Novembre 12, 2021
Da Il Manifesto
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Tra le repubbliche socialiste della ex Jugoslavia, l’unica a non essere coinvolta direttamente nella guerra balcanica fu la Macedonia del Nord, anche se gli effetti della guerra si fecero comunque sentire a causa dei numerosi profughi kosovari e albanesi che lasciarono le loro terre e lì trovarono ospitalità. La loro presenza è motivo ricorrente di conflitti etnici e politici e sul nuovo nome (con l’aggiunta di quel Nord) il Paese è riuscito ad attutire i contrasti diplomatici con la Grecia. Almeno per ora. Tuttavia persistono e si moltiplicano gli ostacoli e le resistenze per l’avvio dei negoziati che permettano l’ingresso della Macedonia del Nord nella Unione Europea. E ciò nonostante, succede che sempre più artisti macedoni, soprattutto giovani, girino e si accreditino in Europa, partecipando a mostre, eventi, residenze, progetti di ricerca. Basta guardare le ospitalità di artisti nelle ultime edizioni della Biennale di Venezia per rendersi conto della vivacità della scena macedone, che assorbe, condivide e promuove, prima ancora e meglio dei politici, i valori europei della partecipazione, della sostenibilità ambientale, del salto tecnologico, della parità di genere. Tra i principali incubatori di tali valori c’è il Museo d’Arte Contemporanea di Skopje, il MoKA, che già ai tempi della ex Jugoslavia esercitava un ruolo attivo nel più ampio scenario balcanico.

«Jugoslavo e internazionale sono i termini più appropriati per definire la mission originaria e attuale del nostro Museo» ci tiene a dire la direttrice Mira Gakjina.
Nel sentimento comune dei macedoni il Museo è non solo il simbolo della rinascita di Skopje dalle ceneri del terremoto che nel luglio del 1963 distrusse quasi completamente la città ma anche un progetto culturale di resistenza all’involuzione estetica, urbanistica, sociale e politica che ha caratterizzato tra il 2006 e il 2017 il decennio conservatore e autoritario del premier Nikola Gruevski. Lui aveva disseminato nella città statue neoclassiche raffiguranti santi e condottieri, come quella di Alessandro Magno in piazza Macedonia alta più di 30 metri, funzionali alla costruzione di una identità nazionale e di un immaginario epico ed eroico, ostile alle differenze, alle alterità e al multiculturalismo.

«Per dieci anni- sottolinea Mira Gakjina- l’arte visiva è stata prigioniera del cosiddetto progetto Skopje 2014, faceva parte delle strategie nazionalistiche del governo di destra che trascurava l’importanza del patrimonio modernista e dell’arte contemporanea in generale».
Già quel terremoto, le cui immagini arrivarono per la prima volta nelle case di tutti noi grazie alla televisione, aveva messo in evidenza il ruolo fondamentale della solidarietà internazionale e la mobilitazione degli artisti e intellettuali di tutto il mondo, con gli appelli e le donazioni di Sartre e Moravia, Picasso e Calder, Vasarely e Hockney le cui opere costituirono le premesse e le basi per una collezione permanente di cui ora è parte integrante la collezione italiana che annovera opere di artisti come Alberto Burri, Enrico Bay, Corrado Cagli, Giuseppe Capogrossi, Mimmo Rotella e tanti altri.

Il bando internazionale per la costruzione dell’edificio del Museo venne vinto dalle cosiddette ‘tigri di Varsavia’ (Waclaw Klyszewski, Jerzy Mokrzynski, and Eugeniusz Wierzbicki) che diedero alle architetture l’impronta dell’Art Brut con un restyling tardo moderno.

Oggi la ricca collezione permanente viene continuamente riletta in un dialogo serrato con gli artisti e con i linguaggi del contemporaneo, fioriscono progetti di residenze artistiche , mostre di artisti macedoni e internazionali, proiezioni di film, talk e conferenze, ricerche e pubblicazioni. La rivista Large Glass si avvale di collaboratori internazionali come Francis Alys, Franco Bifo Berardi, Dmitry Vilensky, Ai Weiwei, Eduardo Kac.

«All that We Have in Common» , il progetto che partirà a breve non è soltanto una mostra ma presenta installazioni artistiche, video, sculture , performance, fotografie, opere di Hito Steyerl, Tania Bruguera, Coco Fusco, Shirin Neshat, Chto Delat, Carlos Motta, Anri Sala, Julieta Aranda in una ottica di scambio con la comunità, partendo dal sentimento condiviso dell’insicurezza e dello stato di precarietà sociale nel contesto capitalista locale e globale, valorizzerà le potenzialità creative e produttive locali.

Tanti i progetti degli artisti contemporanei macedoni sinora ospitati lì dentro come quelli Petar Hadzi Boshkov, Gligor Stefanov, Jovan Shumkovski, Yane Calovski, Hristina Ivanoska, Nada Prlja giunta alla Biennale di Venezia del 2019 con il progetto Subversion to Red.

Particolarmente vitale è anche la scena degli artisti che vivono fuori da quello che Ivana Vaseva chiama il ‘modernismo istituzionale’ con tante donne protagoniste, da Ana Lazarevska a Elena Chemerska, da Anastasija Pandilovska a Simona Mancheva, da Ana Jovanovska a Marija Koneska, da Jana Lulovska a Natasha Nedelkova a Dorotej Neshovski e ancora Zoran Shekerov, Ivan Durgutovski, Nikola Slavevski, Marko Gutikj Mizimakov. Soprattutto su di loro si è accanita la pandemia, che ha cancellato le numerose opportunità di mobilità internazionale e le loro capacità di reddito minimo.

Per Ivana Vaseva, curatrice e ricercatrice nell’ambito di programmi e opere socialmente impegnate, direttrice della organizzazione Faculty of things that can’t be learned (FR~U) e curatrice di AKTO Festival di arti contemporanee sin dal 2006, «la pandemia ha mostrato che abbiamo una politica culturale competitiva, più neoliberale che sociale e solidale, ha mostrato la estrema vulnerabilità e precarietà della scena indipendente. Siamo gettati dritti nelle fauci neoliberali, dello sfruttamento e dell’autosfruttamento. Il lavoro degli indipendenti non è considerato lavoro, e le politiche e le leggi esistenti non regolano o proteggono i diritti dei lavoratori, molti sono rimasti senza reddito. Nel pieno della pandemia c’è stata un’iniziativa della piattaforma Culture is a frontage of every society che si è battuta per il miglioramento delle condizioni di lavoro del settore non istituzionale ma il risultato finale di questo sforzo è consistito in due mezzi stipendi , escludendo gli occupati nelle organizzazioni».

Mira Gakjina e la nuova generazione di artisti

Chiediamo a Mira Gakjina direttrice del Museo di Skopje se stia seguendo in particolare una nuova generazione di artisti: «Fin dall’inizio, il Museo ha avuto un ruolo di primo piano molto importante nel processo di sviluppo della scena artistica locale.

Questa giovane generazione di artisti macedoni si è affermata attraverso mostre collettive e individuali nel nostro Museo, in particolare attraverso la loro partecipazione alla Biennale dei giovani artisti che viene organizzata regolarmente sin dagli anni Settanta. Siamo arrivati alla tredicesima edizione».

Quali sono gli obiettivi della vostra Biennale?
La Biennale è un evento di arte contemporanea multidisciplinare, il suo obiettivo è trovare il modo di creare lo spazio necessario per consentire e presentare gli ultimi movimenti artistici per la prossima generazione di artisti e curatori macedoni. Vuole far conoscere al grande pubblico e anche agli esperti d’arte le opere di nuovi artisti della scena locale e internazionale, e mira a sostenere e ispirare iniziative creative di artisti e curatori di nuova generazione. Fornisce le condizioni che consentano loro di esprimersi davanti al pubblico e sviluppare in tal modo la scena artistica contemporanea.
Tre dei giovani artisti, che espongono alla Biennale, selezionati da una giuria di tre membri, potranno produrre e organizzare una mostra personale al MoCA nel prossimo 2022 come fecero Velimir Zernovskie Gjorgje Jovanovik che in passato ricevettero il premio della Biennale dei giovani artisti e tennero la loro prima mostra personale al MoCA

Quali sono gli altri artisti macedoni più noti che sono emersi con la Biennale?
Nikola Radulovic opera con i digital media, di Nikola Uzunovski la installazione più conosciuta in Italia My Sunshine creava il sole artificiale con dei specchi riflettenti collocati in montagna, Hristina Pulejkova usa le tecnologie per coinvolgere il pubblico su temi ambientali, il performer Igor Josifov si è reso protagonista nella Biennale Venezia 2019 di una raccolta fondi per combattere il Covid , di Ilija Prokopiev ha suscitato grande interesse il suo Atlante del corpo umano secondo Aristotele, Kristina Bozurska lavora con materiali di scarto e anche Darko Aleksovski lavora sulla partecipazione del pubblico e sulla relazione tra memoria e identità.

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Storie di mariti di successo e mogli che meditano vendetta: Rumena Buzarovska

Sul monte Vodno a Skopje svetta la simbolica Croce del Millennio, lì i cittadini si recano per liberarsi dall’assedio dello smog e dalla vita difficile e proprio lì la scrittrice macedone Rumena Buzarovska ha ambientato il finale dell’ultimo degli undici racconti brevi raccolti in Mio marito (La Bottega Errante, traduzione di Ljiljana Uzunovic, 2019). Una festa de L’Otto marzo immaginata come spazio e tempo di libertà e autonomia dalle costrizioni familiari e abitudini patriarcali cominciata nel ristorante Tre Fagiani diventa su quel monte notte di tradimento, adulterio e sesso, tra vomito, puzza e disgusto, prima che Sanja e Toni, entrambi sposati, rientrino nelle loro tane familiari e nei paradigmi e nelle convenzioni di sempre.

E fa il paio con questo racconto, L’adultero dove la presunta o reale tresca di Zoran con Emilia, molto più giovane di lui, si snoda fra indizi, prove e inseguimenti come in un contemporaneo romanzo d’appendice che si conclude con una vanga che la moglie Tanja agita minacciosa sopra la testa del marito. E sulla testa di Lile, bambina fragile dalla incerta identità, cadono barattoli di ajvar, salsa macedone di peperoni, con conseguenze per lei irreparabili, mentre sua madre la porta in treno dalla nonna senza dire nulla al marito che non ha mai sopportato la suocera. Il racconto più drammatico della intera raccolta ma anche il più segnato da una vena poetica e onirica.

Il marito o i mariti che la Buzarovska indaga, siano essi poeti (Mio marito poeta), ginecologi (Il nettare) , ambasciatori (Un abitudinario), sono baciati da una vita professionale di vero e presunto successo, spesso arroganti e compiaciuti del loro slancio creativo, della loro forza, spregiudicatezza e bellezza. Ma non sono altro in realtà che specchi deformanti della condizione di sottomissione e fragilità delle donne che provano ad abbattere la prigione delle ipocrisie e degli inganni dentro la quale sono costrette a vivere e che macerano in ogni attimo paure, vergogne e sensi di colpa.

La capacità di vedere e osservare gesti e comportamenti, il gusto del racconto da parte della Buzarovska sono qualcosa di unico e straordinario, per la semplicità dello stile con cui descrive fatti e situazioni e per quella dose e dote di sottilissima e disincantata ironia, che segna lo spazio e la distanza tra ciò che desideriamo e le nostre fragilità e debolezze, tra ciò che pensiamo di essere e ciò che realmente siamo, tra l’immagine con cui ci presentiamo e rappresentiamo e ciò che siamo. Nei racconti di Rumena Buzarovska il confine tra reale e irreale, tra vero e verosimile, tra menzogna e verità è sempre attraversato da una scrittura che sa essere leggera ma non futile, che non perde mai di vista i temi e i problemi di una società, che non idealizza e ideologizza le identità, inchiodandole a pregiudizi, schemi, stereotipi e primati ‘genetici’. Spesso aristocratici comportamenti e nobili sentimenti si sciolgono tra scoregge, puzze e vomiti.

Mio marito della Buzarovska è uno dei migliori esempi di letteratura balcanica postbellica che ha elaborato con un proprio stile e una propria poetica, molto vicina al linguaggio del teatro, temi e problemi della società patriarcale in una nuova stagione creativa della letteratura e della drammaturgia che vede molte donne protagoniste, dalle serbe Biljana Srbljanovic, Maja Pelevic, Olga Dimitrijevic, alla bosniaca Tanja Šljivar, alla montenegrina Dragana Tripkovic, all’albanese Klaudia Piroli. E non è un caso che, mentre Gallimard ha pubblicato l’edizione francese di Mio marito, adattamenti teatrali dei racconti della Buzarovska siano già andati in scena nel Drama Theater di Skopje con la regia di Nela Vitoševic, nello Yugoslav Drama Theater di Belgrado con la regia di Jovana Tomic e finalmente anche in Italia al Mittlefest di Cividale del Friuli si è affacciata qualche settimana fa la produzione del Teatro Nazionale Sloveno di Ljubljana con la regia di Ivana Dilas.

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Le puntate precedenti di Raccontare i Balcani a cura di Franco Ungaro sono state pubblicate il 23 gennaio (Montenegro), 13 febbraio (Kosovo), 10 aprile (Bosnia), 24 aprile (Albania)




Fonte: Ilmanifesto.it