Agosto 17, 2022
Da Umanita Nova
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a cura di Gruppo Anarchico Galatea – FAI Catania

Sono passati 66 anni dal disastro di Marcinelle in cui morirono 262 persone; la maggior parte di questi morti erano di nazionalità italiana.

Ma come si arrivò ad una situazione simile?

Ricorrendo ad un vecchio trucco già sperimentato decenni addietro dalle classi dominanti italiane, si aprirono le frontiere in uscita per poter ridurre la pressione sociale all’interno del paese.

Così, grazie al “Protocollo italo-belga” del 23 Giugno 1946, migliaia di famiglie italiane emigrarono in Belgio in cerca della cosiddetta fortuna (fatta di un tetto sopra la testa e di cibo tre volte al giorno) che nell’Italia post-guerra mancava.

I lavoratori, iper-sfruttati e multati per qualsiasi assenza ingiustificata ed errore commesso in questi pozzi di carbone, fecero la fortuna dei padroni e dei politicanti belgi ed italiani.

L’ “imprevisto” di Marcinelle e la messa in discussione del sopracitato protocollo italo-belga non posero dei problemi strutturali al trattato di Parigi del 1951 che istituì la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’acciaio).

Questo documento venne lodato dalle classi dominanti europee come il primo tentativo continentale di unirsi a livello economico, puntando ad una cooperazione tra i vari Stati coinvolti (specie Germania, Belgio e Francia) nei mercati internazionali di carbone e acciaio.

Oltre allo scopo prettamente economico, l’avvio di questa cooperazione tra Stati doveva avere funzioni deterrenti circa eventuali nuove intenzioni bellicose della Germania. Per fare questo si pensò allora alla “messa in comune” dei bacini minerari, beninteso tutto a vantaggio dei borghesi dei vari paesi coinvolti.

Se a ciò aggiungiamo che l’Europa post-bellica era ridotta ad un cumulo di macerie, e che bisognava ricostruire tutto il prima possibile per poter rientrare rapidamente sui mercati internazionali, si capisce perché gli anni post bellici furono così turbolenti, tra incidenti sul lavoro, sommosse e manifestazioni e scioperi di massa.

Lo sfruttamento lavorativo (con relative tragedie mortali) in ambito minerario e siderurgico era, dunque, servito.

I pianti ipocriti su Marcinelle da parte delle istituzioni politiche italiane, così come quelle belghe, accompagnati dallo strombazzamento mass-mediatico dei tempi, furono capaci di distogliere abilmente il lucro e le violenze a cui erano sottoposti quotidianamente i lavoratori (non solo italiani) presenti in quel pozzo minerario -e  anche in tanti altri sparsi per il Belgio e nel resto di quei paesi aderenti alla CECA.

Per ricordare quegli eventi, presentiamo in questo post ben due articoli pubblicati su Umanità Nova il 26 Agosto del 1956.

Il primo articolo, dal titolo “Marcinelle” apparve nella prima pagina del giornale, mentre il secondo, dal titolo “La Marcinelle di casa nostra. Ruberie sui minatori in Sicilia”, a pagina quattro.

In “Marcinelle”, ci si sofferma sulla morte violenta dei lavoratori e sull’ipocrisia delle figure di potere e del Capitale – veri responsabili di questo omicidio di massa.

Non era la prima volta che veniva pubblicato un simile attacco contro il Capitale minerario: un anno prima, Attilio Sassi, sindacalista anarchico interno alla CGIL e segretario della Federazione Italiana Minatori e Cavatori, scrisse un articolo dal titolo “Da Ribolla a Margnano”, pubblicato su Umanità Nova, n. 13 del 28 Marzo 1955:

“Non si è ancora calmato il dolore dei lavoratori d’Italia e particolarmente dei minatori per la sciagura di Ribolla che una nuova sventura è avvenuta ad aggravare le preoccupazioni di quei lavoratori che vivendo in zone ove non esistono altre industrie, per procurarsi un tozzo di pane sono costretti ad entrare nelle miniere. Stamane, martedì 22 corrente circa alle ore sei nella miniera di Morgnano vicino a Spoleto è avvenuto uno scoppio che ha provocato la morte di 22 minatori e altrettanti sono i feriti fino alle indagini odierne.

La Radio sempre disposta a divulgare le comunicazioni che gli provengono dalla classe padronale, ha comunicato che lo scoppio è stato provocato dal grisù. Nella miniera di Morgnano non esistono gas di qualsiasi specie, e tanto è vero che i minatori adoperano le lampade acetilene, non esiste neppure quantità di polverino o altro elemento che può contribuire allo scoppio.

Nel luogo – andando alla ricerca delle cause – si parla di un certo cavo scoperto che potrebbe aver sprigionato delle scintille. Accettando questa tesi si sarebbe verificato un incendio, ma perché si giungesse allo scoppio come è avvenuto occorreva che nei pressi dell’incendio vi fossero depositi di gelatine o di altre materie esplosive. La Società Terni ha voluto – con la comunicazione alle Radio – cercare di mettersi al riparo, dalle cause, questo lo vedranno i tecnici.

La Società che ha già chiusa la miniera del Bastardo di sua proprietà facendola occupare dalle forze della Repubblica, e che sta smantellando le sue industrie, e che aveva – nel periodo delle vacche grasse richiamato nella cittadino che porta lo stesso nome una popolazione di 100 mila abitanti, vuole ridurla ora ad un piccolo paese.

Tornando alla catastrofe ai morti e ai feriti ci pensano gli Istituti di infortunii, e la Società darà qualche cosa alle famiglie, per dimostrare la sua generosità, e cercherà di incaricare un suo rappresentante a porgere un saluto compiendo in codesto modo l’ultima delle ipocrisie innanzi alle salme delle vittime.”

Ne “La Marcinelle di casa nostra. Ruberie sui minatori in Sicilia”, firmato da Antonio Vella, fratello di Randolfo, viene descritta la violenza economica a cui erano stati sottoposti dei lavoratori dello zolfo della provincia agrigentina.

Da ex zolfataio che era, Vella riporta lo sciopero dei lavoratori che stava avvenendo nel suo paese natale (Grotte) dove il sindaco di allora, il comunista Salvatore Carlisi, e altri del suo partito natii dell’agrigentino ed eletti all’Assemblea Regionale Sicilia (come Francesco Renda e Giuseppe Palumbo), mossero accuse ben precise contro la gestione di una miniera di zolfo e i finanziamenti milionari (chiamati “rimborsi”) che il gestore, Giuseppe Vassallo, aveva richiesto ed ottenuto dalla regione Sicilia.

Lo stato di cose che vi era a Grotte, quindi, era comune a tutto il territorio siciliano: ciò lo si riscontrava all’interno della pubblicistica anarchica siciliana, in particolare nei vari articoli di Franco Leggio sulla gestione speculatoria e sfruttatrice nelle miniere di “asfalto” nel ragusano.

Oggi giorno questa situazione non è affatto mutata. Allo sfruttamento umano si accompagna una devastazione dei territori per l’estrazione dei materiali considerati preziosi per l’oreficeria e le industrie elettroniche, edili, energetiche, siderurgiche e belliche.

Soprattutto in tempi di crisi economica come quella che viviamo, abbiamo visto come le classi dominanti abbiano buttato via qualsiasi velleità pseudo-ecologista come quella espressa con la transizione verde. Ad oggi, per far fronte alle richieste di un sistema socio-economico sempre più energivoro, è ritornato in auge lo sfruttamento di materiali (carbone, uranio ecc) pericolosi per la salute umana e per l’ecosistema in cui viviamo in generale.

Articoli come questi ci ricordano che il problema non è dato solo dalle ipocrisie tipiche delle classi dominanti o dall’ottenimento per le persone sfruttate di un contentino economico: il problema è dato da un sistema volto al profitto e all’alienazione, che non tiene in conto i bisogni umani e la necessità di conservare l’ecosistema per il proseguimento della vita sul pianeta.

Fonti consultate

-Chapter 14 “Two treaties (1951)” del libro Jean Monnet, “Memoirs”, William Collins Sons & Co. Ltd, Glasgow, 1978

-Una breve descrizione biografica Antonio Vella è presente alla voce “Randolfo Vella” in Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, BFS, Pisa, 2003

-(a cura di) Sacchetti Giorgio, “Attilio Sassi detto Bestione. Autobiografia di un sindacalista libertario (1876-1957)”, Zero In Condotta, Milano, 2008

-Leggio Franco, “Le parole e i fatti. Cronache, polemiche, reportages. 1946-1959”, Sicilia Punto L, Ragusa, 2007

-XXV “Seduta dell’Assemblea Regionale Siciliana” del 28 Ottobre 1955

-LI “Seduta dell’Assemblea Regionale Siciliana” del 6 Febbraio 1956

-CXIII “Seduta dell’Assemblea Regionale Siciliana” del 27 Settembre 1956

Marcinelle

da “Umanità Nova Settimanale Anarchico”, 26 Agosto 1956

Un settimanale zoppica di fronte al precipitarsi degli avvenimenti. Avevamo appena data un’occhiata alle prime copie del nostro numero 33 quando la stampa tutta dava i primi rintocchi funebri per il disastro minerario di Marcinelle.

La cronaca ha percorso una decina di giorni in gramaglia e tutte le lacrime hanno chiesto altre lacrime, e tutti i pianti altri pianti e tutte le disperazioni altre disperazioni. E tutte le messe altre messe.

Tra poco anche di questo non si parlerà più. Ministri, prelati della Chiesa, banchieri, società di affari hanno piegato le ginocchia alle bare, dove di bare si è potuto ordinare la sfilata, o alla bocca infernale della miniera che è la bara di quelli che non dovevano nemmeno restituire le loro ossa alla pietà dei parenti e dei figlie  delle spose.

Hanno fatto tutti la loro bella parte sociale. Anche “lasagnone” s’è mosso da Cascais, il putrido Savoia che, quando il fascismo seppelliva gli operai nelle rovine delle Case del Popolo, strizzava gli occhi a quella santa di sua nonna e invocava l’aiuto di Dio per la salvezza delle camicie nere.

Vogliamo dire subito che per noi non c’è questione di speculazione nazionale a scopi di odio.

Persino per la sventura dell’ “Andrea Doria”, si è soffiato e si soffia sul fuoco dell’odio deviato. Per noi è ancora vero la voce spenta nell’afa dell’opportunismo marxista.

“I nemici e gli stranieri non sono lungi ma son qui”

Andate in giro per le contrade d’Italia, scendete nelle tane dei senza casa, nelle caverne dei senza baracca, nelle miniere della cara Patria – della carissima Sicilia, anche fatta autonoma! – e ne sentirete e ne vedrete delle belle!

E chi li ha presi a calci quei poveri diavoli perchè chiedessero alle miniere del Belgio la pietà che chiede il mendicante al crocevia o su la porta del Tempio di Cristo?

Chi li ha strappati dalle braccia delle loro donne?

Chi li ha presi pel collo, quando aspettavano il neonato; quando aspettavano che la mamma o la nonna guarita di un male che non trovava ospedale che lo curasse; chi li ha messi nella necessità di andare lontano lontano, non per visitar monumenti, non per arricchirsi la fantasia di visioni nuove della bellezza naturale o artistica; ma per scendere nelle viscere della terra per scavare immensi tesori per gli oziosi; per degli oziosi esosi al punto di divenir scellerati per l’abbandono in cui lasciavano le pericolose viscere della miniera?

Noi piangiamo gli operai italiani e quelli di ogni altra contrada che sono periti a Marcinelle. Piangiamo è un modo di dire, di cui vorremmo scolparci, perchè saremmo in troppi a rubacchiarci le lacrime. Noi soffriamo del castigo che ci infligge questo mondo di pecore matte, che van dietro a pastori ladri e bugiardi in tutti i campi; soffriamo di vedere la impotenza degli uomini utili contro gli uomini perniciosi del mondo parassitario. Ci fosse pure una tragedia che fosse l’ultima; l’ultima per i suoi effetti redentori, per i rimorsi che suscitasse per la coscienza che risvegliasse, per lo spirito di rivolta che accendesse. Ci fosse e fosse l’ultima e travolgesse per primi noi. Purchè fosse foriera di salute dello spirito, di redenzione sociale, di liberazione reale dell’uomo dal dominio dell’uomo.

Purtroppo non sono spenti i ceri della cerimonia funebre di questi, che incomincia a la tragedia degli altri.

Non c’è stato che a Londra alla famosa conferenza dove non si è pensato a mandare una corona di fiori a Marcinelle.

Ah, se un minatore avesse ricordato Rapisardi e avesse accoppato una delle sanguisughe pre-responsabili di tanto strazio, avrete visto Scepilof, Eden, i figli di Marx e i figli di Danton a stringersi in un pianto comune, magari accanto a Nasser il loro apparente nemico e apparente amico e apparente salvatore del popolo egiziano e musulmano e arabo. Ah Rapisardi, canta ancora tu la marsigliese del minatore contro il suo vampiro.

Tu il granitico monte

che al cielo erge la testa

io la mazza modesta

che ti fiacca la fronte,

tu la valanga

io l’abisso che t’ingoia

tu il despota ed il Dio

ed io d’entrambi il boia!

(estratto da “Duetto” in“Giustizia. Versi di Mario Rapisardi”, Niccolò Giannotta, Catania, 1883)

La Marcinelle di casa nostra. Ruberie sui minatori in Sicilia.

Sottotitolo: Dove si scassa la Cassa del Mezzogiorno – Un sindaco intervistato – Sia notato il nome del signorotto Giuseppe Vassallo

Articolo scritto da Antonio Vella, Rubrica “Notiziario di “Umanità Nova”, “Umanità Nova Settimanale Anarchico”, 26 Agosto 1956

In un articolo pubblicato tempo fa su queste stesse colonne, nel descrivere la misera di Palermo, abbiamo domandato dove andavano a finire gli aiuti della Cassa del Mezzogiorno ed un signore ci ha risposto che finivano – quasi sempre – “nelle tasche di impresari senza scrupoli”.

La conferma di questa risposta ce la dà lo sciopero dichiarato il 6 corrente dai lavoratori di una miniera di zolfo a Grotte (Agrigento).

Gli scioperanti raccolti sotto la caserma dei carabinieri chiedevano semplicemente di essere pagati per intero del lavoro già fatto.

Incuriositi di questo strano sciopero, ci siamo recati dal Sindaco, signor Salvatore Carlisi, per avere degli schiarimenti.

Ci colpì innanzi tutto il fatto di trovare un giovane operaio disinvolto ed intelligente. Diciamo ci colpì, perchè credevamo trovare il solito signorotto furbo e senza scrupoli, come sono molti Sindaci nei paesi della Sicilia.

Per essere brevi, il Sindaco, signor Carlisi, ci accolse cordialmente e ci mise al corrente di questo sciopero in poche parole.

Prima d’ogni altro ci disse che gli scioperanti erano dei minatori della miniera di zolfo Quattrofinaiti, distante 5 chilometri circa dal paese. E la miniera gestita dal concessionario Giuseppe Vassallo, il quale arbitrariamente, da oltre un anno, non paga con regolarità i salari agli operai, dà soltanto degli acconti. Per cui lo sciopero è stato dichiarato affinchè il concessionario, Vassallo, paghi tutti gli arretrati.

Nei soli mesi di Agosto e Settembre dell’anno scorso, gli scioperanti ricevettero in media un acconto di circa 650 lire al giorno, mentre avrebbero dovuto essere pagati a prezzo di tabella e cioè 1400 lire. Dal Settembre del ’55 fino ad oggi, tutti gli operai della suddetta miniera hanno ricevuto dei miseri acconti, senza regolari buste paghe, come stabilisce la legislazione del lavoro. Oltre questo arbitrio, il signor Vassallo si è permesso di non pagare nemmeno gli assegni familiari. Egli non può prendere la scusa che il prezzo dello zolfo è inferiore a quello di costo, perchè la Regione Siciliana gli ha elargito la somma di 43 milioni di lire per ricompensarlo di 100000 lire  per tonnellata nel caso che avesse subito qualche piccola perdita. Questi 43 milioni (ch’è egli incassò in quest’ultimi tempi) non furono elargiti soltanto ad integrazione dello zolfo prodotto e da produrre, ma con l’imposizione di rispettare le tabelle salariali, come prevede l’articolo 15 della legge del 26 Marzo 1955. Il concessionario riconobbe – per un istante – le disposizioni di questa legge tanto che in una riunione (crediamo tra datori di lavoro e lavoratori) avvenuta a Palermo nel corrente anno, firmò un verbale con il quale s’impegnava tassativamente di regolare i pagamenti del mese di Agosto e Settembre ’55, in base alle tabelle salariali.

Egli, però, non solo non ha assolto l’impegno, ma tergiversa in modo di non volerlo assolvere. Ed intanto i poveri minatori si sono coperti di debiti ed ora non sanno cosa fare per vivere…

Questo ci ha detto – su per giù – il sindaco di Grotte, il quale prima di separarci ha voluto commentare:

“Se i 43 milioni fossero stati elargiti al Cantiere del Lavoro, avremmo fatto lavorare, per tre anni almeno, 100 operai con grande beneficio del paese che avrebbe avuto molte vie riparate.”

Ma la Regione Siciliana – a quel che abbiamo compreso – preferisce dare i milioni ai poco scrupolosi industriali…

Dopo questa battuta e di averci messo al corrente dei buoni propositi per rialzare le sorti del paese di Grotte, il Sindaco ci salutò affabilmente, lasciando nel nostro animo una profonda simpatia.

Non crediamo fare alcun commento, perchè tutto quello che ci disse il Sindaco, non solo lo riconosciamo giusto, ma crediamo sia sufficiente a dimostrare come l’arbitrio di un signorotto lascia nella miseria centinaia di famiglia. Solamente facciamo rilevare che l’agire del concessionario, Giuseppe Vassallo, non resta un episodio isolato, perchè non è raro in Sicilia che i datori di lavoro defraudano gli operai impunemente. Nella nostra isola, non sono pochi i proprietari di miniere di zolfo, compresa la Montecatini, ed i proprietari di altre industrie, incassano centinaia di milioni dalla Regione, con lo scopo preciso di migliorare il tenore di vita degli operai, mentre invece se ne servono per diventare più ricchi e più potenti. Senza che le autorità governative intervengano per far cessare questo arbitrio.

Si ricordino, però, questi signorotti, che una tale situazione non può durare eterna, non si gioca a lungo con la miseria, perchè l’arbitrio è sempre un’ingiustizia che suscita risentimento e reazione. Non è escluso, quindi, che da un momento o l’altro i colpiti non perdano la pazienza e facciano rinsavire – una volta e per sempre – i profittatori.




Fonte: Umanitanova.org