Febbraio 22, 2022
Da Il Manifesto
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La «marea verde» conquista un altro pezzo di America latina. Con 5 voti a 4, la Corte costituzionale colombiana ha depenalizzato l’interruzione volontaria della gravidanza fino alla 24esima settimana, oltre la quale l’aborto sarà comunque permesso nelle tre condizioni già fissate dalla stessa Corte nel 2006: in caso di pericolo per la vita della madre, di gravi malformazioni del feto e di violenza sessuale.
La storica sentenza è arrivata lunedì pomeriggio, dopo un’attesa di 518 giorni dalla presentazione di due ricorsi di incostituzionalità contro l’articolo del Codice penale che stabilisce una pena tra 16 e 54 mesi di prigione per la donna che decida di interrompere la gravidanza (e per chi l’aiuti a farlo) al di fuori dei casi ammessi. Ricorsi presentati dai magistrati José Lizarazo e Alberto Rojas Ríos (rispettivamente su richiesta del movimento femminista Causa Justa e dell’avvocato Andrés Mateo Sánchez Molina), entrambi schierati sulla linea di una depenalizzazione totale dell’aborto in nome della libertà di coscienza delle donne, le uniche in grado di poter soppesare «le conseguenze di una decisione così determinante» per la loro vita.

IL 20 GENNAIO scorso la votazione era finita in parità, con quattro voti a favore e quattro contro, in seguito all’esclusione di Alejandro Linares, colpevole di aver espresso pubblicamente la propria posizione a favore dell’interruzione volontaria di gravidanza. E così era stato necessario procedere alla nomina di un giudice associato, Julio Andrés Ossa, considerato vicino alla nuova presidente della Corte Cristina Pardo, notoriamente contraria all’aborto senza alcuna eccezione. Ma è stato proprio grazie a lui che è stata approvata la depenalizzazione entro sei mesi di gravidanza, sostenuta, paradossalmente, solo da una donna, Diana Fajardo, mentre le altre tre magistrate – Gloria Ortiz e Paola Meneses, oltre a Pardo – hanno votato contro, insieme a Jorge Enrique Ibáñez.
Malgrado il limite delle 24 settimane ponga la Colombia all’avanguardia sulla questione non solo in America latina ma nel mondo, le organizzazioni femministe avrebbero voluto che il reato di aborto venisse cancellato del tutto dal Codice penale. «Lo stigma legato all’idea che l’interruzione di gravidanza sia un delitto persisterà e colpirà le donne più vulnerabili», ha dichiarato Ana Cristina González, rappresentante di Causa Justa, di cui fanno parte più di 45 organizzazioni per la difesa dei diritti delle donne. Perché lo stigma «non distingue tra ciò che è permesso dalla legge e ciò che non lo è», ha aggiunto, senza tuttavia nascondere la soddisfazione per il risultato ottenuto: «Donne, festeggiamo, ce l’abbiamo fatta!».

SPETTA ORA al Congresso e al governo, secondo l’esortazione della Corte, e «fatto salvo l’effetto immediato della sentenza», formulare una politica integrale che tuteli la dignità e i diritti delle donne gestanti, garantendo un’informazione chiara sulle opzioni disponibili, l’eliminazione di qualunque ostacolo per l’esercizio dei loro diritti sessuali e riproduttivi, l’esistenza di strumenti di prevenzione della gravidanza e lo sviluppo di programmi di educazione sessuale.
Ma è qui la nota dolente, considerando che al Congresso sono già naufragati 17 progetti finalizzati a regolamentare l’interruzione volontaria di gravidanza e che già si annunciano proposte di referendum per annullare la sentenza di lunedì, malgrado il 62% della popolazione sia a favore della legalizzazione dell’aborto.
La battaglia, insomma, va avanti, allo scopo di rimuovere tutti gli ostacoli volti a impedire alle donne, soprattutto le più povere, di interrompere gravidanze non desiderate in condizioni che salvaguardino la loro salute e la loro dignità.




Fonte: Ilmanifesto.it