929), un periodo etnocida dove si cercò di sterminare questo popolo per prendere il controllo della Valle Yaqui. Soltanto quando arrivò il governo di Lázaro Cárdenas (1934-1940), ottennero una certa stabilità e il riconoscimento delle loro terre. Durante la riunione di bilancio del CNI tenuta nell’ottobre del 2016 nello Stato del Chiapas, Mario ha condiviso con il suo tavolo il fatto che, dopo queste guerre, ‘sono state le donne yaqui a ricostruire il nostro popolo, perché le donne che rimasero a Sonora continuarono a riprodurre la vita secondo la nostra cultura e, anche quelle espulse da Sonora, ritornarono e tornarono a fare comunità. Nella loro memoria non c’è solo lo sterminio e la guerra, c’è anche la resistenza, la dignità e nuova forza.

Nel 1940 fu pubblicata la Risoluzione Presidenziale con la quale si restituiva al popolo Yaqui il proprio territorio, con l’ulteriore concessione del diritto sulla metà dell’acqua del flusso del rio Yaqui. 25 Ma i loro problemi non erano finiti. Un pezzo del loro territorio gli fu subito tolto e i tentativi di espropriarli delle loro terre e delle loro acque continuarono.

In territorio yaqui si sono realizzate opere come quella dell’oleodotto PEMEX, dell’autostrada internazionale e della fibra ottica. Perciò, parte della sua resistenza attuale è anche rinegoziare le condizioni di utilizzo del territorio. Mario dice: “E’ un debito storico verso il nostro popolo”.

Pensare alle e agli Yaquis è quindi pensare alla forza, alla storicità e alla negoziazione. Attualmente i progetti incompiuti del Gasdotto Sonora (tratta Guaymas-El Oro) e dell’Acquedotto Indipendenza stanno danneggiando il popolo Yaqui e il suo territorio in diversi modi. Il gasdotto pianificato dal 2013 da IENOVA, una filiale di Sempra Energy, dovrebbe attraversare 90 chilometri di territorio yaqui per presumibilmente rifornire la regione di gas naturale. Il popolo Yaqui su questo progetto è diviso poiché molti non sono a conoscenza del reale impatto che avrà. Comunque il progetto è stato fermato dalla fervente opposizione della comunità di Loma de Bacúm. 26

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Con l’acquedotto è successo il contrario. Fin dalla sua progettazione, nel 2010, c’è stata l’opposizione di tutto il popolo.27 Non è previsto che attraversi il territorio yaqui, però ne intercetta l’acqua e la devia per rifornire Hermosillo e la sua popolazione ma, soprattutto, a beneficiarne saranno il settore commerciale e industriale.28 In una regione dove l’acqua scarseggia, “questo acquedotto colpisce il punto più sensibile, l’acqua, l’elemento che dà vita” (Mario). La tribù rivendica il diritto del fiume a continuare ad esistere e a conservare i volumi d’acqua a cui ha diritto per ragioni storiche. Il progetto Acquedotto Indipendenza e stato fermato da un’ingiunzione emessa dalla Corte Suprema di Giustizia della Nazione, ma le minacce sono continuate con la sua messa in opera illegale.29

Per il popolo Yaqui, secondo Mario, l’impatto più significativo di questo progetto è che limita l’accesso all’acqua; una volta che l’acqua non potrà più raggiunge la valle degli Yaqui, la tribù, la sua cultura e le sue terre moriranno. Oggi quella contro le e gli yaqui non è una guerra palese e brutale, è una guerra sottile che cerca di sterminarli come durante il Porfiriato. Oggi è ieri. Il governo, infatti, vuole dare l’immagine di essere dalla parte dei popoli originari, che alla fine sarà fatta giustizia per le rivendicazioni storiche della tribù, ma in realtà sta succedendo il contrario.

Nell’agosto 2020, in una visita movimentata a Sonora, il presidente Andrés Manuel López Obrador (AMLO) si è presentato per inaugurare il progetto della controversa diga Los Pilares 30, per incontrare le autorità yaqui e discutere il Piano di Giustizia del Popolo Yaqui.31 Come ha spiegato Mario, ha voluto negoziare con “otto autorità [yaqui] che non erano tutte legittime ma, come fanno sempre, hanno voluto otto autorità senza voler sapere se fossero legittime o no; servivano solo per fare una foto”. In questo incontro il presidente AMLO ha evitato di toccare il tema dell’Acquedotto Indipendenza, una questione delicata per la tribù, ma in riferimento al gasdotto ha detto che “dobbiamo raggiungere degli accordi perché il Messico perde […] il gasdotto non può essere deviato perché dobbiamo collegarlo, altrimenti continueremo pagando multe a queste compagnie, molte delle quali straniere associate a funzionari e politici messicani corrotti”.32 Ha anche detto che “Ora abbiamo gas in abbondanza”, tanto per giustificare un gasdotto che serve a vendere gas all’Asia. In realtà è dal 2018 che sia il Messico che gli Stati Uniti stanno studiando strategie per esportare il gas del Nuovo Messico.33

Il Piano di Giustizia anche se controverso, come sottolinea Mario, audace nella sua visione e pratica di critica al potere, è “uno strumento giuridico che possiamo usare in futuro o nell’immediato futuro per esigere l’adempimento di tutti i debiti storici”. Allo stesso modo è chiaro che, nel momento in cui lo Stato intende legalizzare e regolarizzare il funzionamento dell’acquedotto, allora la loro opposizione riemergerà. Le e gli Yaquis si rialzano dalle dure guerre contro di loro e resistono, a volte attraverso la negoziazione e altre volte attraverso la denuncia e lo scontro.

Progetto Integrale Morelos

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Gli uomini e le donne nahua di Morelos, Puebla e Tlaxcala sono eredi della lotta delle e degli zapatisti guidati da Emiliano Zapata. I loro antenati sono quelli che hanno dato la vita nella rivoluzione messicana del 1910 per difendere le terre e le acque, quelli che gridavano con tutta la forza ‘La terra appartiene è di chi la lavora’. Sono eredi che oggi affrontano i nuovi tentativi di espropriazione attraverso il Progetto Integrale Morelos (PIM). Oggi è ieri. Questo megaprogetto va avanti dal 2011, anche se ha il suo antecedente nella Transportadora de Gas Zapata (1998).34 Il PIM copre gli stati di Tlaxcala, Puebla e Morelos, comprende un gasdotto di 160 chilometri che attraversa oltre 60 villaggi e l’area a rischio vulcanico di Popocatépetl. Inoltre comprende una centrale termoelettrica a Huexca (precedentemente due) e un acquedotto per utilizzare l’acqua del fiume Cuautla, progetto quest’ultimo bloccato per quattro anni da un accampamento ad Ayala.35 Il megaprogetto, promosso dalla Commissione Federale dell’Elettricità (CFE) e dal governo federale, ha dato la concessione per costruire a tre imprese spagnole, Abengoa per la centrale termoelettrica e l’acquedotto, Elecnor e Enagás – insieme all’italiana Bonatti – per il gasdotto.36 Samantha spiega le conseguenze del Progetto Integrale Morelos:

In generale questo progetto è un pacchetto di distruzione e di morte. Mette in pericolo la vita delle persone per il gasdotto, per l’elemento vulcanico, per il rischio sismico; mette in pericolo l’ambiente perché le centrali termoelettriche a ciclo combinato generano pioggia acida, ossido d’azoto che altera la produttività della terra, la diversità delle specie tanto animali quanto vegetali, e generano anche l’inquinamento del rio Cuautla. Eppoi c’è l’espropriazione dell’acqua e della terra, perché il gasdotto affitterà, per così dire, per 30 anni il passaggio sulle terre dove saranno interrate le tubature.

Nel maggio del 2014, a Yecapixtla, Morelos, AMLO (acronimo per Andrés Manuel López Obrador, il presidente messicano, ndt) disse che il suo partito MORENA (Movimento di Rigenerazione Nazionale, ndt) avrebbe difeso i popoli: “non vogliamo la costruzione del gasdotto o della centrale termoelettrica o delle miniere perché distruggeranno il territorio e inquineranno l’acqua”; e ha paragonato la costruzione di una centrale termoelettrica nelle terre di Zapata alla costruzione di una discarica di rifiuti tossici a Gerusalemme.37 Con impudenza e perversione AMLO ha usato il discorso storico per ottenere l’appoggio della regione, fingendo che le decisioni del governo saranno prese tenendo conto della storia, della memoria di questo popolo. Una volta al potere ha dimenticato la promessa fatta alle contadine e ai contadini zapatisti annunciando la continuazione del PIM dopo una “consultazione macchiata dal sangue di Samir” (Samantha).38 Il PIM è un’incongruenza storica ed etica che si cerca di imporre sulle terre di Zapata. L’intenzione, secondo la vulgata ufficiale, è la produzione di energia per la popolazione; tuttavia, è stato rilevato che dietro il megaprogetto c’è anche lo sviluppo minerario e industriale.39 Si tratta della devastazione in una delle regioni con il maggiore livello di povertà, migrazione, scarsità di acqua, espropriazione, infertilità della terra; il progetto porterà inquinamento e danni a flora e fauna.40 Se non bastasse, significa trasformare le e gli zapatisti in operai nei corridoi industriali, significa soggiogare, battere un popolo che ha dato terra e libertà. Ciononostante questa regione continua ad alzare la testa e a mettere i propri corpi in prima linea, come fecero le nonne e i nonni zapatisti durante la rivoluzione. Come dice Samantha, “perché è la terra di Zapata, dobbiamo continuare a lottare”. Oggi è ieri.

(2. Continua)
 

* Inés Durán Matute è ricercatrice dell’Università Autonoma di Puebla (Messico) e membro dell’ International Research Group on Authoritarianism and Counter-Strategies della Rosa Luxemburg Foundation. Rocio Moreno è miitante di lungo corso del Congresso Nazionale Indigeno (CNI)

Traduzione di Marina Zenobio per ECOR Network

QUI la prima parte

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Fonte: Infoaut.org