Marzo 14, 2022
Da Non Una Di Meno Firenze
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Siamo andate di fronte alla Regione Toscana che si vanta a torto di aver fatto da apripista per l’accesso all’aborto farmacologico direttamente nei consultori. Questa è la stessa regione che dice di avere a cuore la nostra salute e diritti riproduttivi ma che allo stesso tempo sostiene l’obiezione di coscienza e i gruppi antiabortisti e si rende complice di violenza e sovradeterminazione sui nostri corpi negando la nostra libertà di scegliere se avere figli o no .Questa è la regione che nel 2017 ha siglato un accordo con i movimenti pro vita, gruppi d’odio dediti ad impedire alle donne di scegliere liberamente sul proprio corpo,  con un finanziamento di 195mila euro ogni tre anni e un canale privilegiato d’ingresso nei consultori pubblici per l’accompagnamento delle donne alla maternità e prevenzione dell’aborto. Con la campagna Smutandate e le  ripetute incursioni in Consiglio Regionale siamo riuscite ad ottenere il congelamento del finanziamento, ma la Regione Toscana non  ha mai reso pubblico come sono stati impiegati i soldi gia’ spesi, vogliamo che rendano palesi le profonde connessioni con i gruppi antiscelta! Chiediamo una ricollocazione dei 195.000 euro per potenziare i consultori! In questa regione nel suo ospedale di Careggi i ginecologi obiettori rappresentano il 68%, a Borgo San Lorenzo il 70%. Chiediamo di allontanare dalle carriere mediche ginecologiche e dai reparti di ginecologia gli obiettori di coscienza: non vogliamo più affidare i nostri corpi a persone che negano il diritto di scegliere sulle nostre vite!  La struttura dedicata della ASL alla IVG su Firenze, il  Palagi si rifiuta di fornirci i dati aggiornati sull’obiezione, ma abbiamo evidenza che oppone una forte ostruzione all’accesso all’aborto farmacologico impedendolo a gestanti oltre la settima settimana, violando così le linee guida nazionali che prescrivono il farmacologico fino alla nona settimana, e  obbligando a recarsi in struttura ben 7 volte prima di riuscire ad abortire, come se abortire dovesse essere una punizione divina. Vogliamo che l’aborto non passi attraverso l’ingerenza del potere medico, che alla persona gestante se lo desidera sia data la possibilita’ di ottenere le pillole abortive con un unico accesso alla struttura e di autoprocurarsi l’aborto come libero atto di autodeterminazione sul proprio corpo. 

Questa è la regione che negli ultimi anni ha sempre più privatizzato il servizio sanitario,  ha completamente smantellato il capillare sistema consultoriale sul territorio toscano. I consultori si sono ormai svuotati della centralità conferita dalla Legge 194 per la salute sessuale riproduttiva diventando dei poliambulatori completamente inservibili per le esigenze di prevenzione in ambito ginecologico e di accesso all’IVG: come si può garantire la salute delle donne e dei corpi gestanti se si è abolito l’accesso diretto e si e’ introdotto tempi di attesa di almeno 3 mesi? Ce la siamo pesa con la regione perché sappiamo che in Italia abortire è un gioco. Ma non uno di quei giochi facili. In Italia è un gioco macabro e terribile. Una sorta di gioco dell’oca dove per ogni singolo passaggio si presentano continui impedimenti e difficoltà. Dove alla fine se c’è solo la possibilità di abortire non è per tuttu. E quando riesci ad abortire nella maggior parte dei casi ne esci distrutta e stanca solo per quello che la società e lo stato ti hanno costretta a subire.                                                          In Italia è difficile trovare [email protected] [email protected] che certifichi la tua gravidanza. È difficile trovare [email protected] [email protected] che appena viene a conoscenza della tua volontà di abortire, non ti ostacoli.
In Italia non è solo difficile trovare [email protected] [email protected] per abortire. È difficile addirittura trovare una struttura per abortire. In Molise c’è un solo medico non obiettore per un’intera regione. In Sicilia sei costretta a guidare anche 8-9 ore. Qui a Firenze al Palagi devi farti ben 7 viaggi in ospedale per riuscire a terminare il percorso IVG farmacologico.
Sei costretta ad assentarti da scuola, da lavoro.
E come se tutto ciò non bastasse, alla fine ti ritrovi a confrontarti con personale obiettore, giudicante e violento. Ti ritrovi [email protected], [email protected] che invece ti seguirti e aiutarti ti giudicano, ti ostacolano e molto spesso ti maltrattano negandoti anche l’assistenza di base. In Italia conviviamo con un sistema che tenta di negarci l’aborto farmacologico perché ci permette di riappropriarci dei nostri corpi; perché se non ti operano non è un vero aborto: non hai sofferto abbastanza.
In Italia conviviamo con un sistema che ci giudica psicologicamente fragili, (pazze) solo perché (desiderose) vogliamo scegliere di abortire e quindi ci costringe anche ad una visita psicologica, per giudicare che persone siamo, ciò che è meglio per la nostra vita, per farci cambiare idea.

In Italia il corpo non è nostro. La decisione non è la nostra. Siamo in balia di un sistema cattobigotto, malato e giudicante che vuole controllare i nostri corpi e le nostre vite.

Se oggi siamo in piazza è per rivendicare un aborto che sia realmente libero, sicuro e garantito. Rivendichiamo il nostro sacrosanto diritto di decidere sui nostri corpi.
Vogliamo poter abortire in pace. Vogliamo l’aborto farmacologico in tutti gli ospedali e in tutti i consultori. Vogliamo gli obiettori fuori dagli ospedali e dalle nostre mutande.
Vogliamo poter abortire in maniera sicura, con un personale medico che ci assiste e non ci ostacola.
Voglio un aborto transfemminsista.

Voglio anche poter dire: io ho abortito e sto bene.Vogliamo che la contraccezione venga riconosciuta come gratuita a livello universale, non circoscritta a determinate fasce di età e di reddito. Vogliamo che l’accesso ai servizi sociosanitari e il diritto alla salute e al welfare, anche sessuale e riproduttiva sia di carattere universalistico e incondizionato; vogliamo che questi servizi siano rispettosi dell’autodeterminazione delle differenti soggettività: includendo quindi, oltre le migranti, anche per le persone trans, non-eterosessuali (LGBTQIA+), disabili, donne in strutture limitative della libertà personale (incluso l’accesso alle cure ormonali alle persone transessuali) e sex workers. Vogliamo risignificare i consultori come spazi politici, culturali e sociali oltre che come servizi socio-sanitari, vogliamo che diventino luoghi di scambio fra donne e soggettività non binarie dove poter discutere liberamente delle scelte che attraversano i nostri corpi, di consenso e di piacere! 

VOGLIAMO UNA SALUTE TRANSFEMMINISTA!!! 




Fonte: Nudmfirenze.noblogs.org