Ottobre 15, 2021
Da Le Maquis
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Edito a cura del Movimento Anarchico Italiano, Carrara, 1975. Primo volume: V+358 p.; Secondo Volume: 323 p.; Terzo Volume: 416 p.

Presentazione di Gino Cerrito
I tre volumi di Scritti che si è ritenuto di riprodurre sono il frutto di un lungo lavoro di spoglio, iniziato da un gruppo di anarchici subito dopo la morte di Errico Malatesta (1932). La raccolta vide la luce nel 1934-1936 per i tipi delle edizioni del “Risveglio” di Ginevra, con prefazione di Luigi Fabbri, e preludeva alla pubbli­cazione di numerosi altri volumi riguardanti gli scritti di Errico Malatesta anteriori al 1919. “Abbiamo credu­to bene — scrivevano infatti gli editori — invece di se­guire l’ordine cronologico, di dare anzitutto gli scritti riferentisi agli ultimi anni di vita del nostro grande scomparso, dal suo ritorno in Italia nel dicembre 1919. Sono critiche, riflessioni, consigli, proposte, moniti in cui teoria e pratica, ideale e realtà, pensiero ed azione sono genialmente fusi”. Ecco il motivo essenziale per cui il gruppo promotore preferì iniziare la riedizione degli scrìtti malatestiani con quelli apparsi in un perio­do particolarmente interessante per le masse lavoratrici italiane, un periodo su cui da vari anni gli anarchici ita­liani sono tornati per esaminare ed approfondire le esperienze e le dolorose conseguenze.
Gli Scritti che si ripropongono al lettore italiano so­no sconosciuti non soltanto al grande pubblico. A causa delle vicende che funestarono la storia umana nel ven­tennio che segui alla grande guerra, a causa delle note persecuzioni e della diaspora anarchica di quegli anni, furono realmente pochi fra gli stessi libertari co­loro che riuscirono a rivivere le esperienze diverse e varie del primo dopoguerra e gli scontri ed i dissidi fra i vari gruppi politici in generale e fra quelli anarchici in particolare, al lume di quello strumento di lavoro di pri­ma mano che è rappresentato dagli scritti malatestiani del periodo. Tanto più importanti in quanto la vita di Errico Malatesta, anche in quegli anni e particolarmen­te in quegli anni che vedono lo scontro fra il movimen­to operaio italiano e le squadre fasciste e che procla­mano il fallimento del metodo legalitario dei partiti co­sì detti rivoluzionari, si identifica con la vita stessa del Movimento anarchico italiano e, molto spesso, con le istanze rivoluzionarie delle masse sconfitte.
Gli scritti di Malatesta risentono indubbiamente del particolare clima politico del tempo, e perciò del turba­mento che il fascismo, la rivoluzione russa e la massic­cia emigrazione imposero agli anarchici italiani; risen­tono in primo luogo della fede nello scontro frontale risolutivo, che lo stesso Malatesta negli anni immediata­mente successivi al 1920 approfondì nei suoi vari aspet­ti, ponendo in maniera definitiva il problema dell’anarchia come anarchismo: anarchismo come gradualità del processo rivoluzionario e pluralità della sperimentazio­ne. Appunto perciò gli scritti di Malatesta sono anche l’opera di un teorico che chiarisce e sistema il pensiero dei teorici a lui precedenti, rivalorizzando e rinnovan­do particolarmente l’opera di Proudhon attraverso la esperienza vissuta dal Movimento come tale, durante mezzo secolo di vita attiva. Appunto perciò il pensiero di Malatesta resta in gran parte attuale:
1) Quando sostiene che l’educazione e la propagan­da sono solo dei germi, che da soli restano impotenti a produrre una mutazione rivoluzionaria; per cui affer­ma la necessità dell’azione diretta di provocazione e di ricorrenti movimenti insurrezionali che contribuiscano con i fatti a dare sostanza a quella propaganda educa­tiva e producano nuovi bisogni e nuovi stimoli; osser­vando che le masse sono disposte all’azione comune, ma hanno bisogno di una giustificazione etica che agi­sca in concorso con certe altre condizioni esterne, fra cui in primo luogo la crisi o la dimostrata debolezza dei poteri costituiti.
2) Quando enuncia la gradualità del processo rivolu­zionario e la pluralità della sperimentazione, in rappor­to alle condizioni ed alle istanze della popolazione in­teressata.
3) Quando — pur sostenendo la necessità di strappa­re quanto è più possibile al potere costituito — insiste sulla svalutazione dell’efficacia rivoluzionaria del meto­do delle riforme progressive; notando che la stessa ri­forma importante e basilare delle otto ore, benché ot­tenuta nel modo più efficace (per azione e pressione diretta), resta sempre allo stato provvisorio e può esse­re riperduta per le circostanze più varie, finché dura il regime capitalistico e statale.
4) Quando, contrariamente alle argomentazioni di coloro che sostengono che l’anarchismo avrebbe una funzione esclusivamente negativa di demolizione della società presente e lascerebbe ai posteri il compito di costruire la società socialista e libertaria, afferma in li­nea generale che la soluzione della crisi che travaglia il movimento rivoluzionario e perciò lo stesso Movimen­to anarchico consiste nella formazione di un’organizza­zione anarchica specifica, la quale sia il prodotto non di un congresso o di un accordo promosso dagli attivi più conosciuti e stimati, ma da un’intesa faticosa che sorga dal bisogno generale dei gruppi e venga sostenu­ta dalla stessa attività dei militanti nel movimento ope­raio. “Bisogna riaffermare i nostri ideali e la nostra tat­tica, e spargerne largamente la conoscenza fra le masse — egli ripeteva già nel giugno del 1913 — Bisogna far sentire la nostra azione in tutte le manifestazioni della vita sociale. Bisogna coordinare tutte le nostre attività allo scopo che ci prefiggiamo: la rivoluzione per l’anar­chia e pel comunismo” (Volontà, 8 giugno 1913).
La teoria che sta alla base di questa concezione è giustificata e giustifica — come chiariscono ripetutamente gli Scritti — vuoi il rapporto malatestiano mino­ranza-masse, vuoi il problema mai abbastanza illustrato delle necessarie alleanze. Anche in un periodo di ripie­gamento rivoluzionario, dopo la negativa conclusione dell’occupazione delle fabbriche, e l’inizio dell’azione martellante delle squadre fasciste, ad una domanda ri­voltagli da un compagno sull’argomento Errico Malatesta rispondeva: “Noi in questi ultimi anni ci siamo ac­costati per un’azione pratica ai diversi partiti d’avan­guardia e ne siamo usciti sempre male. Dobbiamo per questo isolarci, rifuggire dai contatti impuri,e non muoverci o tentare di muoverci se non quando potremo farlo con le sole nostre forze ed in nome del nostro programma integrale?
“Io non lo credo. “Poiché la rivoluzione non possiamo farla da soli, cioè poiché non possiamo colle sole nostre forze attira­re e spingere all’azione le grandi masse necessarie alla vittoria, e poiché anche aspettando un tempo illimitato le masse non potranno diventare anarchiche prima che la rivoluzione sia incominciata, e noi resteremo neces­sariamente una minoranza relativamente piccola fino al giorno in cui potremo cimentare le nostre idee nella pratica rivoluzionaria, negare il nostro concorso agli altri ed aspettare per agire di essere in grado di farlo da soli, sarebbe in pratica, e malgrado le parole grosse ed i propositi radicali, un fare opera addormentatrice, ed impedire che s’incominci con la scusa di volere con un salto arrivare di botto alla fine…
“Noi dovremmo quindi essere sempre disposti a se­condare chi vuole agire, anche se questo implica il ri­schio di essere lasciati poi soli o traditi. “Ma nel dare agli altri il nostro concorso, o meglio nel cercare sempre di utilizzare le forze degli altri e profittare di tutte le possibilità di azione, noi dobbiamo restare sempre noi stessi, e metterci in grado di far sentire la nostra influenza e contare almeno in propor­zione delle nostre forze reali. E per questo importa in­tendersi, collegarsi, organizzarsi sul modo più efficace possibile…” (Umanità Nova, 26 agosto 1922).
Risalta altresì negli Scritti, ripetutamente, la convin­zione sulla funzione esclusivamente strumentale del sin­dacato: il sindacato come mezzo di propaganda e di agitazione, da non scambiare con il fine della rivoluzio­ne libertaria che va oltre l’interesse delle classi e un ti­po determinato di organizzazione della società. Gli anarchici — precisava anzi Malatesta — devono aderire ai sindacati non solo per svolgervi la propaganda oggi e, domani, per avere gli strumenti pronti a prendere in mano l’organizzazione della produzione tolta ai padro­ni; ma anche per reagire contro il particolarismo che è il frutto inevitabile e dannoso delle unioni operaie, sor­te proprio per difendere interessi particolari.
L’opposizione al funzionarismo del movimento sin­dacale fu una norma costante, ispirata oltre che da prin­cipi etici, da uno spirito d’indipendenza sempre vigile e dalla coscienza degli effetti negativi del professioni­smo politico-sindacale. A questa intransigenza, alla sua chiarezza ideologica, alla pratica reazione contro il culto della personalità alla sua straordinaria fede nella rivoluzione e nella volontà umana, alla sua coerenza teorico-pratica si deve in genere la sua duratura influen­za sul Movimento anarchico internazionale, oggi più che mai viva.
Da quanto si è detto è lecito concludere che ciò che distingue un Malatesta da un qualunque altro espo­nente rivoluzionario in generale e anarchico in spe­cie, non è il fatto di essere stato egli il vecchio compa­gno di Bakunin e di Cafiero, il vecchio internazionali­sta senza macchia che lo elegge esempio, capo morale seguito, amato e — se si vuole — riverito dai suoi stessi avversari di partito, costretti infine a riconoscerne i me­riti. L’elemento che lo distingue è la coerenza profon­da ma, nel contempo, l’adesione alla realtà, la decisione, la mancanza del pregiudizio della coerenza studiata e voluta ma non sentita, l’intelligenza di dovere adeguare le teorie alla realtà o di portare la realtà alle teorie. Non ci sono dubbi in Malatesta. Egli è il rivoluzionario nella misura in cui riesce a mettere in rapporto l’ideale con la realtà, nella misura in cui comprende che l’ideale ha degli aspetti utopistici che è opportuno individuare e solo in parte superare con l’azione concreta possibile. Appunto perciò il suo realismo non è nè può divenire mai banale possibilismo, perchè rimane miscelato con quel pizzico di avvenirismo che riesce a sublimarlo, proiettandolo nel futuro e così trasformandolo da fat­tore statico e spesso negativo di progresso in fattore dinamico, positivo e rivoluzionario.

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Nota dell’Archivio
-I tre volumi vennero pubblicati dalle Edizioni de Il Risveglio di Ginevra rispettivamente nel 1934, 1935 e 1936.
-Le prefazioni sono di Luigi Fabbri
-Nel Secondo Volume vi è un’Errata Corrige: “Nel Primo Volume di queste opere sfuggirono alquanti svarioni suscettibili di rendere queste opere incomprensibile il senso delle frasi. Indichiamo i principali, nel caso il lettore non li avesse già avvertiti e corretti da sè stesso:
A paginia 29, la riga del 2° capoverso, leggere: « Quali siano… », invece di : « Quali siamo… ».
A pagina 189, alla 4a riga della nota in corsivo, leggere : « abbiano grandemente… », invece di: « abbiamo grandemente… ».
Alla stessa pagina, stesso corsivo, 5a riga, leggere : « si abbiano dunque … », invece di : « si abbiamo dunque… ».
Nel II° volume, a pagina 110, la nota deve rinviare all’articolo della pagina 86 e non a quello della pagina 84.”




Fonte: Lemaquis.noblogs.org