Ottobre 16, 2021
Da Il Manifesto
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E’ finalmente disponibile, per la collana dei «Meridiani», la seconda parte delle Opere di Claudio Magris, a cura di Ernestina Pellegrini (Mondadori, pp. CLXII-1756, € 80,00). Come nel primo volume, anche qui si attraversano diversi tavoli della sua scrittura. Si comincia con Microcosmi, il romanzo-saggio uscito nel 1997 che segue Danubio (1986). A questo si aggiungono gli altri romanzi della fase più recente, ovvero Alla cieca (2005) e Non luogo a procedere (2015). E quanto ancora al narratore, completano il quadro una serie di scritture più rapsodiche, alcuni racconti più brevi che ci conducono in un caso a luoghi già toccati dalla parabola di Magris (penso a Tempo curvo a Krems, 2019); altrove, le pagine del «Meridiano» ci portano invece in un mondo lontano dalla vecchia Europa a lui cara, cioè il continente sudamericano, che è al centro della raccolta più recente, Croce del Sud (2020), qui integralmente riproposta. C’è poi il Magris autore di teatro, e infatti ritroviamo La mostra (2001), oltre che il brevissimo monologo Essere stati, pubblicato per la prima volta nel 2002. Infine, abbiamo la possibilità di reimmergerci nel pulviscolo luminoso – e offerto qui in forma antologica – della scrittura saggistica, quella letteraria (vedi gli Alfabeti del 2008), quella più legata all’attualità (come Livelli di guardia, 2011), o quella più estemporanea e frammentaria, come per gli squisiti flash consegnati alle Istantanee del 2016, tra viaggio e biografia.
Ad aprire l’insieme è comunque un libro che è destinato probabilmente a veder salire sempre di più le proprie quotazioni, fra le varie riuscite del Magris scrittore, cioè il già citato Microcosmi. Non è semplice deciderne il genere, come per il fortunatissimo Danubio: si potrebbe semplicemente situarlo in una zona liminare, fra critica e racconto. Ma in Microcosmi, pur restando fermo l’impulso saggistico di Magris, la scrittura comincia già a sciogliersi, inclina più decisamente verso un orizzonte compiutamente narrativo. Pur nella loro distanza, questi due esperimenti ibridi sarebbe utile leggerli insieme. Il loro legame appare percepibile sin dall’inizio di Microcosmi.

Caffè San Marco a Trieste
A fare da cuore del primo – di Danubio – era in effetti il Café Central di Vienna, la città che naturalmente ha segnato più di ogni altra la cultura danubiana. Il capitolo dedicato al caffè viennese era aperto dall’immagine del manichino di Peter Altenberg, che ancora oggi accoglie gli avventori, «il poeta senza casa – scriveva Magris – che amava le anonime stanze d’albergo e le cartoline illustrate». Microcosmi si avvia, invece, con una soggettiva del triestino Caffè San Marco, e l’immagine di alcune maschere disposte sopra il bancone di legno: maschere realizzate forse da Vito Timmel, «randagio pittore nato a Vienna e venuto a completare la sua autodistruzione a Trieste», e capace – grazie alle ore passate nel rifugio del caffè – di distrarsi «per qualche ora dall’impossibilità di vivere». Vienna e Trieste appaiate dunque, come legando l’una e l’altra dimensione, la capitale della molteplice e ampia regione mitteleuropea e la città delle proprie origini, più circoscritta e familiare.
Anche restando a questo solo esempio, si potrebbe dire che Magris è davvero l’incarnazione concreta di un assunto di George Steiner, quello di Una certa idea di Europa: l’idea che l’identità europea sia strettamente legata a certi spazi, non solo quelli fisici – le sue montagne, i suoi laghi, le sue coste – ma anche agli spazi simbolici, quelli che hanno costruito la socialità e hanno segnato la convivenza fra gli uomini nel nostro continente. Fra questi, appunto, il caffè. Il quale, per essere davvero un caffè, per rispondere fino in fondo all’identikit di un luogo europeo, deve mostrare una strenua fedeltà alla Storia e un pluralismo di fondo: «Il San Marco è un’arca di Noé, dove c’è posto, senza precedenze né esclusioni, per tutti, per ogni coppia che cerchi rifugio quando fuori piove forte e anche per gli spaiati. (…) Pseudocaffè sono quelli in cui si accampa un’unica tribù, poco importa se di signore bene, giovanotti di belle speranze, gruppi alternativi o intellettuali aggiornati. Ogni endogamia è asfittica (…) la negazione della vita, che è un porto di mare».

Nodi e contraddizioni
Del resto la sigla dell’identità plurale è la stessa scomodata dalla curatrice del volume, Ernestina Pellegrini, per sbozzare un ritratto complessivo di Magris. Anche l’ambito propriamente saggistico sarà un’ottima porta d’ingresso per verificare la fondamentale plurivocità della sua scrittura. Se c’è un punto che lo distingue spesso dall’aria del tempo (e dalla sua banalità), se c’è un tratto costitutivo che fa dell’intellettuale Magris un intellettuale diverso, stupendamente inattuale rispetto ai crismi e alle mode del secolo, questo risiede forse nella programmatica mancanza di una tesi precostituita, di una premessa data, a partire dalla quale articolare il proprio discorso. Quello di Magris è un saggismo per così dire sostanziale, fondativo: è un’attitudine della mente molto più che un genere o un modo stilistico. È un tentativo di dire la realtà in maniera autentica, di portarne alla superficie nodi e contraddizioni, nella consapevolezza costante che opposti e tensioni, in una visione spregiudicata dell’esistenza, non possono che coesistere, secondo la grande lezione dello stesso mondo mitteleuropeo. La capacità di ascoltare la grande polifonia discorde del mondo è forse la virtù più chiara di questo scrittore. Basta sfogliare le pagine antologiche riproposte in questo volume, e si potranno ritrovare una serie di asserti, non di rado aforismatici, in cui è evidente questa forte necessità di far convivere gli opposti: «Solo la capacità di astrarre permette di capire la concretezza della vita»; oppure, scrivendo del suo Svevo: «Poeta dell’ambivalenza, Svevo sa che essa è appunto compresenza di aggressività e affetto»; e altrove, in alcune pagine dedicate a Singer, si legge addirittura una definizione implicita di letteratura, che ricalca benissimo questa condizione di «divisione» e ambiguità: al contrario della filosofia e della religione, che cercano di sciogliere le «antitesi» insite nella realtà, la letteratura si pone come forma di «pensiero che sa di essere invece il luogo in cui queste antitesi si scontrano e si esasperano senza risolversi» (cito dallo splendido Anello di Clarisse, del quale è un peccato non poter rileggere qui uno strepitoso capitolo, il primo, dedicato a Grande stile e totalità, che resta una delle vette del Magris germanista, o meglio ancora, si potrebbe dire, del Magris diagnosta della modernità e della sua malattia). È peraltro questo stesso cozzo fra un elemento e il suo contrario – questa stessa irrisolvibilità di un reale ridotto a groviglio – a essere ben sintetizzato in uno dei suoi titoli in assoluto più eloquenti e suggestivi: Utopia e disincanto, che non a caso è la raccolta più rappresentata in questo volume, con nove saggi.

Bifrontismo del reale
È lo stesso Magris in fondo, lungo l’intero arco della sua esperienza, a incarnare perfettamente questo inevitabile bifrontismo del reale. C’è, in lui, un moralista classico, che osserva il mondo e a volte non si esime dall’accogliere o, viceversa, dal condannare senza appello (come avveniva nelle memorabili, tragiche pagine di Danubio dedicate a Céline e al suo amore per la violenza). E, d’altra parte, c’è un uomo nato e cresciuto in un secolo – il Novecento – che ha decretato una sorta di mutazione finale dell’io, minato nella sua unità psicologica e privo di certezze valoriali. È proprio questo scontro continuo a riempire di fascino le sue pagine, e a far sì che il suo lettore non si senta mai definitivamente a casa, non si senta mai autorizzato ad abbassare la guardia: come se la verità fosse perennemente ricontrattata. Forse è questo l’unico modo di essere autenticamente un maestro: far convivere la necessità di un’etica con l’inquietudine inevitabile di un nichilismo che si conosce bene, e che pure si tiene a bada.




Fonte: Ilmanifesto.it