Aprile 15, 2022
Da Le Maquis
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Edito da Bollati Boringhieri, Torino, 2000, 109 p.

Premessa
Non tutti sanno — al contrario di quanto sosteneva Guy Debord — che «i situazionisti, per cominciare, volevano almeno costruire città, un ambiente confacente all’illimitato dispiegamento delle nuove passioni» * . Che poi tale possibilità fosse alquanto difficile al punto da costringere i membri dell’Internationale Situationniste a fare molto di più, forse è questa la spiegazione di come mai ancor oggi intorno a questo movimento, alla sua storia, alla sua pratica organizzativa e al suo lascito teorico, corra molta confusione. Una confusione da generare il sospetto che dei situazionisti — o peggio ancora, del “situazionismo” — ci si limiti a discuterne soltanto per ricordarsi (e malamente) della loro critica alla “società dello spettacolo” che tanto seguito ebbe prima, durante, ma soprattutto dopo il Maggio francese.
Ora, se avessero consentito loro di realizzare quello che intendevano portare a termine, mettendo a loro disposizione due o tre città da costruire (come lo stesso Debord ricordava), con tutta probabilità le conseguenze sarebbero state le stesse, ma perlomeno ci si sarebbe risparmiata la fatica di ripetere ad libitum, ai numerosissimi fans ed estimatori della prima e dell’ultima ora, ciò che i situazionisti non sono stati, non avrebbero potuto essere, e né voluto diventare.
Invece, purtroppo, si è assistito ad una vera e propria corsa ai
testi sacri del situazionismo, che interpretati più o meno alla lettera hanno finito per consentire ai sacerdoti di questa nuova religione di poter dire tutto (e il contrario di tutto); e come in tutte le religioni che si rispettano ai Maestri sono susseguiti i Discepoli, a loro volta divisi in Ortodossi ed Eretici, che in nome della Critica dello Spettacolo hanno saputo interpretare — con anni e anni di anticipo — il disastro nucleare di Chernobyl, la caduta del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la globalizzazione dell’economia, la clonazione della pecora Dolly, e l’affaire Monica Lewinski. Perché, a leggere bene i dodici numeri della rivista situazionista, i “Commentari” di Debord ed il “Trattato” di Vaneigem, non si può sbagliare: vi è scritto proprio tutto! Basta crederci. Così il merito di un’esperienza teorica e pratica compiuta da un’avanguardia che ha saputo fare il suo tempo — perché non solo è riuscita a prefigurare il cambiamento in atto nella società , ma a venire con esso, — ha finito per trasformarsi in un atto di fede per tutti coloro che si son sempre trovati “fuori tempo”.
Per fortuna la realtà, sebbene obnubilata dalle immagini spettacolari create dal sistema informatico-produttivo, resta pur sempre ancorata a tutti quei ricordi pratici che la memoria storica ha continuamente presente ogni qual volta ci si interroga sul perché di questo stato di infelicità, insoddisfazione e miseria che la società profonde a piene mani in nome e per conto dello sviluppo economico. Cosicché, ben poco può fare il revisionismo storico di fronte a chi vive sulla propria pelle la necessità di reinventare la rivoluzione a partire dalla propria vita quotidiana, cercando di ricollegarsi a tutte quelle esperienze che hanno provato, sperimentato, ma soprattutto vissuto il bisogno di distruggere l’idea borghese di felicità, di realizzare l’arte superandola, di far della propria vita una costruzione di situazioni appassionanti, colmando il ritardo tra l’agire politico e le potenzialità tecnico-scientifiche oggi presenti.
Sono dunque questi i motivi che ancora una volta ci spingono a cercare di comprendere le vere ragioni per cui si è formata l’Internationale Situationniste, al di là e contro ogni interpretazione di comodo che vorrebbe fare della teoria situazionista l’unica analisi (rivoluzionaria o meno, poco importa) in grado di fornire risposte rispetto ad una società che definirla per l’ennesima volta “società dello spettacolo” tradisce tutta la pigrizia e la dabbenaggine di chi é solito riempirsi la bocca con frasi altisonanti e ad effetto. Anzi crediamo giunto il momento di riscoprire il pensiero e la pratica dei situazionisti attraverso un percorso teorico che è stato sempre o travisato, o trascurato, in quanto si è cercato di considerarlo completamente superato dalla teoria critica dello “spettacolo”. Ci riferiamo alla ricerca — presente fin dalle origini dell’IS — di coniugare la rivoluzione con il superamento dell’arte, attraverso la realizzazione di uno stile di vita in grado di costruire situazioni rivoluzionarie dove poter effettivamente proseguire il cammino verso la libertà umana contro lo sfruttamento, la repressione, l’alienazione del proprio essere sociale. Solo in questo modo sarà possibile comprendere perché i situazionisti “volevano costruire città” e perché glielo hanno impedito

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Fonte: Lemaquis.noblogs.org